La CSdL esprime forti perplessità sull’ipotesi di riforma dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, che dovrebbe approdare nei prossimi giorni in prima lettura in Congresso di Stato. Secondo quanto annunciato dal Segretario di Stato per il Lavoro Alessandro Bevitori, la delibera sarà infatti iscritta all’ordine del giorno della prossima seduta dell’esecutivo.
Il sindacato ricorda di aver già illustrato le proprie osservazioni nel corso di un recente incontro con il Governo e durante il dibattito pubblico del 9 luglio, al quale hanno preso parte, oltre allo stesso Bevitori, Andrea Menicucci di Repubblica Futura, William Vagnini (ANIS), Maurizio Ceccoli (Consorzio Etico e Cooperativa Sociale In Volo) e il segretario generale della CSdL Enzo Merlini.
Secondo la Confederazione, “le linee guida della riforma dovrebbero basarsi sulla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, prendendo in considerazione anche le norme adottate dai vari Paesi europei”. La documentazione raccolta dalla CSdL, si legge nel comunicato, evidenzierebbe come “le normative costruite sull’obbligo di assunzione per le imprese in base alle loro dimensioni, con adeguati meccanismi di incentivi e disincentivi, ovvero specifiche sanzioni in caso di inadempienza, sono molto più efficaci rispetto a quelle basate esclusivamente su sistemi incentivanti“.
Nel comunicato viene citato anche il modello italiano, dove le sanzioni possono arrivare a 196,05 euro al giorno per ogni posto scoperto, pari a circa 69.500 euro l’anno, mentre un rapporto dell’Agenzia Regionale per il Lavoro dell’Emilia-Romagna viene indicato come esempio dell’efficacia del sistema, pur evidenziando una crescita molto più rapida delle iscrizioni al collocamento mirato rispetto all’aumento dei posti disponibili.
La principale critica della CSdL riguarda però il meccanismo previsto dalla bozza di riforma. “Stando alla attuale legge sammarinese (L. 71/1991), ancorché inapplicata, i posti in obbligo sarebbero circa 700 (di cui 500 nel privato)“, ricorda il sindacato. Con la proposta in discussione, invece, “l’obbligo verrebbe ridotto a una persona con disabilità ogni 35 dipendenti: i posti crollerebbero a circa 200 (dei quali la metà nel settore pubblico). Sarebbe un pessimo punto di partenza“.
La Confederazione sottolinea inoltre che, con il nuovo sistema, dovranno essere ridefiniti anche i criteri di accertamento delle capacità lavorative delle persone con disabilità, mentre nel computo rientreranno sia gli invalidi già occupati sia gli specifici contratti stipulati dall’ISS, che nel 2025 sono stati 182, in gran parte nel settore pubblico allargato.
Nel comunicato vengono riportati anche alcuni dati: a novembre scorso gli iscritti con invalidità compresa tra il 40% e il 64% erano 25, mentre le persone titolari di pensione sociale o di invalidità in età lavorativa erano circa 500. “Un simile taglio dei posti in obbligo lascerebbe senza prospettive occupazionali centinaia di persone; dubitiamo che le imprese assumerebbero a prescindere da obblighi e sanzioni, solo sulla base di incentivi. In altri Paesi, impostazioni simili non funzionano“, afferma la CSdL.
Il sindacato apre infine alla possibilità di istituire un fondo finanziato dalle imprese per sostenere gli incentivi alle assunzioni, ma precisa che, “qualora il diritto al lavoro delle persone con disabilità rimanesse un obiettivo non realizzato, occorrerebbe una decisa sterzata verso un impianto sanzionatorio mirato e incisivo“.





