Valutazioni “a sentimento”: nella PA scoppia il caso meritocrazia

da | 23 Mar 2026

Sotto accusa il sistema introdotto dalla DGFP: premi economici legati ai giudizi, ma senza criteri oggettivi. Tra malumori, ironia negli uffici e ricorsi, cresce il rischio di una nuova frattura interna

C’è un punto, spesso ignorato, in cui la macchina pubblica smette di essere un’istituzione e diventa percezione. È lì che si gioca la fiducia dei cittadini. Ed è proprio lì che oggi, a San Marino, si sta consumando una polemica silenziosa ma profondissima: quella sulla valutazione dei dipendenti della Pubblica Amministrazione.

Un sistema introdotto anni fa, sotto la guida dell’allora dirigente della DGFP che oggi torna al centro del dibattito interno agli uffici e nei corridoi della politica. Non con clamore, ma con un malessere crescente. Perché quel modello, nato con l’obiettivo dichiarato di premiare il merito, rischia di aver prodotto l’effetto opposto: alimentare discrezionalità, incertezza e, in alcuni casi, sfiducia.

Il nodo è tutto qui: la valutazione. Che dovrebbe essere uno strumento di crescita, di miglioramento, di riconoscimento. E invece viene percepita da molti come una zona grigia. Un territorio dove i criteri oggettivi si diradano e lasciano spazio all’interpretazione, al giudizio soggettivo, talvolta – dicono alcuni – persino all’arbitrio.

Eppure, questa volta, la questione ha assunto un peso ancora più concreto. Perché la valutazione non è più solo un giudizio astratto: incide direttamente sul portafoglio. Soprattutto per i nuovi contratti della PA, quelli che – come previsto dagli accordi sindacali – non prevedono più i tradizionali dieci scatti automatici. Al loro posto, entra in gioco il meccanismo premiale: un +2% per chi ottiene “eccellente”, +1,5% per “ottimo”, +1% per “buono”.

Tradotto: la valutazione diventa salario. Diventa carriera. Diventa riconoscimento economico.

Ed è proprio qui che si accende la miccia.

Perché quando un sistema che incide direttamente sullo stipendio si fonda su criteri percepiti come non pienamente oggettivi, il rischio di tensioni è inevitabile. E infatti, negli uffici pubblici, il malumore cresce. Si racconta di valutazioni molto diverse da dirigente a dirigente. Di criteri applicati in modo non uniforme. Di giudizi che, in alcuni casi, non sembrano tenere conto nemmeno di elementi oggettivi come richiami formali o cartellini di ammonimento.

E poi c’è il segnale più sottile, ma forse più rivelatore: l’ironia. In alcuni uffici sono comparsi cartelli ironici, quasi goliardici, dove vengono riportati voti bassi assegnati a dipendenti “non graditi”. Con frasi che oscillano tra la battuta e la provocazione: “abbiate pazienza, con questo voto siamo pure incapaci”.

Una risata amara. Che però racconta molto più di mille comunicati.

Perché quando un sistema di valutazione diventa oggetto di ironia interna, significa che qualcosa, nel meccanismo di fiducia, si è incrinato. E quando il merito diventa materia di discussione soggettiva, il passo verso il conflitto è breve.

Non a caso, si moltiplicano i casi di contestazione. I dipendenti che ritengono ingiusta la propria valutazione possono attivare procedure di verifica, arrivando a mettere in discussione il giudizio del dirigente. Un diritto sacrosanto, certo. Ma che, in un contesto già fragile, rischia di trasformare il sistema in un vero e proprio guazzabuglio amministrativo, fatto di ricorsi, contro-ricorsi e tensioni crescenti.

E allora la domanda torna, più urgente di prima: siamo di fronte a un sistema che premia davvero il merito o a un meccanismo che amplifica la discrezionalità?

Perché il principio è giusto. Sacrosanto, anzi. Superare gli automatismi, legare la crescita alla qualità del lavoro, responsabilizzare i dipendenti pubblici: tutto questo va nella direzione di una Pubblica Amministrazione moderna.

Ma senza criteri chiari, oggettivi, misurabili e – soprattutto – insindacabili, il rischio è quello di costruire una meritocrazia fragile, esposta alle interpretazioni, alle relazioni personali, alle dinamiche interne.

E una meritocrazia fragile non è meritocrazia. È percezione.

Forse è arrivato il momento di fermarsi e rimettere mano a quel modello. Di rafforzarlo. Di blindarlo con parametri certi, uguali per tutti, verificabili. Perché quando in gioco ci sono stipendi, carriere e dignità professionale, la discrezionalità non può essere la regola.

San Marino è un Paese piccolo. Qui tutto si vede, tutto si sa, tutto pesa di più. Anche una valutazione.

E allora la speranza è semplice, quasi elementare: che si passi finalmente dal discrezionale all’oggettivo. Prima che questo sistema, nato per migliorare la Pubblica Amministrazione, finisca per incrinarne ancora di più gli equilibri.

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