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Attualità

Pdl famiglia, Santi (Rete): «Misure frammentarie e incentivi spot, serve un vero progetto Paese»

Santi (Rete): «Misure frammentarie e incentivi spot, serve un vero progetto Paese»

È stato questo uno dei passaggi politici centrali dell’intervento di Emanuele Santi (Rete) in Consiglio Grande e Generale durante l’esame del progetto di legge sulla genitorialità e il contrasto alla denatalità. Santi, pur riconoscendo alcuni passi avanti sul fronte delle tutele, ha giudicato il provvedimento insufficiente e privo di una risposta strutturale su lavoro, salari, casa e servizi, annunciando l’astensione dell’opposizione. Di seguito l’intervento integrale.

«Il progetto di legge licenziato dalla quarta Commissione Consiliare Permanente nella seduta dell’8 maggio 2026 e oggi sottoposto all’esame del Consiglio Grande e Generale interviene in un contesto che rappresenta una delle più grandi emergenze strutturali per la nostra Repubblica: parliamo del crollo demografico e della progressiva e inarrestabile riduzione delle nascite. I dati emersi durante il confronto in Commissione sono drammatici e non consentono più letture rassicuranti o di comodo. Dopo l’ultimo saldo naturale positivo che abbiamo registrato nel lontano 2016, il nostro Paese è entrato in una fase di costante regressione demografica: dalle 131 nascite del 2011 siamo passati alle 144 registrate nel 2024 e alle 166 del 2025; le proiezioni attuali indicano inoltre la concreta possibilità di scendere poco sopra la soglia delle 100 nascite complessive annue già nel corso del 2026, segnando così un minimo storico assoluto per la nostra Repubblica. È proprio in questo quadro allarmante che il Governo ha deciso di presentare il provvedimento attuale, andando a modificare una legge già approvata nel 2022 che purtroppo non ha prodotto alcuno degli effetti sperati, nel tentativo di renderla maggiormente incisiva e di fornire una risposta alla crisi in atto, anche attraverso il recepimento dei principi contenuti nella direttiva europea 2019/1158 in materia di equilibrio tra attività professionale e vita familiare. Tuttavia, dall’analisi della discussione svolta in sede referente, è emerso con estrema chiarezza, e devo dire anche da parte di esponenti delle stesse forze di maggioranza, come questo provvedimento risulti ampiamente insufficiente; si continua a perseguire un approccio che è prevalentemente assistenziale ed economico, fondato su incentivi a pioggia che non affrontano in modo strutturale le cause profonde della crisi della natalità e i reali fattori che oggi impediscono alle nostre famiglie di scegliere liberamente di avere figli. Come forze di opposizione, abbiamo evidenziato a più riprese come il problema della denatalità non possa essere affrontato attraverso misure frammentarie o incentivi spot, ma richieda piuttosto un vero e proprio “progetto Paese”, fondato su politiche strutturali che tocchino il mondo del lavoro, i salari, l’emergenza casa e i servizi pubblici. Nel corso del dibattito in Commissione è stato più volte sottolineato come oggi molti giovani rinunciano a costruire una famiglia non certo per la mancanza di piccoli contributi economici occasionali o una tantum, ma perché sono del tutto privi delle condizioni minime di stabilità e sicurezza necessarie: parliamo di stipendi sempre più erosi dall’inflazione, di una precarietà lavorativa crescente, della difficoltà di accesso all’abitazione e di un costo della vita che è ormai diventato insostenibile per la maggioranza dei cittadini. La perdita di potere d’acquisto dei salari reali, che viene stimata in circa il 25-30% nell’ultimo decennio, unita all’aumento vertiginoso dei canoni di locazione e alla totale carenza di politiche abitative pubbliche efficaci, rappresenta il vero e principale ostacolo alla natalità nel nostro territorio. In assenza di interventi strutturali su questi pilastri fondamentali, le misure puramente economiche e assistenziali contenute in questo progetto di legge rischiano di tradursi in interventi marginali, del tutto incapaci di invertire un trend demografico così negativo. Nel corso dei lavori in Commissione, inoltre, è emerso all’unanimità come lo strumento dell’ICEE, l’indicatore della condizione economica, risulti ad oggi incredibilmente ancora inapplicato, e come molti degli interventi previsti in questo testo possano trovare una piena ed equa attuazione solo a seguito dell’effettiva entrata in funzione di tale strumento, che è indispensabile per calibrare e rendere più equa la distribuzione dei sostegni dello Stato. A questa critica di sostanza si aggiunge una forte contestazione sul metodo che è stato seguito dal Governo durante l’intero iter legislativo. Come forze di opposizione, abbiamo denunciato il deposito continuo di emendamenti governativi all’ultimo minuto, spesso privi di qualsiasi confronto preventivo e reale con le minoranze consiliari e con le parti sociali; si tratta di un metodo di lavoro che ha reso estremamente difficile un esame approfondito e serio dell’articolato e che ha impedito sul nascere quella condivisione politica che un tema di portata storica come questo avrebbe necessariamente richiesto. Nel merito del testo, riconosco comunque con senso di responsabilità che vi sono alcuni elementi positivi. Quando si interviene concretamente per accrescere le tutele e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, è nostro dovere riconoscerlo. Tra gli aspetti positivi ed estensivi vanno evidenziati l’introduzione di maggiori tutele economiche per le lavoratrici, la previsione di un’indennità minima di maternità garantita anche per le donne non occupate o con contratti part-time, il raddoppio del congedo di paternità che passa da 10 a 20 giorni, la formalizzazione e l’istituzionalizzazione della figura fondamentale del caregiver familiare, l’aumento degli assegni familiari ordinari con il relativo adeguamento automatico all’inflazione a partire dal 2027 e l’estensione della riduzione delle rette degli asili nido a partire dal primo figlio. Tuttavia, accanto a questi parziali miglioramenti, permangono criticità profonde che ci impediscono di considerare questo provvedimento come una risposta adeguata e sufficiente alla gravità della situazione. Uno dei punti che abbiamo maggiormente contestato riguarda la persistente disparità di trattamento tra i lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi: nonostante qualche piccolo correttivo, il sistema continua a configurare una sorta di genitorialità di Serie B per le libere professioniste, i liberi professionisti e i lavoratori autonomi, i quali rimangono privi di tutele pienamente paritetiche rispetto a chi lavora come dipendente. Le nostre proposte emendative per introdurre una reale continuità professionale e congedi effettivamente equiparati tra le due categorie sono state sistematicamente respinte. Inoltre, pur apprezzando l’estensione del congedo di paternità a 20 giorni, troviamo fortemente criticabile la previsione che subordina una parte sostanziale di questo beneficio all’accordo preventivo con il datore di lavoro, rischiando di trasformare un diritto teoricamente universale in uno strumento di difficilissima applicazione pratica, specialmente nel settore privato. Anche la formalizzazione del caregiver familiare rappresenta un passo in avanti sulla carta, ma aver fissato il limite di 50 qualifiche annue e un tetto massimo di spesa complessivo di un milione di euro ci appare come una scelta priva di una reale base statistica e programmatoria, che rischia di generare elementi potenzialmente discriminatori tra i richiedenti; come opposizione, abbiamo fortemente contestato anche la previsione che impone ai pensionati di dover rinunciare al proprio trattamento pensionistico per poter accedere ai benefici economici previsti per il caregiver. Un altro nodo politico centrale che voglio denunciare è la mancata attuazione dell’ICEE quale parametro obbligatorio per garantire l’equità sociale. La scelta della maggioranza di continuare a basare l’accesso alle misure previste dalla legge esclusivamente sul reddito imponibile dichiarato, anziché sulla reale situazione economico-patrimoniale complessiva dei nuclei familiari, rischia di perpetuare profonde ingiustizie distributive, finendo per favorire soggetti che possiedono patrimoni rilevanti ma che presentano redditi formalmente contenuti. Rimane inoltre del tutto poco chiara la reale volontà politica del Governo di procedere speditamente verso la piena attuazione dello strumento ICEE; la minoranza ha individuato in questa ambiguità uno dei principali limiti politici di questa riforma. Riteniamo anche che il bonus bebè da 1.000 euro risulti ampiamente insufficiente rispetto ai costi reali e spropositati della prima infanzia: in Commissione abbiamo evidenziato come misure di questo tipo rischino di avere una funzione prevalentemente simbolica ed elettorale, piuttosto che un impatto sostanziale sulle scelte di vita delle giovani coppie. Allo stesso modo, abbiamo espresso forti critiche sulla sanatoria relativa ai debiti pregressi per le rette degli asili nido, che consideriamo un segnale diseducativo nei confronti di quei cittadini che hanno sempre adempiuto correttamente e con sacrificio ai propri obblighi di pagamento. Nel corso del dibattito, le forze di opposizione hanno presentato numerosi emendamenti finalizzati a trasformare questo provvedimento in una vera e propria riforma strutturale di lungo periodo: tra le nostre proposte vi erano l’aumento significativo del bonus natalità, la fornitura gratuita di pannolini e latte artificiale tramite l’ISS, la moratoria totale e l’azzeramento delle rette dei nidi per i primi anni, la riduzione della precarietà lavorativa attraverso la diminuzione della durata massima dei contratti a termine da 24 a 12 mesi, l’introduzione di meccanismi automatici di tutela salariale per recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione, l’attuazione di politiche abitative pubbliche contro la speculazione e per il recupero degli immobili da destinare a canone moderato, la piena equiparazione delle tutele per i lavoratori autonomi, e l’introduzione legislativa del servizio di supporto domiciliare postpartum e del supporto psicologico gratuito per le neomamme. Purtroppo, tutte queste proposte, pur ispirate a criteri di forte equità sociale, sono state sistematicamente respinte dalla maggioranza. Alla luce di queste valutazioni, le forze di opposizione hanno deciso di esprimere un voto di astensione. Si tratta di un’astensione squisitamente politica e di ferma denuncia: riconosciamo i parziali passi in avanti compiuti sul piano delle tutele formali, ma intendiamo evidenziare i limiti insuperabili di un intervento debole, frammentato e privo di una visione complessiva in grado di affrontare realmente l’inverno demografico che sta colpendo la Repubblica. Manca una visione strategica che affronti le vere e strutturali cause della crisi; manca l’applicazione dell’ICEE come strumento di equità sostanziale e alcuni interventi continuano ad essere parametrati solo sul reddito e non sul patrimonio complessivo, segno di una volontà politica ancora troppo timida nel perseguire la giustizia sociale. Infine, è mancato un metodo di lavoro realmente condiviso e partecipato che avrebbe permesso di costruire una riforma più solida, ampia e nell’interesse generale del Paese. La nostra astensione non è dunque una contrarietà preconcetta, ma un richiamo forte e vibrante alla necessità di costruire politiche per la famiglia che siano autenticamente strutturali, capaci di restituire ai nostri giovani la concreta possibilità di immaginare e progettare il proprio futuro all’interno della Repubblica di San Marino».