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Attualità

Rumore, la legge di iniziativa popolare respinta e poi ritirata

Dopo cinque anni di attesa il progetto sulla quiete pubblica nei centri storici si ferma in Commissione: articolo 1 bocciato con tre voti favorevoli e sette contrari. La maggioranza approva un Ordine del Giorno che rinvia tutto a un tavolo, con scadenza al 31 dicembre. RETE non lo vota: «È un mero rinvio».

Finisce con un ritiro il percorso della legge di iniziativa popolare per la tutela della quiete pubblica nei centri storici e abitati, arrivata questa mattina in Commissione Affari Costituzionali dopo cinque anni dall’avvio della raccolta firme.

La proponente Simona Capicchioni ha ripercorso quei cinque anni denunciando una normativa frammentata e, a suo giudizio, insufficiente a garantire controlli e sanzioni efficaci. Il testo puntava a disciplinare limiti sonori, orari, durata e rotazione degli eventi, con un documento di impatto acustico e un sistema sanzionatorio definito.

«Serve garantire il diritto alla quiete, al riposo ed alla normale conduzione delle attività», ha sostenuto Capicchioni, chiedendo un equilibrio tra esigenze economiche e tutela di residenti e soggiornanti.

La proposta del Governo: un tavolo, non una legge

Il Segretario di Stato agli Affari Interni Andrea Belluzzi ha riconosciuto la concretezza del problema, ma ha contestato l’efficacia di un intervento legislativo isolato.

Secondo Belluzzi la materia va affrontata con una regolamentazione complessiva dei centri storici che comprenda, oltre alla quiete pubblica, anche ZTL, parcheggi, viabilità, accessibilità, rifiuti e gestione degli eventi. Da qui la proposta di un tavolo multilaterale coordinato insieme al Capitano di Castello di San Marino, con le altre Giunte, le Segreterie competenti e i portatori di interesse.

Il Segretario ha proposto anche di rafforzare i poteri delle forze dell’ordine, consentendo loro di sospendere immediatamente gli eventi in caso di violazioni.

Le posizioni si sono poi differenziate. Carlotta Andruccioli (Domani Motus Liberi) ha giudicato condivisibile l’impostazione del progetto, proponendo correttivi sugli amplificatori e sulla gradualità delle sanzioni, ma ha avvertito che il tavolo non deve diventare un modo per «buttare la palla in avanti». Barbara Bollini (PDCS), richiamando la propria esperienza da Capitano di Castello di Borgo Maggiore, ha sostenuto invece la strada dell’aggiornamento delle regole esistenti.

Giuseppe Maria Morganti (Libera) ha condiviso la necessità di un regolamento complessivo, con attenzione alle soglie dei decibel e alla ZTL. Ilaria Bacciocchi (PSD) ha indicato la strada dell’Ordine del Giorno. Maria Katia Savoretti (Repubblica Futura), pur confermando il sostegno al progetto di legge, ha chiesto che il tavolo non diventi «un pretesto per prendere tempo e rinviare le decisioni». Maria Luisa Berti (Alleanza Riformista) ha giudicato praticabile l’Ordine del Giorno, a condizione di fissare scadenze stringenti e rendere la disciplina operativa prima della prossima stagione primaverile ed estiva.

Nella replica Capicchioni ha insistito sulla gravità degli eccessi acustici, portando esempi non soltanto del centro storico ma anche di Dogana, Serravalle e di altre aree del territorio. La proponente ha chiarito di non voler contestare la vita sociale e gli eventi in sé, ma «esclusivamente gli eccessi incontrollati».

L’Ordine del Giorno e la spaccatura

Dopo una sospensione dei lavori, la maggioranza ha presentato un Ordine del Giorno che impegna il Congresso di Stato e la Segreteria agli Affari Interni a istituire il tavolo multilaterale e ad arrivare entro il 31 dicembre 2026 a una regolamentazione complessiva di ordinanze di chiusura, autorizzazioni agli eventi, ZTL e tutela della quiete pubblica.

Al tavolo parteciperanno Giunte di Castello, Segreterie competenti, Corpi di Polizia, uffici pubblici, residenti, categorie economiche e organizzatori di eventi. Ai promotori della legge popolare viene riconosciuto un ruolo stabile. Il documento è stato approvato a maggioranza.

È qui che si è consumato lo scontro. Emanuele Santi ha spiegato perché RETE non abbia sottoscritto né votato il documento: dopo anni dal deposito del progetto «la politica debba avere il coraggio di dare risposte chiare e definitive», e la scelta del tavolo è «un mero rinvio».

Berti ha respinto l’accusa ricordando che nell’Ordine del Giorno una scadenza precisa c’è. Belluzzi ha negato qualsiasi intento dilatorio, definendo il documento un «mandato ed un impegno istituzionale vincolante» per il Governo.

Il voto e il ritiro

L’articolo 1 del progetto di legge è stato quindi respinto con tre voti favorevoli e sette contrari.

Di fronte all’esito, Capicchioni ha annunciato di non voler proseguire nell’esame degli articoli successivi e ha formalmente ritirato il progetto, rivendicando comunque il valore degli strumenti di partecipazione popolare e chiedendo che il percorso avviato trovi ora un seguito concreto.

Salutando i promotori, Belluzzi ha sottolineato che la loro mobilitazione «non è affatto trascorsa invano», richiamando l’impegno assunto dal Governo e il ruolo riconosciuto al comitato nel futuro tavolo.

I lavori della Commissione sono stati sospesi poco dopo le 13 e aggiornati alle 14.30.

Rumore, la legge di iniziativa popolare respinta e poi ritirata