C’è un dettaglio che a San Marino nessuno ha commentato: negli ultimi mesi l’analisi più lucida sullo stato del Paese non è arrivata dal Consiglio, né da un istituto di ricerca, né da un partito.
È arrivata da una serie di comunicati sindacali. Sono quelli dell’Unione Sammarinese Lavoratori, e messi in fila raccontano una cosa che merita di essere detta chiaramente: quel sindacato ha smesso di fare solo il sindacato e ha cominciato a fare analisi di sistema.
Il pezzo più recente è di due giorni fa. Bollettino di statistica del secondo trimestre, tutti i segni più al posto giusto — aziende in crescita, dipendenti in crescita — e USL che invece di applaudire va a cercare l’ombra sotto la superficie luccicante: i disoccupati in senso stretto sono 72 in più rispetto a giugno dell’anno scorso, dal 2,25% al 2,68%. E soprattutto: il 32,5% di loro ha un diploma, il 28,6% una laurea.
La conclusione che ne trae è quella che un sindacato, storicamente, non dovrebbe trarre: il nostro è un mercato ancora troppo chiuso, e l’apertura annunciata è una speranza. Chiedere più apertura è tradizionalmente il repertorio delle imprese, non dei lavoratori. Che lo dica USL significa che ha guardato i dati prima di guardare il copione.
Il punto non è il singolo comunicato. È che a metterli in fila diventano un dossier unico.
Ad agosto USL parlava di “staffetta generazionale al contrario”: ragazzi che non compaiono nelle liste dei disoccupati perché non cercano lavoro, non studiano, in certi casi non escono di casa. Non un dato statistico — che infatti non li registra — ma quello che raccontano genitori e nonni. Da lì l’Osservatorio Giovani, voluto dalla segretaria generale Francesca Busignani fin dall’insediamento, e il progetto Ri-Attivi.
A gennaio, insieme alle altre sigle, si occupava dei pensionati ex frontalieri schiacciati dalle cartelle dell’Agenzia delle Entrate, portando la questione fino al Parlamento italiano.
A giugno chiedeva conto dei contratti del pubblico allargato scaduti dal 31 dicembre 2024, con gli arretrati ancora appesi.
Ad agosto pretendeva di discutere una bozza di accordo salariale prima che venisse comunicata pubblicamente — dettaglio apparentemente procedurale, in realtà la differenza tra concertazione e comunicato stampa.
E da tempo insiste su un tema che qui viene trattato come folclore: l’inflazione sammarinese che corre più veloce di quella di Rimini, con il potere d’acquisto che si consuma mentre i grafici dell’occupazione salgono.
Adesso rileggeteli tutti insieme. Giovani che si ritirano, laureati fermi in lista, cinquantenni espulsi a pochi anni dalla pensione, denatalità, previdenza, salari che perdono terreno, frontalieri indispensabili e maltrattati. Non sono sette fascicoli. È un fascicolo solo, e riguarda una domanda che il Paese evita da vent’anni: chi lavorerà a San Marino tra quindici anni, e con quali regole.
Il merito di USL è esattamente questo: aver trattato la questione come un sistema, mentre le istituzioni la trattano come una rassegna di risultati. A febbraio si celebrava l’occupazione ai massimi, a maggio la “sostanziale piena occupazione”. Non erano falsità: i dipendenti privati sono 19.619, il commercio ha assorbito 122 addetti in dodici mesi, l’economia tira davvero. Ma i massimi occupazionali e i 92 disoccupati in più stanno nello stesso identico foglio. Chi comunica solo la prima metà non sta informando il Paese, sta facendo la rassegna stampa di se stesso.
C’è poi un passaggio del comunicato di lunedì che vale più di molte relazioni: quello sugli algoritmi. USL osserva che per le competenze tecniche ci si affida sempre più alle macchine, ma che nessun algoritmo replica giudizio, responsabilità, fiducia, capacità di leggere situazioni nuove. Detta da un sindacato di un Paese che discute di intelligenza artificiale soprattutto nei convegni, è una posizione più matura di quanto sembri: non luddismo, non entusiasmo da brochure. Una domanda su cosa resta umano nel valore del lavoro.
Va detto anche l’altro lato, perché altrimenti diventa agiografia. USL non è un ufficio studi neutrale: chiede aumenti, contesta la riforma IGR, difende una constituency precisa, e “aprire il mercato” è una formula che finché non viene riempita di contenuti può significare tutto e il contrario di tutto. Su come si apre — quali tutele, quali tempi, quali contrappesi per i residenti — il confronto sarà duro e legittimo.
Ma il metodo, quello, è giusto. In un Paese piccolo, l’unica risorsa davvero scarsa non è il lavoro: è qualcuno disposto a leggere i numeri fino in fondo anche quando dicono cose scomode.
In questo momento a farlo è un sindacato. Sarebbe il caso che qualcun altro se ne accorgesse — e magari si mettesse a fare lo stesso mestiere, che tecnicamente sarebbe il suo.
