Accordo Ue, la riserva bulgara rinvia la firma: perché il tempo può diventare un’opportunità

da | 26 Mag 2026

di Michele Chiaruzzi

È noto che la riserva della Bulgaria sull’accordo europeo ne rimanda la conclusione, posticipandone la firma oltre le previsioni. Ciò dimostra che la politica estera non è il luogo della previsione, ma quello dell’incertezza. In politica, ciò che è davvero prevedibile è la fallacia delle previsioni. Quel che è previsto accade raramente, o accade diversamente, perché interviene sempre un fatto critico, un’appendice tecnica, una questione di competenza o un repentino mutamento d’opinione che vanifica le speranze di alcuni, le paure di altri e i calcoli di tutti.

Le previsioni sui tempi dell’accordo europeo sono sempre state, per loro natura, imprecise o sbagliate. Non potevano che esserlo, sviate regolarmente da fattori imprevisti e imponderabili che poi, in retrospettiva, chiamiamo «errori», «colpe», «incidenti» o «casi». Nel caso dell’accordo, vi sono stati almeno quattro momenti di rifrazione politica, quattro deviazioni temporanee dovute a decisioni impreviste di Stati membri dell’Unione europea.

Quello della riserva bulgara è l’ultimo caso, tuttora irrisolto. Definire «ritardi» questi momenti sembra ingenuo, se ciò significa credere che la politica proceda come un treno con orari puntuali e stazioni accoglienti per viaggiatori di buona volontà. Questa credenza fraintende sia la natura sia la logica del processo d’integrazione europea. Ne fraintende la natura, perché non si tratta di un percorso prefissato né lineare, ma di un processo politico imprevedibile e talvolta arcigno; ne fraintende la logica, perché questo processo ha già prodotto, e continua a produrre, effetti notevoli sulla Repubblica, a prescindere dalla firma dell’accordo. Ammessa la firma, quel che accadrà dopo sarà il proseguimento, con altri mezzi e in altre forme, di questo processo aperto a fatti indeterminati e imprevisti. La firma non è né il traguardo finale né il blocco di partenza di una corsa, bensì un passaggio cruciale.

A ben vedere, però, nessun aspetto, evento o contingenza di questo processo si presenta già marchiato né è mai definitivo; ciascuno è soltanto parte di un movimento costante che richiede continuo discernimento. Certi temperamenti politici, quando le circostanze sono fluide, come lo sono oggi, talvolta godono della sensazione di avere un maggiore ascendente sulla realtà. Ma la realtà politica resta sempre ambigua e cangiante, e ciò vale anche in questo caso.

L’ambiguità della riserva bulgara non consiste soltanto nel fatto formale di non essere esplicitata, ma anche in quello sostanziale di creare due opportunità per la Repubblica. La prima è quella dell’esperienza diretta europea: la facoltà di conoscere in proprio, attraverso una pratica difficile, il funzionamento complesso e tutt’altro che lineare dei processi politici europei che ormai la coinvolgono, lo si voglia o no. La seconda opportunità è il tempo: la possibilità di prepararsi ancora, e meglio, alla realtà dell’integrazione europea. È un tempo supplementare, utile per rafforzare la consapevolezza dei termini dell’accordo europeo e praticarli subito, senza attese. Quei termini, infatti, superano la dimensione economica del mercato e incidono in profondità su ogni ambito sociale, perché l’accordo di associazione sammarinese è il più completo che l’Unione europea abbia mai condiviso con uno Stato non membro.

Il tempo sospeso dalla riserva, così come l’intera attesa della firma, può essere considerato un frattempo tra San Marino come «Stato terzo» e San Marino come Stato associato all’Unione europea. Utilizzare questo tempo senza sprecarlo significa concentrarsi sin d’ora sull’accordo negoziato e sulle sue implicazioni, praticarne immediatamente possibilità e limiti, confrontarsi subito e concretamente con le prospettive e le aspettative che produce. Il testo negoziato possiede già un’utilità da impiegare, se s’intende lavorare all’integrazione europea della Repubblica. La riserva bulgara è una forza che condiziona l’azione politica e tende a ostacolarla, ma al momento non è una forza di distruzione. Per ora è una forza di transizione che delimita imprevedibilmente, come già accaduto in altri casi, lo spazio di tempo necessario a riprendere la via finale verso la firma dell’accordo. Quel tempo non è necessariamente tempo perduto.

L’attesa della ripresa può essere tempo guadagnato, se diventa occasione per praticare l’accordo e appropriarsi del suo cospicuo contenuto politico e sociale. Si vedrà che cosa rappresenterà davvero la riserva in atto. Comunque sia, è difficile accelerare processi politici indeterminabili. È forse più utile praticare una pazienza attiva, simile a quella del contadino che, per cogliere un frutto, attende la maturazione necessaria e nel frattempo lo coltiva con maggiore cura.

Alcuni pensano che, di fronte a situazioni imposte dalle circostanze, qualunque esse siano, non si possa forzare la storia. Occorre attendere che essa si svolga e parteciparvi attivamente, cogliendo le occasioni con tempismo. Allora l’ambiguità degli eventi può assumere persino la sfumatura della provvidenza, se «provvidenziale» è il termine che usiamo per descrivere ciò che accade in modo inatteso ma consonante con i nostri bisogni più urgenti. Sfruttare le occasioni offerte dalle contingenze consente almeno di attendersi qualcosa di buono dal futuro, persino un colpo di fortuna. La fortuna, di solito, sorride più gentilmente a chi ha compiuto con impegno il proprio dovere, senza tentare di forzarla.

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