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Settanta milioni di reperti naturalistici finiscono online

Un dente di cavallo raccolto da Charles Darwin nel nordest dell’Argentina attorno al 1833. Un pesce tripode cieco che si punta sul fondale come su un treppiede. Un’alga rossa chiamata faggio di mare, pescata nel 1969 al largo del Dorset. Sono tre dei circa settanta milioni fra animali, piante, fossili e minerali che nei prossimi anni diventeranno consultabili da chiunque, da un telefono o da un computer.

Il progetto si chiama DiSSCo UK, è guidato dal Natural History Museum di Londra ed è finanziato dall’agenzia britannica per la ricerca. Coinvolge cento fra musei, orti botanici, università e altre istituzioni, e punta ad aprire cassetti e armadi che finora restavano di fatto inaccessibili.

«Dobbiamo rendere queste collezioni apertamente accessibili, invece di lasciarle dove possono essere raggiunte solo di rado», ha spiegato Joanna Dunster, direttrice associata dell’Arts and Humanities Research Council. Che ha aggiunto una nota personale: «Non vedo l’ora di esplorare questa risorsa con mio figlio di quattro anni, la cui conoscenza scientifica è scarsa ma il cui entusiasmo è enorme».

La parte complicata non è fotografare i reperti, ma leggere le etichette: minuscole, spesso scritte a mano, a volte secoli fa. Fatto a mano, il lavoro avrebbe richiesto centinaia di anni; con l’uso di robot e di sistemi di riconoscimento automatico la stima scende a una decina. «Quello che possiamo fare adesso è collegare e analizzare quelle informazioni a una scala senza precedenti», ha detto Sarah Addezio, direttrice del programma.

A che serve, concretamente. Nel solo Natural History Museum ci sono oltre 35 milioni di insetti infilzati con gli spilli: digitalizzarli permette di seguire il declino degli insetti e i cambiamenti nelle popolazioni di parassiti. Le scansioni consentono poi di studiare le strutture ossee interne di un esemplare senza sezionarlo né danneggiarlo. Messe insieme, quelle informazioni servono a ricostruire come è cambiato un territorio nel corso della storia del pianeta e a fare previsioni su clima, approvvigionamenti alimentari e perdita di specie.

Una parte dei reperti è già cercabile nella banca dati, ma si tratta ancora di una frazione minima, concentrata in poche grandi istituzioni. I nuovi fondi servono proprio ad allargare il campo a tutto il resto.

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