
Dentro ti cambia perché ti costringe a maturare. Ti mette addosso una responsabilità che fino a quando non la vivi è difficile spiegare. Non è solo il peso dell’incarico in sé: è il desiderio di essere all’altezza, di non deludere le istituzioni che rappresenti, ma anche le persone che hai accanto, a partire dalla tua famiglia. Per me questo aspetto è stato forse ancora più forte perché vengo da una storia personale e politica lontana dai riflettori. Nella mia famiglia non c’è una tradizione di esposizione pubblica di questo tipo e, in qualche modo, sono stato il primo a vivere un percorso del genere. Questo inevitabilmente ti porta a sentire ancora di più il peso e l’onore di ciò che stai facendo.
Ma la Reggenza ti cambia anche fuori. È inevitabile: cambia il modo in cui gli altri ti guardano. Persone che magari non ti conoscevano ti hanno osservato in quel ruolo e, forse, hanno imparato a stimarti. Altre, che prima sapevano chi eri, magari ti percepiscono cambiato o più distante.
Io però mi sono dato una regola fin da quando ho iniziato a fare politica: non cambiare in funzione del ruolo. Perché se cambiassi per adattarmi alla carica, finirei per fare l’attore. E io non lo sono.
Credo che cambiare sia giusto, anzi necessario. Il cambiamento, inteso come maturazione, dovrebbe essere uno degli obiettivi di ciascuno di noi. Ma maturare non significa diventare improvvisamente seri, ombrosi, distaccati. Non significa perdere il gusto di una battuta, di un sorriso, della leggerezza quando è possibile. Ed è così che ho vissuto il rapporto umano con i sammarinesi.
Con il massimo rispetto dovuto al ruolo, ma senza indossare una maschera. Cercando di restare la stessa persona che ero prima di entrare al “meno uno” di Palazzo Pubblico. Perché credo che le istituzioni siano più forti quando chi le rappresenta riesce ad essere autentico.
Matteo Rossi, le faccio la domanda più diretta possibile: chi glielo ha fatto fare? Sei mesi senza privacy, sempre sotto pressione, ogni parola pesata. Ne vale davvero la pena?
Tra le cose più belle che mi sentivo dire durante il semestre ce n’era una che mi colpiva particolarmente: “In televisione lei Eccellenza sorride sempre”. Ed era vero. Sorridevo perché stavo vivendo qualcosa per cui avevo lavorato tanto. Ma soprattutto perché sentivo che quel sorriso non era solo mio. Sapevo che dietro di me c’erano tante persone che in quel momento sorridevano insieme a me: la mia famiglia, gli amici, tante persone che hanno condiviso un percorso fatto di sacrifici, di impegno, di attese. In qualche modo era anche il loro momento per tirare il fiato e godersela.
Detto questo, sono sei mesi intensi. Sei mesi nei quali, in un certo senso, ti annulli come persona. Non perché smetti di essere te stesso, ma perché per un periodo smetti di essere al centro della tua vita: il tempo non è più tuo, le energie non sono più tue, tutto ruota attorno al ruolo e alla responsabilità.
Sono sicuramente sei mesi indimenticabili, ma ricordo che nell’ultimo mese, se tra un impegno e l’altro avevo anche solo un’ora libera, mi facevo accompagnare a casa. Anche solo per togliermi il vestito, sdraiarmi quindici minuti, respirare un attimo… e poi ripartire.
Detto questo: SI ne vale la pena.
C’è stato un momento, durante il semestre reggenziale, in cui Matteo Rossi – non il Capitano Reggente – ha avuto davvero paura di non essere all’altezza del ruolo?
Sì. E credo che sarebbe poco credibile rispondere di no. Non c’è stato un singolo momento, perché quella sensazione in realtà ti accompagna per tutto il semestre. Non come paura paralizzante, ma come presenza costante. Una specie di domanda che ti porti dentro: sarò all’altezza di quello che questa istituzione rappresenta? E attenzione: non parlo della paura di sbagliare un protocollo o una cerimonia. Quello si studia, si impara, ci si prepara.
La paura vera è un’altra. È quella di non rendere abbastanza onore ad un’istituzione che esiste da secoli e che, per sei mesi, ti viene affidata. Ti chiedi se riuscirai a interpretarla nel modo giusto, a rappresentare tutti, a non deludere chi ha creduto in te e chi magari ti guarda senza conoscerti.
Per me questa sensazione era forse ancora più forte perché non vengo da una discendenza politica, da una dinastia famigliare per la quale è quasi naturale arrivare a fare il Reggente a un certo punto.
Poi però succede una cosa. Capsici che nel percorso non sei solo. Riconosci la fortuna avuta nell’aver avuto un compagno di viaggio eccezionale. Capisci che hai tutto il personale della Segreteria Istituzionale e del Cerimoniale pronto a sostenerti in ogni momento. Hai gli Opsi (o donzelli che dir si voglia) che sono dei veri e propri angeli custodi. Insomma, capisci che sei parte di una squadra, ognuno con il suo ruolo, ma ognuno determinante per il conseguimento del risultato finale.
E in poco tempo realizzi che in quei sei mesi non devi diventare qualcun altro, che non ti viene chiesto di interpretare il Reggente ideale, ma di servire il ruolo con serietà e autenticità. E lì cambia tutto. Perché smetti di inseguire l’idea di essere perfetto e inizi a concentrarti sul fare ogni giorno del tuo meglio assieme ovviamente al collega e a tutti i collaboratori. Che è quello che poi ho sempre fatto nel mio percorso politico, in ogni tappa del mio viaggio sin dalla prima volta che ho messo piede nella sede del PSD a quando ci sono rientrato dopo il semestre.
Lei e Lorenzo Bugli avete rappresentato una Reggenza giovane rispetto alla tradizione sammarinese. Vi siete sentiti osservati più severamente proprio per la vostra età?
Sì, in parte sì. Ma credo sia anche normale. Quando una Reggenza è anagraficamente più giovane rispetto a ciò che storicamente si è visto a San Marino, è naturale che venga osservata con particolare attenzione. Noi non abbiamo mai vissuto questa cosa come un fastidio o come un pregiudizio da combattere.
E allora il tema non diventa dimostrare che i giovani sono migliori o peggiore. Diventa dimostrare che l’età da sola non basta né in un senso né nell’altro.
Credo che abbiamo affrontato il semestre con questo spirito: mantenendo però anche una cifra umana e autentica. E forse, se una cosa mi porto a casa, è che abbiamo dimostrato che si può essere giovani senza essere superficiali e si può essere istituzionali senza diventare distanti.
Oggi è tornato a fare il Capogruppo del PSD in un momento politico molto delicato. Dopo aver visto il Paese dal punto di osservazione più alto possibile, qual è il difetto più grande che vede oggi nella politica sammarinese?
Aver vissuto la Reggenza ti cambia anche nel modo in cui guardi la politica. Per sei mesi hai il privilegio di osservare il Paese da un punto di vista particolare: non quello di una maggioranza o di un’opposizione, non quello di un partito, ma quello dell’istituzione che deve rappresentare tutti.
E forse il difetto più grande che vedo oggi, non solo a San Marino ma nella politica in generale, è il rischio di perdere il senso della misura e della prospettiva. La politica vive di confronto, anche duro. Non ho mai creduto ad una politica fatta di sorrisi di circostanza o di assenza di conflitto. Però a volte corriamo il rischio di concentrare troppe energie sul breve periodo, sugli equilibri maggioranza-opposizione, sulle dinamiche interne, sulla quotidianità, e troppo poche nel chiederci quale Paese vogliamo.
La Reggenza mi ha fatto capire una cosa: le istituzioni restano, noi passiamo. E allora credo che servirebbe un po’ più di capacità di distinguere ciò che è importante da ciò che è urgente, confidando che siamo tutti sufficientemente grandi per capire cosa non è né importante né urgente.
Io oggi torno a fare il Capogruppo del PSD con un bagaglio sicuramente più pesante rispetto a prima, ma anche con una consapevolezza diversa. La Reggenza mi ha insegnato che la politica non può essere soltanto esercizio di consenso o capacità di prevalere nel confronto. Il ruolo del politico non è vincere ogni discussione, né intestarsi ogni risultato. È creare le condizioni perché il Paese possa fare un passo avanti, anche quando quel passo nasce dal contributo di idee diverse dalle proprie.
Continuerò a credere nel confronto anche duro, nelle idee forti e nelle battaglie politiche, ma con una convinzione in più: alla fine ciò che resta non è chi ha avuto ragione in un determinato momento, ma ciò che si è riusciti a costruire e quello che di utile per il Paese si è riusciti a fare, concretamente.
Ultima domanda, la più personale: dopo aver vissuto il ruolo più alto della Repubblica, cosa resta davvero a Matteo Rossi uomo quando si spengono i riflettori?
Guardi, alla fine quando si spengono i riflettori resta principalmente un padre di due figli.
Resta un uomo che ama circondarsi di poche persone. Quelle poche che ci sono sempre state e per le quali io, a mia volta, ci sono sempre. Costi quel che costi. Nell’ultimo anno con qualche amico di lunga data, dopo incomprensioni e attriti, ci siamo ritrovati e questo mi ha reso molto felice; altri invece, nel medesimo periodo, si sono dati alla macchia senza un vero motivo e questo -oltre che avermi intristito- mi ha fatto riflettere seriamente sulle amicizie che nascono quando sei un “politico”.
Per il resto, sono una persona che ama il bello e sono ossessionato dai dettagli, un buon profumo, un bell’accessorio, il colore di un abito che mette in risalto il sorriso o che esalta la luce che viene dagli occhi, il modo giusto e mai banale di porsi con le persone. Spesso i miei sentimenti vanno a briglia sciolta, questo credo si capisca tra le righe, amo emozionarmi (anche con poco) e lasciarmi andare anche a qualche piagnucolio.
Sono certo che il segreto per stare al Mondo sia rappresentato dalla capacità di ridere. Principalmente ridere di sé stessi. La capacità di prendersi in giro e di non credersela troppo per me fa la differenza tra chi è qualcuno e chi no. Per questa ragione sono un grandissimo estimatore dello “sfottò”, della satira (soprattutto se fatta su di me) e mi ritrovo tantissimo in chi sostiene che i meme e le vignette sui politici siano una cura potentissima, che salverà il mondo.
Per crescere è fondamentale entrare decisi sui propri difetti e lavorarci. Accettare di non essere perfetti e sforzarsi di migliorare. Soprattutto quando hai avuto l’onore di ricoprire incarichi prestigiosi come quello che ho avuto io. Sono molto severo con me stesso.
E poi credo sia importante non smettere mai di sentire qualcosa: continuare a mettersi in discussione, continuare ad emozionarsi, continuare ad avere il coraggio di legarsi alle persone e alle cose in cui si crede. Perché forse il rischio di restarci male non è il prezzo della debolezza, ma il prezzo delle cose vissute davvero.
Se oggi torno alla politica con uno spirito diverso è perché ho capito una cosa molto semplice: le istituzioni non servono a rendere più grandi le persone che le occupano. Servono, se possibile, a lasciare il Paese un po’ migliore di come lo si è trovato. E quando finisce il ruolo, resta solo questo.





