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Attualità

I Capifamiglia accusano Muratori di vendere possibilità come certezze, ma in quattromila parole di replica non citano un solo articolo dell’Accordo: e nell’ultima riga costruiscono la stessa falsa alternativa che gli rimproverano

Il comitato “I Capifamiglia” ha risposto all’editoriale di Michele Muratori  con un testo intitolato “Solo propaganda politica“, nel quale contesta al capogruppo di Libera di trasformare in certezze quelle che sono soltanto possibilità sull’Accordo di associazione con l’Unione Europea. La replica chiede a Muratori documenti, clausole, studi, numeri e garanzie. Non ne contiene nessuno. In quattromila parole non compare un articolo dell’Accordo, un allegato, una cifra, una data di recepimento: è un atto d’accusa contro un’assenza, costruito interamente con un’altra assenza.

Partiamo da ciò che va riconosciuto, perché questo giornale ospita opinioni ma non fa il megafono di nessuno, e questo vale anche per le firme che pubblica.

I Capifamiglia non sono un gruppo anonimo, e chi li liquida così sbaglia bersaglio.

Sono un comitato civico con un responsabile pubblico, Massimiliano Carlini, che ha presentato quesiti referendari davanti al Collegio Garante, ne ha incassato le bocciature, ha depositato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e ha costruito un fronte comune con Partito Socialista e Pro San Marino. Chiedere che i cittadini si esprimano prima della ratifica è una posizione politica legittima, sostenuta con strumenti istituzionali e a viso aperto. Il loro comunicato lo abbiamo pubblicato integralmente, come pubblichiamo il loro punto di vista ogni volta che ce lo mandano. Il diritto di replica, qui, non è mai stato in discussione.

Quello che segue non riguarda il loro diritto di parlare, ma la qualità di ciò che hanno scritto.

E va riconosciuto un secondo punto, prima di arrivare al resto. Quando la replica osserva che Liechtenstein, Malta e San Marino non sono situazioni sovrapponibili, ha semplicemente ragione: lo Spazio economico europeo, l’adesione piena e l’associazione sono tre regimi giuridici diversi, e attribuire per intero la crescita di un Paese a un singolo processo di integrazione è un salto logico che nessun economista firmerebbe.

Il PIL maltese triplicato in vent’anni non è tutto merito di Bruxelles, e lo scriviamo pur avendo ospitato l’editoriale che sosteneva il contrario. Allo stesso modo, l’invito di Muratori a “spazzare via ogni residuo scetticismo” resta la frase più debole del suo intervento: in una Repubblica lo scetticismo non si spazza, si risponde. Su questo i Capifamiglia colgono nel segno, e sarebbe disonesto non dirlo.

Il problema è tutto il resto, e comincia dal passaggio che loro stessi indicano come il cuore della propria argomentazione: cosa succederà quando San Marino dovrà recepire una normativa europea che non condivide. La presentano come la domanda più scomoda, quella che nessuno vuole affrontare.

È una domanda seria. Ed è una domanda a cui il testo dell’Accordo risponde da tempo, per iscritto. La parte istituzionale affida il funzionamento dell’intesa a un Comitato misto in cui sono rappresentati l’Unione e la Repubblica, che decide per comune accordo ed è l’organo destinato a stabilire il termine entro il quale San Marino dovrà adeguare il proprio diritto interno all’evoluzione dell’acquis. Accanto a esso opera un Comitato di associazione a tre, insieme ad Andorra, privo di poteri decisionali.

Il recepimento non riguarda l’intero corpo normativo europeo ma i settori negoziati bilateralmente, con deroghe contrattate sulla base delle caratteristiche dell’economia sammarinese. Tutto questo è descritto nel documento informativo della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri, scaricabile da chiunque abbia una connessione a internet.

Si può ritenere quel meccanismo insufficiente. Si può sostenere che “comune accordo” tra un mercato da centinaia di milioni di consumatori e una Repubblica di trentaquattromila abitanti sia una formula elegante per descrivere un’asimmetria. Si può contestare la composizione del Comitato misto, i tempi di adeguamento, l’assenza di un potere di veto sostanziale. Sarebbero obiezioni tecniche, verificabili, difficili da liquidare, e questo giornale le ospiterebbe con lo stesso spazio che ha dato a tutto il resto. Quello che non si può fare è presentare la domanda come se nessuno avesse mai scritto una risposta. Perché a quel punto il problema non è più la reticenza di chi sostiene l’Accordo: è che chi lo critica non ha letto il documento che sta criticando, oppure lo ha letto e ha preferito non discuterne il contenuto.

Vale la pena ricordare che i Capifamiglia sanno benissimo come si fa. In aprile avevano prodotto un’analisi che citava il Preambolo, l’unione doganale del 1991, l’accordo monetario del 2012, la direttiva sulla cooperazione amministrativa in materia fiscale, e sosteneva una tesi precisa: che l’integrazione con l’Europa esiste già e che l’Accordo la trasformerebbe da flessibile ad automatica. Si può essere d’accordo o no, ma quello era un ragionamento con dei riferimenti dentro. Stavolta hanno scelto la retorica. È una regressione, e l’hanno scelta loro.

C’è poi il criterio su cui poggia l’intera replica, la distinzione tra “potrebbe” e “accadrà”. Nessun accordo internazionale, si dice, può garantire investimenti, occupazione e innovazione. Vero. E irrilevante, perché vale per qualunque atto pubblico mai compiuto da qualunque governo del mondo: nessuna legge di bilancio garantisce la crescita, nessun trattato commerciale garantisce l’export, nessuna riforma sanitaria garantisce la salute. Se “potrebbe non è una garanzia” diventa il metro per decidere, non si decide mai più nulla. Non è uno standard di prova, è un veto permanente travestito da prudenza.

E soprattutto quel metro non viene mai girato verso la propria proposta. I Capifamiglia hanno indicato altrove la loro alternativa: proseguire con gli accordi bilaterali come si è fatto finora. Benissimo. Anche quella è una strada che potrebbe funzionare. Potrebbe garantire l’accesso al mercato nei prossimi vent’anni.

Potrebbe non garantirlo affatto, se l’Unione decidesse di non concedere più singole intese a chi ha rifiutato quella complessiva. Chi pretende certezze da una parte sola non sta chiedendo rigore: sta scegliendo dove appoggiare il righello.

Merita attenzione anche un passaggio minore, perché è quello in cui il metodo si tradisce da solo. Dopo aver contestato a Muratori l’uso degli esempi esteri, il testo aggiunge: “È una omissione voluta (?)”. Virgolette e punto interrogativo.

Si insinua la malafede e ci si ritira contemporaneamente dall’accusa, così da poter dire, se contestati, che era soltanto una domanda. È esattamente l’espediente che il testo rimprovera agli altri per quattromila parole. Chi chiede clausole, studi e numeri non dovrebbe consegnare allusioni tra parentesi.

Ma il punto più significativo arriva alla fine, e non riguarda l’Europa: riguarda la coerenza. La replica dedica un’intera sezione a spiegare che la scelta non è “una gara tra moderni e retrogradi”, che le false alternative sono un espediente scorretto, che si può essere europei senza rinunciare a scegliere. È il passaggio migliore del testo, quello scritto meglio e argomentato meglio.

Poi si chiude così: i sammarinesi vogliono davvero essere “normali”, oppure vogliono semplicemente continuare a essere sammarinesi?

Una falsa alternativa perfetta, costruita a poche righe di distanza dalla condanna delle false alternative. Normali oppure sammarinesi. O di qua, o di là. Esattamente lo schema che si era appena finito di denunciare come inaccettabile quando lo usava qualcun altro. Non è una svista stilistica: è la prova che il testo non contesta un metodo, contesta chi lo usa. Quando lo schema binario lo costruisce Muratori è propaganda; quando lo costruiscono i Capifamiglia, nell’ultima riga, diventa identità.

Resta il fatto che su una cosa hanno perfettamente ragione, ed è la cosa da cui questo giornale parte: San Marino non ha bisogno di essere rassicurato, ha bisogno di essere informato. Appunto. Il dibattito su un trattato destinato all’applicazione provvisoria dal primo gennaio si fa sul testo, non sull’aggettivazione dell’avversario.

Quindi la richiesta è la stessa per entrambe le parti. A chi sostiene l’Accordo: smettere di misurarlo con il PIL del Liechtenstein e spiegare quali settori sammarinesi pagheranno i costi di adeguamento, in che tempi, con quali risorse e con quale sostegno pubblico.

A chi lo contesta: lasciare per un momento il terreno del “potrebbe” e dirci quale articolo non va bene, quale allegato è squilibrato, quale termine di recepimento è insostenibile per le imprese del Titano.

La domanda giusta non è se i sammarinesi vogliano essere normali o sammarinesi. È quale sarà, concretamente, il peso della Repubblica dentro quel Comitato misto che deciderà “per comune accordo” quanto tempo avremo per riscrivere le nostre leggi.

Quella risposta la aspettiamo. Da tutti e due.