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Attualità

Il lettore che sapeva troppo: a volte la lettera dell’elettore deluso la scrive un politico, e lo diciamo perché è capitato anche a noi

C’è un genere letterario che a San Marino va fortissimo: la lettera del semplice elettore deluso che, a leggerla bene, di semplice ha solo l’aggettivo. Si riconosce da un dettaglio: sa troppo. E chi sa troppo, a volte, non si limita a votare: fa politica. Lo diciamo con cognizione di causa, perché è capitato anche a noi.

Non diremo quando né chi, un po’ per prudenza e un po’ perché il punto non è chi. È come. E il come, in queste lettere, è sempre lo stesso.

Non ha letto: si ricorda. Il lettore comune scrive «ho letto che». Quello troppo attento scrive come chi c’era: le assemblee, le mani alzate, le cose di cui lì dentro si è sempre parlato. Se gli chiedi dove sedeva, probabilmente te lo dice.

A un certo punto passa al noi. Non il noi largo dei cittadini, quello da bar, ma il noi della riunione. Le notizie le apprende insieme al presidente e al direttivo, come notoriamente capita a ogni semplice elettore.

Non ha un’opinione: ha la linea. Il lettore comune dice cosa pensa. Quello troppo attento dice cosa si deve pensare, e distingue con precisione notarile cosa il partito ha chiesto e cosa invece, per carità, non ha mai chiesto.

Critica il partito in una riga e lo elogia in un capoverso. La critica è generica, senza un esempio, messa lì per dare un’aria di equilibrio. L’elogio è dettagliato, commosso, pronto per il comunicato stampa.

Firma con il partito. Il lettore comune firma con il suo nome, oppure non firma. Quello troppo attento, in fondo, mette il nome del partito al posto del proprio. È il dettaglio più sincero di tutta la lettera.

Sia chiaro: nessuno di questi indizi è una prova, e una lettera senza nome non è un reato. Non è uno scandalo nemmeno un politico che scrive ai giornali. Su queste pagine scrivono anche dei politici, e si riconoscono al primo colpo perché ci mettono nome e faccia.

Il problema è il travestimento. Chi fa politica e si presenta come elettore deluso non sta difendendo un’idea. Sta prendendo in prestito la voce di chi il voto lo dà, per rinforzare quella di chi il voto lo chiede.

In un Paese dove ci si conosce tutti, peraltro, il travestimento dura poco: il tempo di una lettura, poi qualcuno ti riconosce dalla punteggiatura.

Per questo, da quando è capitato a noi, la regola è semplice: le lettere le pubblichiamo, anche senza firma quando serve, ma chi scrive noi lo dobbiamo sapere. E se chi scrive fa politica, lo sapranno anche i lettori.

Chi ricorda agli altri quanto vale una mano alzata dovrebbe saperlo meglio di chiunque: vale anche in fondo a una lettera.

Si chiama firma.

Francesca Devincenzi

Direttore di Insider.sm

Il lettore che sapeva troppo: a volte la lettera dell’elettore deluso la scrive un politico, e lo diciamo perché è capitato anche a noi