Di Raffaele Bruni
Ho scelto non a caso questa data, il 12 maggio 2026, per pubblicare questo nuovo contributo sulla rilevanza geopolitica dell’Artico. L’Artico – ormai avete imparato a conoscerlo attraverso diversi contributi su queste pagine – è per noi una delle principali fabbriche di instabilità a livello globale.
Perché quindi questa data? Il 12 maggio del 1926, esattamente cento anni fa, il dirigibile Norge alla guida dell’ufficiale dell’aeronautica e progettista Umberto Nobile sorvola il Polo Nord completando il 14 maggio, con il suo atterraggio a Teller, in Alaska, la prima traversata transpolare completa della storia.
Una regione ancora semisconosciuta
All’inizio del Novecento l’Artico rappresentava ancora uno degli ultimi grandi spazi non completamente esplorati del pianeta e la conquista del Polo Nord geografico costituiva uno degli obiettivi simbolicamente più rilevanti dell’epoca delle esplorazioni eroiche. Le spedizioni ottocentesche e dei primi decenni del Novecento avevano prodotto enormi avanzamenti geografici e scientifici, ma avevano anche mostrato i limiti logistici dell’esplorazione terrestre e navale tradizionale.
Nel primo dopoguerra, il progresso dell’aeronautica aprì una nuova prospettiva: il dominio dell’aria poteva trasformare radicalmente l’esplorazione polare. I dirigibili, in particolare, apparivano strumenti ideali per le regioni artiche. Essi possedevano infatti autonomia elevata, capacità di trasporto, velocità relativamente costante e possibilità teorica di sorvolare territori privi di infrastrutture terrestri. Alla missione del Norge partecipava anche Roald Amundsen, l’esploratore norvegese che aveva raggiunto il Polo Sud nel 1911. Dopo aver completato le grandi esplorazioni terrestri, Amundsen comprese che il futuro delle esplorazioni polari sarebbe passato attraverso l’aviazione. Il progetto venne sostenuto economicamente dall’esploratore e finanziatore statunitense Lincoln Ellsworth. La spedizione si configurava quindi come il risultato di una cooperazione internazionale fra Italia, Norvegia e Stati Uniti. La trasvolata assunse così il significato simbolico di vittoria della modernità sui limiti geografici tradizionali.
Il contesto geopolitico dell’Artico era differente da quello contemporaneo, ma già caratterizzato da elementi di competizione internazionale. Le potenze di allora iniziavano, infatti, a comprendere l’importanza strategica delle regioni polari. Abbiamo visto nell’articolo dedicato alle isole Svalbard che proprio in quegli anni (1920) era stato siglato a Parigi il trattato internazionale che fa da sfondo alla presenza in Artico di tutti i paesi che svolgono un ruolo significativo in questa regione1. In un articolo precedente abbiamo parlato della disputa tra Danimarca e Stati Uniti sulla Groenlandia2.
Il volo ebbe importanti implicazioni scientifiche. La spedizione raccolse dati meteorologici, geografici e magnetici sull’Artico centrale, e pertanto il Norge contribuì a un significativo avanzamento nella conoscenza delle regioni polari. Dal punto di vista geopolitico, la spedizione mostrò che l’Artico poteva essere integrato nelle reti globali. Questa intuizione avrebbe acquisito enorme importanza durante la Guerra fredda, quando l’Artico sarebbe diventato uno dei principali teatri della deterrenza nucleare e delle rotte strategiche missilistiche ed è alla base delle attuali tensioni tra le grandi potenze.
La vocazione scientifica della presenza italiana
Questa apertura a metà tra una rievocazione e uno sfondo di contesto ci porta al tema che volevo affrontare oggi e che riguarda il ruolo e la presenza italiana in questa regione. L’occasione anche qui è la pubblicazione il 16 gennaio 2026 del Rapporto sulla Politica Italiana nell’Artico, redatto dai ministeri degli esteri e della difesa e della ricerca che delinea la strategia nazionale per il Grande Nord e aggiorna la strategia italiana sull’Artico a distanza di circa dieci anni dalle precedenti “Linee guida nazionali” del 20153.
Questo ruolo è attestato concretamente in tutti gli episodi che hanno caratterizzato i nostri contatti con l’Artico. Più ancora che la prima spedizione di Nobile, sarà il secondo progetto dell’esploratore italiano, quello del dirigibile Italia a indicare questa via scientifica della presenza italiana. Il disegno di Nobile, che aveva scelto Ny-Ålesund, nelle Svalbard, come base operativa principale, prevedeva cinque voli sul pack. In realtà il terzo volo portò al tragico incidente alla morte di molti partecipanti. Questa vicenda passerà poi alla storia per aver creato la prima operazione internazionale di ricerca e recupero a cui parteciperanno diversi paesi4.
Questa caratterizzazione scientifica della spedizione è stata messa in luce da due storici della Fisica, Matteo Leone (Università Torino) e Nadia Robotti (Università di Genova) in un lavoro del 2026. Gli autori sostengono che la tragedia che ha accompagnato la spedizione rischia di cancellare proprio questa natura. Secondo gli autori, la spedizione Italia rappresentò “the first air expedition to the North Pole with important scientific objectives”5.
Diversamente dalle precedenti missioni polari, finalizzate alla scoperta geografica o al raggiungimento del Polo Nord, l’impresa del 1928 si basava su un articolato programma di ricerca scientifica comprendente geomagnetismo, elettricità atmosferica, radioattività, propagazione delle onde elettromagnetiche, oceanografia, batteriologia e meteorologia. Prova ne è la partecipazione di due importanti fisici Aldo Pontremoli e František Běhounek6.
Non si tratta di ripetere il famoso, quanto fuorviante slogan “Italiani brava gente”, anche perché come si vedrà molti sono gli interessi economici delle imprese italiane nell’area. Ma è pur vero che questo è il tratto distintivo della nostra presenza, espressamente richiamato nel dossier governativo.
Le basi italiane nel Grande Nord
E’ proprio il peso della ricerca che ha consentito all’Italia di ottenere nel 2013 lo status di Paese osservatore presso il Consiglio Artico, l’organismo che riunisce i paesi della regione. Questo riconoscimento è confermato dal comunicato ufficiale della Farnesina del 15 maggio 2013 che annuncia l’accettazione della candidatura. “Riconoscendo sia la lunga consuetudine di attiva partecipazione del nostro paese alle ricerche e studi sull’Artico (…) la decisione del Consiglio incoraggia ora l’Italia ad accrescere ulteriormente il suo impegno per l’Artico”7. Lo stesso è riconosciuto anche nella pagina ufficiale del CNR sull’Artico “Nel 2013 l’Italia è stata ammessa, in qualità di osservatore, nel Consiglio Artico per la considerevole attività svolta da tempo nella regione, sia a livello scientifico che economico”8.
La dimensione scientifica è la strategia fondante che viene posta al centro della strategia artica italiana. Ad essa si aggiunge il riconoscimento della peculiarità e la vulnerabilità di questo ambiente. La sostenibilità non è comunque definita solo sul piano ambientale ma parte del riconoscimento che la regione artica è abitata da circa “quattro milioni di persone, di cui 500.000 appartenenti a popolazioni indigene”. Secondo la visione del Governo italiano, proprio queste popolazioni locali vengono considerate centrali nella definizione delle politiche future poiché i cambiamenti climatici modificano profondamente le condizioni tradizionali di vita basate su caccia, pesca e allevamento.
La produzione di conoscenza scientifica assume oggi un valore geopolitico crescente. I dati climatici, ambientali e satellitari vengono implicitamente descritti come asset strategici, capaci di influenzare ambiti vasti che riguardano anche la governance internazionale e la pianificazione infrastrutturale. Senza contare gli impatti sulle politiche energetiche e sulla sicurezza marittima.
La dimensione della sicurezza
Nell’equilibrio complessivo geopolitico dell’Artico ha giocato un ruolo rilevante l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. L’adesione dei due Paesi nordici modifica infatti profondamente la geografia strategica dell’Europa settentrionale, facendo del Mar Baltico uno spazio quasi interamente NATO e aumentando la continuità territoriale euro-atlantica nel Nord Europa.
Inoltre la Finlandia possiede una lunga esperienza operativa in ambienti subartici, elevate capacità di resilienza territoriale e competenze avanzate nella guerra in climi estremi. Mentre la Svezia, da parte sua, apporta capacità industriali e tecnologiche rilevanti, oltre a infrastrutture strategiche nel Baltico settentrionale. L’allargamento della NATO però aumenta inevitabilmente la sensibilità strategica dell’Artico europeo.
A questo proposito dobbiamo ricordarci che la Russia si affaccia su circa la metà dell’Artico mentre l’altra metà riguarda paesi, che dopo l’ingresso di Finlandia e Svezia, fanno tutti parte della NATO. Inoltre lo stretto di Bering è l’unico luogo dove Stati Uniti e Russia si confrontano direttamente in pochi kilometri. il deterioramento del contesto internazionale successivo all’invasione russa dell’Ucraina del 2022 da una parte e l’alleanza in chiave artica di Russia e Cina dall’altra hanno modificato radicalmente gli equilibri geopolitici del Grande Nord.
La Russia ha assunto una postura molto assertiva nell’area con la militarizzazione della fascia artica del suo territorio. In questa prospettiva la penisola di Kola assume una centralità strategica fondamentale, poiché ospita una parte decisiva delle capacità nucleari navali russe, inclusi sottomarini strategici appartenenti alla Northern Fleet. La Russia ha incrementato le capacità operative in ambiente polare al fine di consolidare il controllo russo sulle rotte marittime artiche e sulle risorse energetiche.
In questo contesto l’obiettivo che si pone l’Italia è quello del rafforzamento della deterrenza collettiva. Al suo fianco è previsto lo sviluppo della cosiddetta “situational awareness”, cioè la capacità di monitoraggio e di presidio del territorio. Nell’Artico contemporaneo, infatti, la superiorità informativa costituisce una componente essenziale della sicurezza. Ciò mostra come sempre più la dimensione scientifica e quella della sicurezza siano interconnesse.
Protezione delle infrastrutture critiche
Un altro fronte strategico riguarda la protezione delle infrastrutture critiche. Il documento osserva che l’Artico sta assumendo crescente rilevanza per i cavi sottomarini e le telecomunicazioni ma anche per la presenza di infrastrutture energetiche e di terminali LNG.
La vulnerabilità di queste infrastrutture è un problema crescente nel quadro della competizione fra grandi potenze. I cavi sottomarino sono esposti infatti in ambiente artico non solo al rischio di sabotaggio ma anche all’usura dovuta agli ambienti estremi ghiaccio. Nell’ambito della sicurezza delle infrastrutture critiche sottomarine opera Leonardo, coinvolta dal 2019 nel progetto ARCSAR (Arctic Security and Emergency Preparedness Network).
Oltre alle infrastrutture già operative sono in cantiere progetti strategici di connettività digitale nell’Artico. Il primo è il Far North Fiber9, iniziativa che mira a collegare Europa, Nord America e Giappone attraverso una rete sottomarina in fibra ottica lunga circa 14.000–17.000 km, sfruttando le rotte artiche rese più accessibili dal cambiamento climatico. Il progetto punta a ridurre la latenza dei tempi di trasmissione tra Asia ed Europa e ad aumentare la resilienza geopolitica delle infrastrutture dati globali.
Un altro progetto centrale è Arctic Connect, promosso inizialmente dalla Finlandia tramite l’operatore statale Cinia, con l’obiettivo di creare un collegamento digitale tra Europa e Asia lungo la Northern Sea Route. Il sistema, progettato per estendersi per circa 13.800 km, ha subito rallentamenti e sospensioni dovuti al mutato contesto geopolitico10.
Infine, particolarmente rilevante è anche Quintillion, la prima rete in fibra ottica sottomarina operativa nell’Artico statunitense. La rete collega diverse comunità dell’Alaska settentrionale attraverso oltre 1.700 miglia di infrastrutture terrestri e sottomarine, con l’obiettivo di rafforzare la connettività broadband nelle aree più remote e, in prospettiva, creare future connessioni verso Asia ed Europa11.Il ruolo dello spazio e dei satelliti
Dentro al comparto sicurezza, in senso allargato, l’ambiente artico dà risalto alla dimensione spaziale e satellitare. In generale la governance dell’area, con ad esempio la crescita delle rotte marittime, fa sì che la sicurezza non possa più essere garantita esclusivamente attraverso infrastrutture terrestri, navali o aeronautiche tradizionali. In un ambiente caratterizzato da enormi distanze, condizioni meteorologiche estreme, limitata presenza infrastrutturale e crescente rilevanza strategica, lo spazio diventa infatti una condizione essenziale per esercitare capacità di monitoraggio, previsione, comunicazione e coordinamento operativo. Ciò vale anche per tutti i sistemi di controllo e di monitoraggio che riguardano le condizioni ambientali. Il cambiamento climatico artico non è soltanto una questione ambientale, ma un fattore strategico globale. I dati raccolti attraverso sistemi spaziali hanno ormai implicazioni dirette sulla sicurezza energetica, sulla navigazione marittima, sulla pianificazione infrastrutturale e sulla prevenzione dei rischi climatici. Particolare attenzione viene dedicata dal Rapporto anche alla costellazione italiana COSMO-SkyMed, indicata come uno dei principali contributi nazionali alle capacità di osservazione terrestre.
Le difficoltà della gestione delle reti di comunicazione nelle regioni polari pongono sfide tecniche significative ai sistemi convenzionali di comunicazione, soprattutto alle latitudini più elevate. Per questo motivo lo sviluppo di architetture satellitari avanzate viene considerato essenziale. In tale prospettiva, la connettività spaziale viene presentata come una componente critica della resilienza artica contemporanea.
L’Italia partecipa ai programmi europei e NATO (NATO NORTHLINK) collegati al dominio spaziale. Un ruolo centrale viene però attribuito al sistema europeo Galileo. L’autonomia europea nella navigazione satellitare assume crescente importanza nel quadro della competizione tecnologica globale. Galileo è un elemento strategico capace di garantire (i) la precisione nella navigazione polare; (ii) il supporto logistico; (iii) l’indipendenza tecnologica; (iv) la sicurezza dei trasporti marittimi e aerei; (v) la continuità operativa in ambienti estremi.
La stessa logica viene applicata al programma IRIS², la nuova costellazione europea per comunicazioni satellitari sicure12. Gli autori suggeriscono che l’Artico costituisca uno dei contesti nei quali tale infrastruttura potrà acquisire maggiore rilevanza La competenza italiana nello spazio può costituire uno dei principali strumenti attraverso cui il Paese contribuisce alla governance artica senza sviluppare una presenza militare autonoma permanente nella regione.
La dimensione economica
Campo di interesse strategico riguarda il settore energetico che può contare sul fatto che “ENI ha maturato una vasta conoscenza di contesti ad alta complessità come quello artico”. Peraltro il gruppo energetico sostiene il Centro di Ricerca “Aldo Pontremoli”, dedicato allo studio delle trasformazioni ambientali artiche del CNR.
Un altro settore strategico è, come abbiamo visto, quello spaziale e satellitare; il monitoraggio continuo dell’Artico richiede strumenti avanzati e in questo ambito siamo presenti e-Geos, una joint venture tra l’Agenzia Spaziale Italiana e Telespazio, che si occupa anche nella gestione dei dati provenienti dal sistema satellitare COSMO-SkyMed.
Anche lo sviluppo delle rotte marittime artiche apre importanti opportunità per la cantieristica navale italiana. Le condizioni operative artiche richiedono navi compatibili con il Polar Code13, rompighiaccio, tecnologie avanzate per ambienti estremi e infrastrutture resilienti. In questo settore opera Fincantieri e la controllata norvegese Vard. Secondo il documento “Fincantieri […] ha raggiunto una leadership mondiale nel progetto e nella costruzione di navi dedicate all’ambiente artico”.
Non poteva mancare il rilievo ai minerali critici e alle risorse energetiche, visto che il progressivo scioglimento dei ghiacci aumenterà l’accessibilità di queste risorse con un focus particolare è dedicato alla Groenlandia. Il documento afferma che “nel quadro della transizione energetica e delle catene di approvvigionamento globale un posto di particolare rilievo sarà gradualmente assunto dalla Groenlandia”. Va considerato però a questo proposito che molte risorse groenlandesi sono ancora soltanto stimate dai geologi e necessitano di attività di esplorazione diretta. Tuttavia, essi prevedono che gli investimenti aumenteranno progressivamente nel medio periodo grazie all’abbondanza di risorse disponibili. Si punta a sviluppare tutte le fonti alternative dall’energia eolica, all’energia marina, dall’efficienza energetica alla geotermia. Su questo ultimo segmento in particolare l’Italia presenta una esperienza d’avanguardia con ENEL Green Power e nello specifico nel 2024 è stato firmato un Memorandum d’Intesa tra Italia e Islanda sulla cooperazione nel settore geotermico14.
Conclusioni
Nel Rapporto sulla Politica Artica Italiana vi è un’affermazione che sintetizza efficacemente la trasformazione in corso nel Grande Nord e il significato strategico che questa regione ha ormai assunto “quello che accade in Artico non resta in Artico”.
L’Artico non rappresenta più un margine remoto o periferico del sistema globale. Meglio ancora usando quanto ho spiegato lungamente con la relazione di RiskShop dei giorni scorsi, fa parte di quei “bordi spessi” dove si addensano i cambiamenti più significativi. La regione polare appare oggi sempre più integrata nelle dinamiche strategiche che collegano Atlantico, Indo-Pacifico, spazio extra-atmosferico e reti digitali globali. In questo senso, la trasformazione dell’Artico costituisce uno dei laboratori più avanzati delle nuove forme di competizione geopolitica del XXI secolo.
In questo quadro, l’Italia ha scelto di costruire la propria presenza non attraverso una proiezione militare autonoma, ma tramite la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica e il multilateralismo. La scienza, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto uno strumento di cooperazione internazionale o di produzione di conoscenza, ma diventa anche un elemento di presenza strategica. L’Italia prova quindi a ritagliarsi uno spazio nell’Artico soprattutto attraverso competenze tecnologiche avanzate, capacità scientifiche e partecipazione alle reti multilaterali euro-atlantiche.
Questa strategia deve però confrontarsi con un contesto sempre più competitivo e militarizzato. La regione che per anni era stata presentata come spazio privilegiato della cooperazione internazionale sta progressivamente assumendo le caratteristiche di un’area di confronto strategico permanente.
L’Artico, in definitiva, non è più soltanto il luogo delle esplorazioni eroiche del Novecento o uno scenario simbolico del cambiamento climatico. È ormai uno degli spazi nei quali si stanno ridefinendo gli equilibri del sistema internazionale contemporaneo. E il modo in cui gli Stati riusciranno a governarne le trasformazioni contribuirà a determinare non solo il futuro della regione polare, ma anche quello dell’ordine globale nei prossimi decenni.





