Diamo tutti per scontato che la legge dei dieci anni sia una buona legge: ma una norma che manda a casa il segretario capace e quello incapace lo stesso giorno, non è un modo elegante per dire all’elettore che di lui non ci fidiamo?

da | 8 Lug 2026

Egregio Direttore,

in questi giorni si è tornati a discutere del limite dei dieci anni per i Segretari di Stato, e ho notato una cosa: tutti ne parlano come di una conquista, mai come di un problema. È “il ricambio”, è “la garanzia contro i potentati”. Nessuno si chiede se sia davvero una buona legge.

Provo a farlo io, da cittadino qualunque.

Partiamo da cosa serve, davvero, una norma così. Serve come un’assicurazione: ti protegge dal governante pessimo di cui non riesci a liberarti, quello che si incolla alla poltrona e che le urne, chissà perché, non riescono a scalzare. Fin qui, sacrosanto. Il punto è il premio che paghi per quell’assicurazione: per cacciare il segretario che non vuoi, la legge caccia allo stesso modo anche quello che vorresti tenere. Il timer non distingue. Allo scadere del decimo anno manda a casa l’incapace e il competente lo stesso giorno, con lo stesso gesto, senza guardare in faccia a nessuno dei due.

Ed è qui la stranezza che vorrei sottoporle. Noi un metodo per distinguerli ce l’avremmo già: si chiama voto. È uno strumento continuo, che si può usare ogni volta, e che porta con sé un’informazione preziosa — se uno ha governato bene o male lo sanno gli elettori, non il calendario. La legge dei dieci anni fa una cosa curiosa: prende quel giudizio e lo sostituisce con una data fissa. In pratica dice al cittadino: non ci fidiamo che tu sappia riconoscere quando è ora di cambiare, quindi decidiamo noi al posto tuo, a orologeria.

Mi si obietterà — giustamente — che qui è tutto piccolo, che ci si conosce tutti, che le conoscenze contano e che il voto, da solo, è una leva debole. Vero. Ma se la nostra democrazia è fragile, la risposta non può essere sostituirla con un calendario: la si rinforza. Alla debolezza del voto non si risponde togliendo la scelta, si risponde rendendola più libera.

Non sto dicendo che chi governa oggi governi male, né sto difendendo qualcuno in particolare: il consenso, a quanto pare, c’è, e questo rende il mio ragionamento persino più scomodo. Perché il costo di questa legge — rinunciare a chi ha lavorato bene — lo pagheremmo proprio nel momento in cui non ne avremmo bisogno, per un’emergenza che non stiamo vivendo.

Allora la domanda che le lascio è semplice. Siamo sicuri che il limite dei dieci anni sia una garanzia per noi cittadini? O è l’unica occasione in cui a noi cittadini viene tolto il diritto più elementare: premiare chi ha governato bene, e tenerlo?

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