Martedì, alle 22.35, sotto un post sul solito collegamento ferroviario Borgo–Città, Andrea Mularoni — collaboratore di San Marino Rtv — scrive che la tv di Stato è governista. E aggiunge che, per sua natura, lo è giustamente.
Non “è governista ed è un problema”. È governista ed è giusto così. Tra parentesi, come si fa con le ovvietà.
Adesso circola la voce che Rtv lo avrebbe sospeso. Nessuno l’ha confermata, quindi resta una voce. Ma se fosse vera sarebbe l’unico atto concreto di tutta la storia. E il più imbarazzante, perché una sospensione non smentisce niente: colpisce chi ha parlato, non chi ha ragione.
Cosa è successo, in ordine
Mercoledì mattina Rtv si dissocia “categoricamente”, si definisce la televisione di tutti e avverte che mettere in dubbio la sua indipendenza significa colpire il cuore del sistema democratico.
Nel pomeriggio arriva la Segreteria con delega all’Informazione: respinge con fermezza, ricorda che la politica non impartisce direttive ai giornalisti, chiede a chi sostiene il contrario di dimostrarlo con fatti concreti.
Il Serenissima Sera, intanto, apre il codice etico dell’emittente all’articolo 8, quello sui comportamenti social di dipendenti e collaboratori.
Tre carte in ventiquattr’ore. Nessuna che dica la sola cosa che serviva: no, non è vero, e soprattutto no, non sarebbe giusto.
Perché l’avverbio è tutto
Che Rtv sia percepita come vicina al governo lo dicono le opposizioni da vent’anni, a turno, ogni volta che perdono. Non è notizia, è arredamento.
La notizia è che stavolta non è un’accusa. È un’approvazione. E arriva da uno che quel mondo lo frequenta: candidato in politica, poi staff comunicazione del governo precedente, poi comunicazione dell’Iss, oggi collaboratore della televisione pubblica.
Percorsi tutti legittimi. Ma uno con quel curriculum che scrive “governista” non sta facendo una critica dall’esterno. Sta facendo una perizia.
Il colpo che manca il bersaglio
Nello stesso commento c’è la stoccata ai “due giornali di partito”, uno dei quali “con un direttore responsabile che non è giornalista”. Il riferimento è a Marco Severini. E qui il tiro è andato lungo di parecchio.
Perché giornalesm.com non è una testata giornalistica e non pretende di esserlo: lo scrive da sé, in fondo a ogni pagina. È un sito di informazioni. Un blog. Come tale non ha, e non deve avere, un direttore responsabile iscritto a nessun registro.
Severini, dal canto suo, non ha mai finto di essere un giornalista: è un editore. E il giornale che edita — il Serenissima Sera, nato ad aprile — ha un direttore giornalista con una carriera lunga quarant’anni e interamente verificabile: Fabrizio Maffei, Rai, TG1, due volte direttore di Rai Sport. Esattamente il contrario della cosa contestata.
Dettaglio finale, involontariamente comico: la tesi del direttore non iscritto al registro è la stessa che quel blog usò due anni fa, documenti alla mano, per chiedersi chi fosse il direttore responsabile della tv di Stato.
Chi paga il conto
Non è un pezzo contro Rtv. In viale Kennedy ci lavorano professionisti veri, con curricula pubblici, costruiti in redazioni serie. Sono gli unici che pagano.
Da oggi hanno due strade, brutte entrambe: farsi sospettare di compiacenza, oppure caricare la mano contro il governo per non esserlo. Un pezzo scritto per difendersi da un sospetto è condizionato quanto un pezzo scritto per compiacere.
Il problema non è la redazione. È chi le sta intorno, spiega come funziona e trova che funzioni bene.
La memoria corta sui “fatti concreti”
Le prove sono già state chieste una volta. A gennaio 2025 fu il comitato di redazione di Rtv — i giornalisti, non un commentatore notturno — a denunciare ingerenze politiche bipartisan e a precisare di non essere portavoce di nessuno.
La Commissione li convocò. La politica chiese nomi e cognomi. L’ordine del giorno delle opposizioni fu respinto. Poi silenzio.
Diciotto mesi dopo si torna a chiedere fatti concreti come se quella pratica non fosse mai esistita. Non è una richiesta: è un meccanismo. Se fai i nomi sei un delatore, se non li fai parli a vanvera. Zero a zero, palla al centro.
Il bilancio
L’azienda si è dissociata dalla persona. Il governo si è dissociato dall’insinuazione. E forse qualcuno, in queste ore, si è dissociato dallo stipendio.
Dall’avverbio non si è dissociato nessuno. Ed era l’unica cosa da smentire





