La Start Tax di Renzi. Un’idea italiana che ci riguarda

da | 25 Mag 2026

Dal palco della Leopolda, la convention politica di Italia Viva, Matteo Renzi ha lanciato quella che chiama Start Tax: una riduzione dell’IRPEF calibrata sull’età anagrafica, non solo sul reddito. Il meccanismo prevede uno sconto del 50% sulle imposte per chi ha meno di 25 anni, del 30% per chi è tra i 26 e i 30, e del 20% fino ai 35 anni. Per chi ha seguito un percorso universitario, il beneficio si estenderebbe oltre. Elaborata con il contributo dell’economista Tommaso Nannicini — lo stesso che scrisse il Jobs Act e gli 80 euro — la proposta è una risposta esplicita a un fenomeno che Renzi definisce senza mezzi termini: nel solo 2024, quasi 200.000 giovani italiani hanno lasciato il Paese.

Il punto di partenza è un dato difficile da contestare. In Italia i salari reali sono calati del 7,5% tra il 2021 e il 2024. A parità di inquadramento contrattuale, la differenza di stipendio tra un lavoratore della Generazione Z e uno del Baby Boom supera il 27%. E non si tratta soltanto di anni di anzianità: è un divario strutturale, che si riproduce indipendentemente dall’esperienza e dal titolo di studio. Chi inizia oggi, in Italia, parte da più indietro di chi ha iniziato vent’anni fa. Il fisco, in questo quadro, non aiuta: le aliquote ordinarie colpiscono i redditi d’ingresso con la stessa durezza con cui colpiscono i redditi consolidati.

«Lo scorso anno quasi 200.000 italiani se ne sono andati. Facciamo qualcosa per aiutare le nuove generazioni a restare in Patria o ci rassegniamo al declino?»
— Matteo Renzi, Leopolda 2025

I numeri della proposta sono concreti. Un giovane lavoratore con un reddito di 25.000 euro annui vedrebbe aumentare il proprio netto mensile di circa 270 euro. Con 35.000 euro, l’aumento sfiora i 400 euro. Sono cifre che, per chi affronta il mercato immobiliare, la rata di un affitto o anche solo il costo della vita nelle città italiane, non sono trascurabili. La logica della Start Tax è semplice: se nei primi anni di carriera si lascia più reddito disponibile in tasca ai lavoratori, si riduce l’incentivo a cercare altrove ciò che il sistema italiano non riesce a offrire.

I critici obiettano che il problema non è solo fiscale. E hanno ragione. I dati del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro mostrano che i giovani italiani qualificati non se ne vanno soltanto per lo stipendio netto: se ne vanno perché all’estero trovano percorsi di carriera più chiari, contesti lavorativi più meritocratici, una qualità della vita che il sistema italiano fatica a garantire. Dal 2011 al 2024 hanno lasciato l’Italia 781.000 persone tra i 18 e i 34 anni. Di questi, quasi la metà proveniva dal Nord, e il 44% era laureato — una percentuale ben superiore alla media della popolazione italiana di pari età rimasta in patria. Il valore complessivo dell’istruzione perduta è stato stimato in 159,5 miliardi di euro: investimenti pubblici che producono rendimento altrove.

Eppure la proposta di Renzi ha il merito di rompere un tabù: quello per cui il fisco si parla sempre come se fosse neutro rispetto all’età. Non lo è. Un sistema che applica le stesse aliquote a chi guadagna da trent’anni e a chi ha appena firmato il primo contratto tratta come uguali situazioni profondamente diverse. La progressività per reddito è un principio costituzionale; la progressività per fase della vita è una scelta politica che altrove — in vari modelli nordici di welfare attivo — viene già praticata in forme diverse.

E San Marino?
Leggere questa discussione da San Marino non è un esercizio di politica comparata fine a sé stesso. È una domanda che riguarda direttamente il Titano. Perché quei giovani italiani che la Start Tax vorrebbe trattenere non vivono in un’altra galassia: vivono nell’area vasta che circonda San Marino, attraversano i confini ogni giorno per lavorare, studiano nelle università della regione, e in alcuni casi scelgono di radicarsi qui — o di andarsene ancora più lontano.

San Marino ha un sistema fiscale — l’Imposta Generale sui Redditi — che non è strutturalmente pensato per i diversi momenti della vita lavorativa. Le agevolazioni esistenti per i giovani sono limitate e frammentarie: qualche strumento di primo inserimento, qualche misura specifica per under 23. Nulla di paragonabile a un ragionamento sistematico su come la fiscalità possa accompagnare — o ostacolare — il radicamento dei giovani nel territorio. Nel frattempo, il dato sull’emigrazione sammarinese mostra una tendenza che la Rtv Sammarinese ha documentato: sono sempre più i giovani — compresi i cosiddetti cervelli in fuga, laureati e ricercatori — a lasciare il Titano per opportunità qualificate in Italia o all’estero.

La domanda, dunque, non è se la proposta di Renzi sia giusta o sbagliata — quella è una valutazione che spetta ai cittadini e ai parlamenti italiani. La domanda è un’altra: San Marino ha mai ragionato seriamente su cosa significhi, sul proprio territorio, costruire condizioni fiscali che rendano conveniente per un giovane qualificato scegliere di restare, di lavorare, di mettere radici qui? O si dà per scontato che chi rimane lo fa per inerzia, e chi se ne va lo fa per forza?

Un piccolo Stato ha, rispetto a un grande Paese, sia un vantaggio che uno svantaggio. Lo svantaggio è ovvio: il mercato del lavoro è limitato, le opportunità di carriera sono numericamente inferiori, la massa critica per certi settori produttivi avanzati fatica a formarsi. Il vantaggio è meno ovvio ma altrettanto reale: in un territorio piccolo, le scelte di politica fiscale producono effetti più rapidi e misurabili. Una misura che in Italia richiederebbe anni per dispiegare i suoi effetti su milioni di contribuenti, a San Marino potrebbe essere calibrata, monitorata e corretta in tempi molto più brevi.

I dati mostrano come siano sempre di più i giovani e giovanissimi ad abbandonare il Titano: tra questi, i così detti “cervelli in fuga”, giovani residenti laureati o ricercatori che lasciano San Marino per lavori qualificati in Italia o all’estero.
— San Marino RTV, agosto 2025

C’è poi una questione che va oltre il fisco e che la proposta di Renzi, nella sua semplicità, solleva implicitamente: quale messaggio manda un sistema a chi inizia? Se la risposta è che lo Stato si accorge di te soltanto quando guadagni abbastanza da essere un contribuente pieno, il messaggio è chiaro. Se invece la risposta è che il sistema riconosce la specificità della fase d’ingresso — e la accompagna con strumenti dedicati — si manda un segnale diverso. Non solo economico. Anche simbolico.

Vale la pena discuterne?
Non stiamo sostenendo che San Marino debba adottare la Start Tax di Renzi — che è, nel dettaglio tecnico, una proposta pensata per il sistema tributario italiano, con le sue aliquote, i suoi scaglioni, le sue specificità. Stiamo chiedendo qualcosa di più semplice: se il dibattito che quella proposta ha aperto in Italia — su fisco, giovani, radicamento territoriale, competitività del sistema-Paese — abbia un equivalente sammarinese. Se esista, nelle sedi istituzionali del Titano, una riflessione analoga. E se non esiste, perché.

Perché i giovani che se ne vanno da San Marino non tornano. E quelli che restano meritano di sapere che il sistema ha pensato anche a loro.

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