Due navi sammarinesi sequestrate con la forza in acque internazionali da un esercito straniero. Sulla carta, secondo le leggi della Repubblica, è un atto che vale fino a vent’anni di carcere. Nella realtà, San Marino non ha ancora detto una parola ufficiale.
Il 18 maggio, in acque internazionali al largo di Cipro, la marina militare israeliana ha intercettato e fermato due imbarcazioni battenti bandiera sammarinese. Si chiamano Aqir e Kafr Qasem, conosciute anche come Munki e Furleto, e facevano parte della Global Sumud Flotilla, la missione civile diretta a Gaza per portare aiuti umanitari. A bordo una ventina di attivisti di varie nazionalità, tra cui cittadini italiani. Gli organizzatori hanno denunciato l’uso di proiettili contro alcune imbarcazioni del convoglio. Gli equipaggi sono stati condotti nel porto israeliano di Ashdod, dove le immagini diffuse dal ministro Itamar Ben-Gvir, ripreso mentre derideva gli attivisti ammanettati e inginocchiati, hanno suscitato indignazione in tutta Europa.
La vicenda ha un risvolto specificamente sammarinese, perché due di quelle navi battevano la bandiera della Repubblica. E secondo la legge sammarinese una nave che batte bandiera del Titano è considerata territorio della Repubblica ovunque si trovi.
La legge che San Marino si è data
Non è un’interpretazione, è la lettera di un decreto. Il provvedimento sulla navigazione marittima, in vigore dal 27 febbraio e ratificato dal Consiglio Grande e Generale proprio nei giorni del sequestro, stabilisce che la nave battente bandiera sammarinese è territorio della Repubblica anche in acque internazionali, e che chiunque se ne impossessi con violenza o minaccia è punito con la prigionia fino al sesto grado, una pena che può arrivare a vent’anni.
È una norma che molti Stati con un registro navale adottano, e ha una sua logica: se concedi a una nave il diritto di portare i tuoi colori, ti assumi la responsabilità di tutelarla. Riconoscimento giuridico e protezione sono due facce della stessa medaglia. Il 18 maggio, per la prima volta nella storia della Repubblica, due imbarcazioni con la bandiera sammarinese sono state fermate con la forza da un esercito straniero in acque internazionali. Esattamente lo scenario che la legge appena ratificata descrive e punisce.
La reazione del governo, e quella degli altri
La Segreteria agli Esteri ha fatto sapere di essersi attivata: ha scritto all’ambasciata israeliana per chiedere chiarimenti e ha convocato il proprio ambasciatore. La linea espressa in Consiglio è stata di prudenza: prima di assumere una posizione ufficiale, ha spiegato il Segretario Stefano Canti, occorre avere i fatti accertati, perché uno Stato serio non si esprime sulla base di ricostruzioni giornalistiche.
È una posizione legittima. Ma va messa accanto a quello che, nelle stesse ore, hanno fatto gli altri. Italia, Francia, Spagna, Belgio, Canada e Olanda hanno convocato formalmente l’ambasciatore israeliano. Dieci ministri degli Esteri hanno firmato un comunicato congiunto per il rilascio degli attivisti. Persino il governo Meloni, che con Israele intrattiene rapporti solidi, ha definito inaccettabili le immagini di Ben-Gvir, dal quale ha preso le distanze lo stesso Netanyahu. San Marino, che aveva un coinvolgimento diretto e non solo di principio, in quelle stesse ore non ha prodotto un atto formale di protesta. La distanza non sta nel merito delle verifiche tecniche, che richiedono effettivamente tempo, ma nella tempestività di un gesto politico minimo che gli altri hanno ritenuto compatibile con quelle stesse verifiche.
Il nodo dei controlli
C’è poi un aspetto interno più scomodo. È emerso che una delle due navi, la Furleto, aveva la licenza di registrazione scaduta dal 12 maggio, due giorni prima della partenza, senza che i proprietari avessero chiesto rinnovo o cancellazione. La domanda è legittima: chi vigila sulla regolarità delle navi che espongono la bandiera sammarinese nel mondo? Un registro che incassa le tasse di immatricolazione ma non riesce a tenere aggiornata la posizione delle proprie imbarcazioni è esposto a rischi reputazionali e giuridici.
Va però evitato un cortocircuito. Che una nave abbia una pratica irregolare è un problema tra lo Stato e i proprietari. Non è un titolo che autorizzi un esercito straniero a sequestrarla in acque internazionali: il diritto del mare non prevede che una licenza scaduta giustifichi un abbordaggio. I due piani, i controlli interni e la tutela esterna, vanno tenuti distinti. Il primo riguarda l’efficienza dello Stato, il secondo la sua sovranità.
Una posizione già presa, da rendere coerente
C’è un elemento che rende la cautela più difficile da spiegare: la posizione che San Marino ha già assunto sul conflitto. Nel settembre 2025, all’Assemblea Generale dell’ONU, la Repubblica ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina, insieme a Francia, Regno Unito, Belgio, Andorra, Malta, Lussemburgo, Portogallo, Canada e Australia. I rapporti diplomatici con l’autorità palestinese risalgono al 1996. In quell’occasione il Segretario Beccari aveva definito la scelta una posizione chiara, che riafferma la neutralità attiva da sempre alla base della politica estera sammarinese.
La posizione di principio, dunque, esiste già. La domanda che nasce spontanea è perché quella chiarezza, esibita davanti alle Nazioni Unite, fatichi a tradursi in un gesto concreto quando due navi sammarinesi dirette a Gaza con aiuti vengono fermate con la forza. Non si tratta di chiedere alla Repubblica di rompere i rapporti con Israele, ipotesi estranea alla tradizione di uno Stato che fonda la propria esistenza sul dialogo e sul diritto internazionale. Si tratta di chiedere che una posizione affermata a parole regga anche alla prova dei fatti, soprattutto quando i fatti chiamano in causa la bandiera della Repubblica.
Quello che resta, oltre la politica
Dietro la questione istituzionale c’è un piano che la sovrasta. Quelle navi non trasportavano armi, ma persone che avevano scelto di mettersi in gioco per portare cibo e medicine a una popolazione che, secondo le Nazioni Unite, vive da mesi in condizioni di carestia. Si può discutere dell’efficacia di una flottiglia civile contro un blocco navale. Ma resta il fatto che si trattava di persone disarmate, fermate in acque internazionali e trattenute in condizioni che gran parte della comunità internazionale ha giudicato lesive della dignità umana.
Un atto formale di protesta, come quello adottato da molti altri Paesi, non avrebbe riportato a casa le navi. Ma avrebbe detto con chiarezza che la Repubblica considera proprie quelle imbarcazioni. È il minimo che ci si attende da uno Stato che ha scritto, in una sua legge, che quelle navi sono il suo territorio. Le verifiche tecniche e le valutazioni di lungo periodo possono venire dopo. Quel primo gesto, per essere credibile, andava fatto quando contava.





