In un Paese in cui i giornali si contano sulle dita di una mano, l’orientamento editoriale di ciascuno non si compensa con quello degli altri: pesa, e definisce il quadro. La discussione aperta in Commissione Affari Esteri il 29 aprile ha messo a fuoco un problema che non è più riconducibile a una semplice lagnanza politica, ma a una questione di infrastruttura democratica. Tre i nodi: la confusione tra informazione e comunicazione, il modello di finanziamento, la giurisprudenza sulla diffamazione.
C’è una premessa che il dibattito sammarinese sull’editoria, da almeno quindici anni a questa parte, fatica a mettere a fuoco con chiarezza. Ed è una premessa di scala. In Italia, in Francia, in Germania, l’orientamento di una testata si compensa con quello di un’altra: il lettore che legge *Repubblica* sa di essere su un fronte editoriale, quello che legge *Il Giornale* sa di essere sull’altro, e l’ecosistema dell’informazione si regge sulla pluralità — non perché ogni singolo giornale sia oggettivo, ma perché la concorrenza tra prospettive divergenti restituisce, nel complesso, un quadro plurale.
A San Marino questa premessa non vale. Le testate sono poche, e ciascuna pesa molto più di quanto peserebbe in un mercato editoriale di scala continentale. Quando una di queste testate fa informazione orientata, non c’è un’altra che la bilancia: c’è, nella migliore delle ipotesi, un’altra testata altrettanto orientata in direzione contraria. Il risultato è che il cittadino non costruisce un’opinione informata leggendo più fonti, ma sceglie quale parzialità preferire. È in questa scala — e soltanto in questa scala — che la richiesta di oggettività smette di essere un’aspirazione astratta e diventa una condizione di funzionamento del sistema democratico.
Informazione e comunicazione: una distinzione che non è più rinviabile
Il primo nodo strutturale è terminologico, e per questo viene troppo spesso sottovalutato. Chiunque, oggi, può comunicare: aprire un blog, gestire una pagina social, lanciare un sito di notizie con una manciata di euro all’anno. Fare informazione, invece, è un’altra cosa: implica metodo, verifica delle fonti, separazione tra fatti e opinione, responsabilità professionale identificabile. La legge sammarinese sull’editoria non distingue chiaramente i due piani, e il risultato è che il finanziamento pubblico, le tutele professionali e la legittimazione formale di “testata” finiscono per coprire, indistintamente, attività che hanno natura completamente diversa.
Il punto è stato richiamato in Commissione da più voci. Antonella Mularoni (RF) ha definito l’informazione uno dei presidi fondamentali dei sistemi democratici, annunciando per giugno la presentazione di un progetto di legge che metta al centro proprio la separazione tra giornalismo e comunicazione, l’istituzione di un Ordine dei giornalisti anche a San Marino, e la revisione del meccanismo dei contributi pubblici. La proposta di Mularoni è radicale nella sua semplicità: smettere di finanziare con denaro pubblico chi, formalmente, non esercita la professione giornalistica. Una norma che, da sola, riallineerebbe il perimetro del sostegno editoriale alla sua funzione costituzionale.
Il problema della scala: perché in un piccolo Stato l’oggettività diventa strutturale
È qui che entra in gioco l’argomento più solido emerso nella seduta. In un Paese di poche decine di migliaia di abitanti e di un pugno di testate, ha sostenuto Manuel Ciavatta (PDCS) nel suo intervento, l’oggettività non è un’aspirazione editoriale ma una necessità sistemica. Quando i giornali, in un Paese piccolo come il nostro dove ce ne sono pochi, non fanno informazione in modo oggettivo, ognuno cerca di diffondere la propria opinione — ma quella, ha aggiunto, non è vera informazione.
L’esempio portato è concreto e replicabile in decine di altri casi. Nelle settimane scorse San Marino ha collocato un’emissione di titoli di Stato a condizioni significativamente più favorevoli rispetto al passato, con un risparmio stimato di circa cinque milioni di euro nel solo 2026. Si tratta di un dato tecnico oggettivamente positivo: meno interessi pagati significa più risorse disponibili per spesa pubblica, investimenti o riduzione della pressione fiscale. La copertura mediatica, in alcuni casi, ha invece scelto di concentrarsi esclusivamente sulla preesistenza del debito, oscurando il dato di merito dell’operazione.
Il punto non è se sia legittimo, da parte di una testata, sottolineare le criticità. Lo è. Il punto è se sia accettabile, in un sistema con pochi organi d’informazione, che la criticità diventi l’unica chiave di lettura disponibile per il cittadino. La risposta, ovviamente, è no — perché in un mercato editoriale ampio la voce critica si bilancia con quella che mette in evidenza i meriti, mentre in un mercato editoriale ristretto la voce critica, se rimane unica, diventa “l’informazione”.
L’analogia con l’università sammarinese, sviluppata nello stesso intervento, chiarisce il concetto. In Italia ogni grande città dispone di più atenei con orientamenti diversi: il pluralismo è garantito dalla numerosità. A San Marino l’università è una sola, e proprio per questo deve essere costituzionalmente neutra. Lo stesso ragionamento, applicato all’informazione, porta a una conclusione precisa: gli organi di informazione, e in primo luogo San Marino RTV come servizio pubblico, devono compiere lo sforzo massimo per essere il più possibile oggettivi. Non perché lo richieda un codice deontologico astratto, ma perché lo richiede la matematica del sistema.
Il modello di finanziamento e il condizionamento implicito
Il secondo nodo strutturale è economico. I giornali, ovunque nel mondo, non si sostengono soltanto con la pubblicità e con le donazioni, e questo dato vale a maggior ragione in un mercato pubblicitario sottile come quello sammarinese. Ne consegue, come ha osservato Gerardo Giovagnoli (PSD) in Commissione, che chi mette i soldi finisce per dirigere, almeno in parte, l’impostazione politica della testata che finanzia. È un fenomeno che esiste in tutti i sistemi editoriali, ma che nei piccoli Stati assume contorni più nitidi: il numero ridotto di finanziatori potenziali, l’identificabilità dei rapporti, la trasparenza imperfetta delle proprietà rendono il legame tra finanziamento e linea editoriale particolarmente esplicito.
C’è poi il fronte digitale, che in questa fase amplifica il problema invece di attenuarlo. Le pagine social che spuntano “come funghi” — l’espressione è dello stesso Giovagnoli — senza che sia chiaro chi vi stia dietro, costituiscono un ecosistema parallelo non regolato in cui la responsabilità editoriale è di fatto assente. Mentre la stampa tradizionale ha un direttore, una sede legale, una proprietà identificabile, il blog o la pagina anonima non rispondono a nessuno. È in questo spazio grigio che si consumano gli attacchi personali, le campagne d’odio, le diffamazioni mascherate da satira politica — e che, per riflesso, contaminano anche la percezione della stampa tradizionale.
Il bavaglio che non c’è: il vero confine è tra critica e diffamazione
Il terzo nodo, infine, è giuridico. Ogni volta che il Parlamento ha provato, negli ultimi due decenni, a intervenire sulla normativa editoriale, una parte significativa della stampa ha letto l’iniziativa come un tentativo di bavaglio. È una lettura comoda, ma sbagliata. Come ha richiamato in Commissione il Segretario di Stato Luca Beccari, non si tratta di mettere il bavaglio, ma di garantire trasparenza e imparzialità: chiedere a un organo di informazione di rispettare standard professionali non è un attacco alla libertà di stampa, è la condizione che fonda la libertà di stampa.
Il problema giuridico più concreto, su questo terreno, è il confine tra diritto di critica e diffamazione. La giurisprudenza sammarinese, secondo Beccari, tende a far ricadere sotto l’ombrello della legittima opinione politica condotte che, sul piano sostanziale, sono diffamazioni — attacchi alla persona privi di qualsiasi nesso con l’attività politica oggetto del dibattito. Il risultato è duplice: i bersagli rinunciano spesso a denunciare, perché la denuncia stessa amplifica il danno mediatico; e gli autori delle diffamazioni si sentono progressivamente più liberi di reiterare le condotte, sapendo che il rischio sanzionatorio è remoto. È un meccanismo che, alla lunga, normalizza l’inaccettabile.
A questo si aggiunge un dato che il dibattito politico italiano risolve con maggior chiarezza: nei sistemi editoriali maturi, l’orientamento di una testata è dichiarato. Il lettore di *Avvenire* sa di leggere un giornale d’ispirazione cattolica, quello del *Manifesto* sa di leggere un giornale di sinistra. A San Marino, invece, ogni testata si dichiara indipendente, ma il dubbio sull’orientamento reale resta a tutti. Non si può confondere — è la sintesi — l’indipendenza con un’informazione costantemente centrata in una direzione precisa. Il lettore sammarinese, in altre parole, ha diritto di sapere su quale fronte si trovi quando apre un giornale, esattamente come il lettore italiano.
Il consenso politico c’è. Ora serve l’atto
La novità, rispetto agli analoghi tentativi del passato, è che il riconoscimento della natura strutturale del problema attraversa oggi quasi integralmente l’arco parlamentare. PDCS, PSD, Repubblica Futura, Domani Motus Liberi: con accenti diversi, ciascuna forza ha ammesso in Commissione che la legge sull’editoria oggi non è più adeguata, che la distinzione tra informazione e comunicazione va codificata, che il sistema dei contributi pubblici va ricalibrato e che un Ordine dei giornalisti diventa una necessità non più rinviabile. Anche le voci più caute, come quella di Dalibor Riccardi (Libera), hanno riconosciuto che alcuni organi non danno risalto alle questioni in maniera oggettiva, ma piuttosto di parte: la differenza, in questo caso, riguarda la priorità nell’agenda di legislatura, non l’esistenza del problema.
È un punto politicamente significativo. La riforma dell’informazione, fino a pochi mesi fa, veniva presentata come un dossier di parte: chi la chiedeva era accusato di volere il bavaglio, chi la respingeva di voler proteggere la disinformazione. Oggi, per la prima volta, il dibattito si è spostato sul piano del “come” e non più del “se”. E “come” significa: con quali strumenti tecnici, con quali tempi, con quale articolazione tra Ordine professionale, finanziamento pubblico, codice deontologico, regime sanzionatorio.
L’occasione, da qui ai prossimi mesi, è concreta. La proposta annunciata da Repubblica Futura entro giugno, l’apertura al dialogo emersa dai banchi del Governo, il riconoscimento trasversale della scala del problema costituiscono nel loro insieme una finestra di opportunità che il Parlamento sammarinese, dopo anni di rimando, non può permettersi di chiudere di nuovo.
Perché in un Paese che aspira a una piena integrazione con l’Unione Europea e che fa dell’identità democratica uno dei suoi tratti costitutivi, un’informazione che si presenta come indipendente ma non lo è del tutto, e che troppo spesso confonde la critica con la denigrazione, è un problema di infrastruttura. E un problema di infrastruttura non si risolve con il dibattito: si risolve con la legge.





