A poco più di un mese dal dibattito parlamentare italiano sul nodo armi e vincoli europei, di cui Insider si era occupata in un’analisi pubblicata a maggio, la Commissione Europea ha messo nero su bianco una novità che ridisegna in parte la cornice. Nella mattinata di oggi 3 giugno, in occasione della pubblicazione del pacchetto di primavera del Semestre Europeo, Bruxelles ha annunciato l’estensione della clausola di salvaguardia nazionale, finora attivabile solo per le spese in difesa, anche agli investimenti nella sicurezza energetica e nella transizione fuori dai combustibili fossili. È una risposta concreta, anche se condizionata, alle richieste che Roma aveva avanzato nelle settimane scorse.
Cosa cambia
L’annuncio porta la firma del commissario all’Economia Valdis Dombrovskis: ciascuno Stato membro potrà richiedere una flessibilità fiscale fino allo 0,3% del PIL all’anno per il triennio 2026-2028, con un limite cumulato dello 0,6% del PIL sull’intero periodo. La distribuzione non è obbligata a essere lineare: si potrà, ad esempio, usarne lo 0,2% un anno e lo 0,4% l’anno dopo, secondo l’esigenza dello Stato richiedente. Le spese ammesse riguardano misure che riducano la dipendenza dai combustibili fossili importati e rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico, e dovranno essere state adottate a partire da febbraio 2026.
Per l’Italia, sulla base dei dati Istat 2025, lo 0,3% del PIL annuo vale circa 6,8 miliardi di euro, con un tetto cumulato che si avvicina ai 13,6 miliardi nel triennio. Una cifra significativa, soprattutto in un momento in cui la crisi energetica innescata dal conflitto Usa-Iran sta facendo lievitare i prezzi del petrolio e del gas, e in cui i costi dell’elettricità italiana sono già tra i più alti d’Europa, anche per via della forte dipendenza dal gas che la Commissione, oggi, ha esplicitamente richiamato.
La condizione che fa la differenza
C’è però un passaggio che merita di essere letto con attenzione, perché è quello che rende il sì di Bruxelles meno generoso di quanto possa sembrare. La nuova flessibilità sull’energia non è un capitolo a sé. Resta dentro il perimetro già esistente dell’1,5% del PIL previsto dalla clausola nazionale di salvaguardia per la difesa. Tradotto: chi vuole accedere alla deroga energetica deve prima aver attivato la clausola per la difesa. Non si tratta quindi di risorse aggiuntive, ma di una possibilità di riallocare una parte di quel margine, riservato finora soltanto alla spesa militare, anche verso investimenti energetici strutturali.
Per gli Stati che hanno già esaurito l’1,5% interamente per la difesa, l’accesso alla nuova flessibilità sarà comunque possibile, ma soggetto a una valutazione aggiuntiva sulla sostenibilità del debito. È un dettaglio non secondario in un quadro in cui, come Insider aveva ricostruito nel pezzo sull’Italia stretta tra l’impegno NATO al 5% e la procedura per disavanzo eccessivo, il governo italiano si trovava in una posizione di fatto sfavorevole rispetto agli altri Paesi UE proprio sulla clausola di salvaguardia. La novità di oggi, almeno sulla carta, ne amplia l’utilizzo, ma non ne cambia l’impianto.
La soddisfazione di Giorgetti e il contesto
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che il 1° maggio aveva ottenuto al Senato la risoluzione che impegnava il governo a chiedere interlocuzioni a Bruxelles sulla flessibilità del Patto, ha espresso oggi pubblicamente la propria soddisfazione. Dombrovskis, parlando con un gruppo ristretto di media tra cui ANSA, ha riconosciuto apertamente che la mossa risponde a una richiesta italiana specifica: “Considerato il forte interesse dell’Italia per questa soluzione di flessibilità fiscale, posso presumere che l’Italia sarà interessata a utilizzarla”, ha dichiarato il commissario. È, in effetti, una concessione che premia in modo riconoscibile il pressing di Roma delle ultime settimane, anche se ancora dentro paletti rigidi.
Il quadro complessivo resta quello descritto nel nostro precedente articolo. L’Italia continua a essere stretta tra impegni internazionali, soprattutto quello assunto al vertice NATO de L’Aja del giugno 2025 sul 5% del PIL in difesa entro il 2035, e vincoli europei che non si possono aggirare con un decreto. La novità di oggi non risolve quel nodo: lo allarga, leggermente, includendo l’energia tra le voci ammissibili. Sarà il governo, nelle prossime settimane, a decidere come utilizzare questa apertura, e in che equilibrio collocarla rispetto agli altri impegni di spesa che il Paese ha sul tavolo, dalla manovra di autunno alla scadenza del 31 maggio appena passata sui prestiti SAFE per la difesa.
Una cosa, intanto, resta evidente: ogni passo avanti del dossier richiede a Roma una scelta esplicita di priorità. La cornice europea, oggi più di un mese fa, mette a disposizione qualche margine in più. Ma anche quel margine, come tutto il resto, è risorsa contesa.





