Vietare lo smartphone ai ragazzi sotto i 14 anni? San Marino dice no. Il Consiglio Grande e Generale ha respinto a maggioranza l’Istanza d’Arengo che chiedeva di introdurre un divieto per i più giovani. Ma il voto ha aperto in Aula un confronto politico molto più largo: quanto si può intervenire per legge e quanto, invece, spetta a genitori, scuola e istituzioni educare i ragazzi a un utilizzo consapevole della tecnologia?
Su un punto le distanze sono apparse ridotte: l’utilizzo precoce e senza controllo di smartphone e social rappresenta un problema da affrontare. È sulla cura, però, che le strade si separano.
Il Governo ha scelto di non seguire quella del divieto. Il segretario di Stato Teodoro Lonfernini ha condiviso le preoccupazioni alla base dell’Istanza, ma ha escluso che vietare in maniera generalizzata lo smartphone possa rappresentare la soluzione più efficace. La linea dell’Esecutivo è quella della “formazione e dell’accompagnamento”, mettendo insieme scuola, famiglia, servizi sanitari ed educazione digitale e rafforzando le attività di prevenzione già avviate.
Una posizione che ha trovato diverse sponde in Aula. Michele Muratori (Libera) si è detto contrario al “proibizionismo”, mentre Nicola Renzi (Rf) ha spostato il bersaglio: il punto, a suo giudizio, non è tanto lo smartphone come apparecchio, quanto l’accesso dei minori ai social network. Da qui l’apertura a limiti più stringenti sulle piattaforme, ritenendo invece eccessivo un divieto generalizzato del dispositivo.
Gian Matteo Zeppa (Rete) ha riportato invece la discussione sulla responsabilità degli adulti, osservando come l’abuso dei dispositivi digitali non riguardi soltanto bambini e adolescenti, ma attraversi l’intera società. Matteo Rossi (Psd) ha indicato nell’educazione e nel lavoro delle Commissioni la strada da percorrere.
A rompere maggiormente questo fronte è stato Mirko Dolcini (D-ML), intervenuto a titolo personale. Pur lasciando aperta la possibilità di rivedere la soglia dei 14 anni, Dolcini ha sostenuto la necessità di una risposta molto più netta di fronte ai fenomeni di dipendenza: “Serve un divieto chiaro e serve un divieto forte”. Una misura che, nella sua lettura, avrebbe anche lo scopo di dare uno strumento concreto alle famiglie.
Sul terreno pratico si è mosso invece Matteo Casali (Rf), sollevando il problema di come un eventuale divieto potrebbe essere realmente applicato e controllato. Un nodo richiamato anche da Giovanna Cecchetti (Gruppo misto) e Aida Maria Adele Selva (Pdcs), che hanno insistito sul ruolo educativo dei genitori e sulle difficoltà di far rispettare per legge un divieto che entrerebbe inevitabilmente anche nella vita privata e domestica delle famiglie.
Una posizione intermedia è arrivata da Carlotta Andruccioli (D-ML). Dubbi sul divieto assoluto dello smartphone, soprattutto per la difficoltà di verificarne concretamente il rispetto, ma apertura a regole più dure sui social network. La proposta è quella di un sistema capace di mettere insieme “giusti divieti sui social network per i minori e investimenti sull’educazione digitale”.
Alla fine, dunque, il divieto dello smartphone sotto i 14 anni non passa. Ma dal confronto consiliare esce una discussione destinata a rimanere aperta. Più che sulla presenza di un problema, il confronto politico si è concentrato sugli strumenti: divieti veri e propri, limiti mirati ai social oppure educazione digitale e maggiore responsabilizzazione degli adulti. Su questo terreno le posizioni restano differenti e l’Istanza d’Arengo è stata respinta a maggioranza.
