Due ex appartenenti ai servizi segreti italiani sono finiti agli arresti domiciliari con l’accusa di aver passato informazioni riservate alla Russia. L’operazione, coordinata dalla magistratura e condotta dal Ros dei Carabinieri dopo un’attività di controspionaggio avviata dall’Aisi, ha portato anche all’iscrizione nel registro degli indagati di altre cinque persone, tra cui quattro carabinieri fino a ieri in servizio.
Al centro dell’inchiesta c’è un presunto sistema di spionaggio che avrebbe consentito di far arrivare a funzionari russi, coperti da immunità diplomatica, notizie riservate riguardanti l’intelligence italiana e gli armamenti prodotti dal Paese. Secondo gli investigatori, ogni consegna di documenti sarebbe stata pagata con 4.000 euro in contanti.
Gli incontri tra i presunti protagonisti sarebbero avvenuti in luoghi pubblici, come parchi e bar, dove le informazioni venivano scambiate attraverso foglietti scritti a mano, telefoni nascosti e schede di memoria lasciate in punti concordati. L’indagine sarebbe iniziata oltre un anno fa, dopo una segnalazione dell’Aisi, e si è sviluppata attraverso attività di osservazione e intercettazione.
Tra gli arrestati figura Gavino Raoul Piras, 59 anni, ex appartenente al comparto intelligence ed ex sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Gli inquirenti lo ritengono il principale referente del presunto agente russo coinvolto nell’inchiesta. Nel suo curriculum figurano incarichi operativi in Afghanistan e Iraq, oltre a una decorazione militare statunitense ricevuta nel 2012 e numerose pubblicazioni dedicate al mondo dell’intelligence.
Ai domiciliari è finito anche Vincenzo Di Pasquale, 59 anni, ex dipendente dell’Aisi. Tra gli indagati compaiono inoltre quattro militari dell’Arma e un’altra persona, accusati a vario titolo di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, spionaggio politico o militare, rivelazione di segreti di Stato e accesso abusivo a sistemi informatici.
Nel corso delle perquisizioni gli investigatori hanno sequestrato anche 20 mila euro in contanti, trovati nella disponibilità di uno degli indagati. L’inchiesta prosegue ora per ricostruire l’entità delle informazioni trasmesse e verificare eventuali ulteriori responsabilità.





