San Marino si prepara a dare finalmente una forma ufficiale al proprio inno nazionale, ma il percorso non è affatto tranquillo. In Consiglio Grande e Generale è partito l’iter per trasformarlo in un simbolo di Stato regolato per legge, al pari di bandiera e stemma. Il vero nodo, però, non è la musica: è il testo.
Fino ad oggi, infatti, l’inno sammarinese è sempre esistito senza parole ufficiali. Quello cantato nelle scuole e nelle cerimonie deriva da un adattamento storico, mai formalizzato. Ora invece arriva una proposta nuova, con una lirica rivista e resa definitiva.
Ed è proprio qui che si accende lo scontro.
La nuova versione punta su concetti come libertà, identità e radici storiche, introducendo anche riferimenti simbolici – come il “dono del Santo” – che dividono l’aula. Per alcuni consiglieri si tratta di un richiamo coerente con la tradizione del Paese; per altri, invece, è un elemento troppo legato alla leggenda e poco alla storia concreta.
C’è poi chi critica il cambio di struttura rispetto al testo “tradizionale”, ritenuto più familiare e radicato, e chi invita alla prudenza: modificare un inno significa intervenire su qualcosa destinato a durare nel tempo, forse per generazioni.
Dal governo, il Segretario agli Esteri Luca Beccari difende il lavoro svolto, spiegando che non si tratta di una riscrittura arbitraria ma di un adattamento necessario per rendere l’inno coerente, uniforme e riconoscibile. L’obiettivo è chiaro: evitare usi impropri e dare finalmente dignità istituzionale a un simbolo centrale dello Stato.
Il dibattito però è solo all’inizio. Tra richieste di modifiche e proposte alternative, una cosa è certa: l’inno di San Marino non è più solo una melodia, ma è diventato un terreno di confronto su identità, storia e futuro del Paese.




