Venticinque anni fa il G8 di Genova: cosa è successo davvero in quei giorni che l’Italia non può permettersi di dimenticare

da | 20 Lug 2026

Il 20 luglio 2001 moriva in piazza Alimonda Carlo Giuliani, 23 anni. Poi la scuola Diaz, definita da un funzionario di polizia “macelleria messicana”, e le torture di Bolzaneto. Per chi oggi ha vent’anni è storia mai studiata: ecco cosa accadde, e perché un quarto di secolo dopo se ne parla ancora.

Venticinque anni fa, in questi stessi giorni, Genova era il centro del mondo. Dal 19 al 22 luglio 2001 la città ospitava il vertice del G8, il summit dei capi di Stato e di governo delle otto maggiori potenze, con Silvio Berlusconi padrone di casa, George W. Bush, Tony Blair, Vladimir Putin. Attorno alla “zona rossa” blindata che proteggeva i potenti si radunarono centinaia di migliaia di manifestanti da tutta Europa: era il movimento no global, un’onda di ragazzi, sindacati, associazioni cattoliche e centri sociali che contestava una globalizzazione fatta, dicevano, per i mercati e non per le persone. Chiedevano cose che oggi suonano quasi profetiche: giustizia climatica, tassazione della finanza, cancellazione del debito dei Paesi poveri.

Quelle giornate finirono nel sangue, e sono ricordate come una delle pagine più buie della storia della Repubblica italiana.

Piazza Alimonda, la Diaz, Bolzaneto

Il 20 luglio, durante gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, in piazza Alimonda un carabiniere di vent’anni sparò da un defender assediato uccidendo Carlo Giuliani, 23 anni, che brandiva un estintore. L’inchiesta fu archiviata riconoscendo l’uso legittimo delle armi, ma quella foto, il ragazzo a terra col passamontagna, il defender, la pistola, è diventata il simbolo di una frattura mai ricomposta tra una generazione e lo Stato.

La notte del 21 luglio, a manifestazioni finite, centinaia di agenti fecero irruzione nella scuola Diaz, dove dormivano manifestanti, giornalisti e avvocati del Genoa Social Forum. Il bilancio: 93 fermati, decine di feriti, alcuni gravissimi, sangue sui muri e sui sacchi a pelo. Per giustificare il blitz furono portate come prove due bottiglie molotov che, come accertarono i processi, erano state introdotte dagli stessi agenti. Fu un alto funzionario di polizia presente quella notte, non un attivista, a definire la scena una “macelleria messicana”. Molti dei fermati finirono nella caserma di Bolzaneto, trasformata in quello che i giudici hanno descritto come un luogo di umiliazioni e violenze sistematiche: pestaggi, minacce, persone costrette a stare per ore contro il muro, insulti e vessazioni di ogni tipo.

I processi accertarono i fatti ma produssero poche pene effettive, divorate dalla prescrizione, anche perché all’epoca in Italia il reato di tortura non esisteva: sarebbe stato introdotto solo nel 2017, e non a caso. Fu la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2015 e negli anni successivi, a condannare l’Italia stabilendo che quanto avvenuto alla Diaz e a Bolzaneto fu, giuridicamente, tortura, e che lo Stato italiano non si era dotato di strumenti per punirla. Nessun vertice delle forze dell’ordine pagò davvero: molti dei dirigenti coinvolti proseguirono la carriera.

Perché ricordarlo oggi

Oggi, a venticinque anni esatti dalla morte di Carlo Giuliani, piazza Alimonda torna a riempirsi per la commemorazione, e i giornali italiani provano a raccontare quei giorni a chi nel 2001 non era ancora nato. Non è un esercizio di nostalgia. Genova 2001 pone domande che non sono invecchiate di un giorno: quanto dissenso è disposta a tollerare una democrazia? Chi controlla chi ha il monopolio della forza? Cosa succede quando lo Stato, invece di fare i conti con i propri abusi, li copre?

E c’è un’ultima amara ironia che la storia ha consegnato a quella stagione: molte delle battaglie di quel movimento deriso e manganellato, dal clima alle diseguaglianze prodotte da una globalizzazione senza regole, sono diventate esattamente le crisi del nostro presente. I ragazzi di Genova avevano torto nei modi di qualche frangia, e su questo la condanna delle violenze di piazza resta sacrosanta. Ma su cosa stesse succedendo al mondo, venticinque anni dopo, è difficile sostenere che avessero visto male.

Ricordare non è un gesto contro qualcuno. È il minimo che una democrazia deve a sé stessa, perché ciò che non viene guardato in faccia, prima o poi, si ripete.

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