Il 28º regime societario europeo, noto come “EU Inc”, è stato al centro della recente riunione online del Comitato Esecutivo della CES, la Confederazione Europea dei Sindacati. Per la CSdL ha partecipato il Segretario Confederale Stéphane Colombari, rappresentante della Confederazione nello stesso organismo.
Al centro del confronto c’è la proposta della Commissione Europea che punta a introdurre un quadro giuridico unico per le imprese che operano nel mercato unico, con l’obiettivo di semplificare le regole, favorire gli investimenti e rafforzare la competitività. Ma proprio questo impianto, secondo il sindacato, apre una serie di interrogativi sul piano delle tutele.
Come viene spiegato nel comunicato, “questo nuovo sistema consentirebbe alle aziende di adottare un unico quadro giuridico valido in tutta l’UE, che superi le normative nazionali”. In una prima fase, si legge ancora, “lo strumento era stato concepito soprattutto per sostenere lo sviluppo delle start-up e delle imprese innovative, ma l’impostazione della proposta lo renderebbe potenzialmente appetibile anche per società di dimensioni maggiori”, con il rischio, sottolineato dalla CSdL, che possa diventare uno strumento utile “per aggirare le normative nazionali più avanzate, ovvero che prevedono diritti più strutturati e fruibili per i lavoratori”.
La posizione espressa dal movimento sindacale europeo è di forte cautela. “Il movimento sindacale europeo ha espresso forte preoccupazione, ritenendo che la proposta, così come formulata, non garantisca tutele sufficienti per i lavoratori”, si legge nel testo diffuso dalla Confederazione. In particolare, secondo quanto evidenziato, “si teme che il nuovo regime possa permettere alle imprese di aggirare le leggi nazionali sul lavoro e i contratti collettivi, indebolendo diritti fondamentali come informazione, consultazione, salari, sicurezza sociale e obblighi fiscali, con il rischio di dumping sociale e concorrenza sleale tra imprese”.
Nel comunicato viene inoltre richiamato anche il metodo con cui si starebbe procedendo sul piano europeo. “I sindacati criticano anche il tentativo di accelerare l’approvazione della proposta senza un adeguato confronto con le parti sociali”, viene osservato. E ancora: “Nelle conclusioni del Consiglio dell’UE si registra infatti un forte accento sulla semplificazione e sulla riduzione degli oneri per le imprese, con scarsi riferimenti al dialogo sociale, alla contrattazione collettiva e alla creazione di lavoro di qualità”.
Accanto ai punti di criticità, il confronto ha toccato anche il tema della politica industriale europea. Nel documento si evidenzia infatti che “i leader europei hanno richiamato la necessità di rafforzare una strategia industriale fondata sul principio del ‘Made in Europe’”, un orientamento che, come precisa la nota, punta a sostenere “produzione, investimenti e occupazione all’interno dell’Unione europea, promuovendo filiere industriali europee, autonomia strategica e sviluppo tecnologico attraverso politiche industriali coordinate e strumenti pubblici di sostegno”.
Su questo terreno, la CSdL si colloca in una linea di continuità con il sindacalismo europeo. “Un’impostazione che il movimento sindacale sostiene da tempo, chiedendo che la competitività europea sia costruita sulla qualità del lavoro e sugli investimenti, e non sulla deregolamentazione”, viene rimarcato nel comunicato.
Il tema, secondo la Confederazione, non riguarda soltanto l’Unione Europea in senso stretto ma tocca da vicino anche la Repubblica di San Marino, soprattutto in relazione al percorso di integrazione con Bruxelles. “In questo contesto, il dibattito assume particolare rilevanza anche per la Repubblica di San Marino. Con l’accordo di Associazione con l’Unione Europea, tali integrazioni alla normativa europea in materia societaria e di mercato interno potrebbero ripercuotersi anche sulla legislazione sammarinese”, si legge.
La nota insiste poi su un elemento che viene considerato di protezione, ma non sufficiente a escludere possibili effetti indiretti. “È vero che la validità erga omnes dei contratti di lavoro (si tratta pressoché di un unicum nel panorama internazionale) ci mette più al riparo rispetto ad altri ordinamenti”, osserva la CSdL, ma subito dopo aggiunge che “l’eventuale diffusione di regimi societari alternativi e più flessibili, che rischiano di mettere sotto pressione la contrattazione collettiva, l’uniformità di trattamento, la tutela dei lavoratori e le condizioni di concorrenza equilibrate tra le imprese europee, non ci lascia affatto indifferenti”.
Nella riunione del Comitato Esecutivo, viene sottolineato, “la CSdL ha condiviso queste preoccupazioni”. Un passaggio che si inserisce in una lettura più ampia del fenomeno, dove il nodo centrale resta quello del rapporto tra apertura del mercato, armonizzazione delle regole e tenuta dei diritti sociali.
Il comunicato chiude con un richiamo netto ai possibili effetti di lungo periodo. “Il rischio evidenziato dal movimento sindacale è che, in assenza di adeguate clausole di salvaguardia, l’integrazione nel mercato europeo possa favorire modelli regolativi più deboli, con possibili ripercussioni sulla qualità del lavoro, sulla tenuta della contrattazione collettiva e sull’efficacia generale dei contratti nazionali, in particolare nei paesi ove è meno strutturata”. E infine la conclusione politica della CSdL: “Il dumping contrattuale e sociale all’interno dell’Ue è già presente e non va di certo ampliato, tutt’altro”.




