Donald Trump torna ad alzare la tensione sul dossier iraniano e, in un’intervista al Financial Times, rilancia uno scenario pesante: “Preferirei prendere il petrolio iraniano”. Una frase che, insieme all’ipotesi evocata sull’isola di Kharg, principale snodo dell’export di Teheran, riaccende le preoccupazioni su un possibile salto di qualità del confronto tra Stati Uniti e Iran.
Sul terreno, intanto, la situazione resta estremamente delicata. Secondo indiscrezioni riportate dai media americani, Washington starebbe valutando anche opzioni militari più dirette, compresa la possibilità di operazioni terrestri mirate. Il dispositivo militare Usa in Medio Oriente avrebbe ormai superato le 50 mila unità, con l’arrivo di nuovi contingenti e mezzi navali. Tuttavia, diversi analisti sottolineano che questi numeri non sarebbero comunque sufficienti per sostenere una vera invasione su larga scala in un Paese vasto e strategicamente complesso come l’Iran.
Nel frattempo, la diplomazia prova a non spegnersi. A Islamabad si sono riuniti i ministri degli Esteri di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita nel tentativo di costruire una via d’uscita politica alla crisi. Tra le ipotesi in discussione c’è anche una possibile riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per gli equilibri energetici mondiali.
Da Teheran, però, i toni restano durissimi. Le autorità iraniane accusano gli Stati Uniti di preparare in segreto un intervento militare e ribadiscono che non accetteranno alcuna resa. Un quadro che rende sempre più fragile l’equilibrio nell’area e che continua ad alimentare timori anche sui mercati internazionali del petrolio.




