Italia tra due fuochi: armi da comprare agli Stati Uniti, conti da quadrare con l’Europa. E un’unica via di fuga che è già chiusa

da | 15 Mag 2026

L’Italia ha promesso agli Stati Uniti di spendere centinaia di miliardi in armi nei prossimi dieci anni. Ha promesso all’Europa di tenere i conti in ordine. Le due promesse non stanno insieme, e proprio in queste settimane il governo Meloni deve cominciare a decidere quale rompere. Cosa sta succedendo davvero, raccontato senza tecnicismi.

C’è un nodo, al centro della politica italiana di queste settimane, che meriterebbe di essere spiegato più di quanto non si stia facendo. Perché riguarda i soldi di tutti, ma viene raccontato con parole che la maggior parte delle persone fa fatica a seguire: clausola di salvaguardia, procedura di disavanzo eccessivo, deficit/PIL, fondo SAFE, articolo 25 del regolamento UE. Tutte cose vere e importanti, ma che messe insieme fanno l’effetto di un muro: il cittadino sente che qualcosa di grosso sta succedendo, non capisce bene cosa, e finisce per girare pagina. Proviamo a raccontarla diversamente.

La promessa fatta agli americani

Tutto comincia il giugno scorso, al vertice NATO de L’Aja. I trentadue Paesi dell’Alleanza, Italia inclusa, hanno firmato un impegno: portare la spesa militare al 5% di tutto quello che il Paese produce in un anno (è quello che gli economisti chiamano PIL), entro il 2035. Per dare una proporzione, l’Italia oggi spende per le forze armate poco più del 2% del PIL, cioè circa 45 miliardi di euro all’anno. Per arrivare al 5% promesso bisognerà aggiungere, anno dopo anno, decine di miliardi. Le stime più serie parlano di una spesa aggiuntiva tra 165 e 220 miliardi di euro nei prossimi dieci anni.

C’è poi un dettaglio che nei comunicati di Palazzo Chigi non viene quasi mai detto a voce alta, ma che è la chiave di tutto. La pressione per portare la spesa militare al 5% è arrivata da Donald Trump, e gli Stati Uniti hanno fatto sapere chiaramente che quei soldi dovranno servire, in larga parte, a comprare armi americane. Tradotto: l’Italia si è impegnata a spendere centinaia di miliardi nel prossimo decennio, e una bella fetta finirà sui conti correnti di Lockheed Martin, Boeing, Raytheon. Non per riempire i magazzini di Roma, ma quelli di Washington.

La promessa fatta all’Europa

Mentre firmava a L’Aja, l’Italia aveva però già firmato un’altra cosa, in tutt’altro contesto. Da quasi due anni il Paese è dentro quella che a Bruxelles chiamano “procedura di disavanzo eccessivo”, una specie di programma di rieducazione finanziaria che scatta quando uno Stato spende troppo più di quello che incassa. L’Italia ci è finita dentro nel luglio 2024 perché nel 2023 aveva chiuso i conti con un buco enorme (il famoso 7,4% del PIL, in larga parte colpa del Superbonus). Da quel momento è obbligata a un percorso di rientro: meno spese, più disciplina, fino a quando il deficit (cioè la differenza tra quello che lo Stato spende e quello che incassa) non scende sotto il 3% del PIL.

Il 22 aprile l’Eurostat, l’ufficio statistico europeo, ha fatto il punto sull’anno 2025. Verdetto: deficit al 3,1%. Un decimale di troppo. Per uscire dalla procedura sarebbe servito chiudere il 2025 sotto il 3%, e la distanza era veramente piccola, circa un miliardo e mezzo di euro. Ma quel decimale è bastato per tenere l’Italia dentro il braccio correttivo dell’Europa per un altro anno almeno. Si chiuderà nel 2026, se va bene.

Il trucco che esiste ma per noi non vale

Qui arriva la parte interessante. L’Europa, sapendo che il riarmo richiesto dalla NATO avrebbe messo in difficoltà i conti di tanti Paesi, ha inventato uno strumento per aiutare. Si chiama “clausola di salvaguardia per la difesa”, e in pratica funziona così: se uno Stato spende di più per le armi, quella spesa non viene contata nel calcolo del deficit. È come un foglio di carta che ti permette di non far vedere a Bruxelles una parte delle spese militari, così non ti sgridano se sfori il 3%. La Germania l’ha già usata nell’ottobre 2025, l’Austria a febbraio 2026, e con loro altri quindici Paesi.

C’è però un dettaglio che cambia tutto, e che il governo italiano sta cercando di spiegare a Bruxelles senza grande successo. Il foglio di carta funziona solo per gli Stati che non sono già stati sgridati. Per chi è già dentro la procedura di disavanzo eccessivo, come l’Italia, le spese militari aggiuntive vengono comunque contate nel calcolo. Tradotto in concreto: se l’Italia comincia a comprare armi americane come ha promesso alla NATO, il deficit cresce, l’Europa continua a vedere quel deficit nel suo intero, e la procedura non si chiude più. Mai. O meglio: non si chiude finché l’Italia non smette di comprare le armi.

È il paradosso che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha provato a dire al Senato in modo educato: difficile spiegare ai cittadini italiani perché possono scorporare le spese militari ma non quelle per le bollette delle famiglie o per i salari mangiati dall’inflazione. Ma il paradosso vero, quello politico, è ancora più semplice: più l’Italia onora la promessa fatta agli Stati Uniti, più resta sotto controllo dell’Europa. Più compra armi americane, più Bruxelles le tiene il fiato sul collo. E ogni miliardo speso in armamenti è un miliardo che non andrà a sanità, scuola, pensioni, asili nido.

La scadenza del 31 maggio

Tutto questo non è teoria. Entro il 31 maggio (cioè tra meno di due settimane) il governo Meloni deve decidere se chiedere all’Europa 14,9 miliardi di euro di prestiti, attraverso un fondo che si chiama SAFE. Sono prestiti a tassi più bassi di quelli di mercato, ma sempre prestiti: vanno restituiti. E vanno spesi obbligatoriamente in armi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto preme per firmare subito, perché senza quei soldi i contratti con i fornitori non si possono chiudere. Giorgetti frena, perché ogni euro impegnato in armi oggi è un euro in meno disponibile per la prossima manovra finanziaria, quella che dovrà mettere insieme welfare, sanità, sostegni alle famiglie.

Una nota a margine, che però è significativa: il fondo SAFE prevede che almeno il 65% degli acquisti debba essere fatto in Europa, con l’idea di rafforzare l’industria militare europea e ridurre la dipendenza dagli americani. Questo significa che la parte di spesa militare coperta dal SAFE va in larga parte a fornitori UE. Ma il SAFE copre solo una frazione dell’impegno NATO. Il grosso degli acquisti, quelli che servono per arrivare al 5% promesso a Trump, passerà fuori dal SAFE, attraverso canali nazionali. E lì, il vincolo della filiera europea non c’è.

Il colpo basso dei dazi

Sopra tutto questo, c’è la mossa che chiude il cerchio. Il 1° maggio, la sera tardi, Trump ha annunciato che dalla settimana successiva sarebbe scattato un nuovo dazio del 25% sulle auto e i camion europei in arrivo negli Stati Uniti. Prima erano al 15%, adesso a 25. La motivazione ufficiale è che l’Europa “non rispetta gli accordi commerciali”. La motivazione vera, secondo molti osservatori, è semplicemente che Trump vuole spingere l’industria automobilistica europea a spostare gli stabilimenti negli USA.

Per l’Italia il colpo è significativo. Nel 2025 il Paese ha esportato verso gli Stati Uniti mezzi di trasporto per 9,3 miliardi di euro, di cui 2,9 miliardi in auto. Una fetta di quel commercio si ridurrà nei prossimi mesi, le imprese italiane perderanno fatturato, gli occupati del settore rischieranno. È un colpo che si somma agli altri, perché meno fatturato significa meno tasse incassate dallo Stato, e meno tasse significa più difficoltà a tenere i conti in ordine. E quindi, ancora una volta, più difficile rispettare gli impegni con l’Europa.

C’è una contraddizione che a Bruxelles si è notata, e che spiega anche perché alcuni Stati europei stanno cominciando a chiedersi se davvero conviene comprare armi americane: gli Stati Uniti pretendono che l’Europa spenda centinaia di miliardi in armamenti americani, e contemporaneamente puniscono con dazi l’industria che dovrebbe produrre i soldi necessari a comprarle. Una specie di rapina con i guanti diplomatici.

Le scelte impossibili

Riepilogando in una riga: l’Italia ha promesso troppo a troppi, e adesso non può mantenere tutto. Tre cose, in particolare, non possono stare insieme.

La prima: comprare le armi promesse a Trump senza far esplodere il deficit. La seconda: chiudere la procedura europea senza rinunciare al riarmo. La terza: sostenere l’economia interna (salari, welfare, imprese) mentre si destinano risorse crescenti alla difesa.

Qualcuna di queste tre cose deve saltare. Si può rispettare la NATO e sforare il 3% europeo (e restare per anni sotto sorveglianza di Bruxelles). Si può rispettare l’Europa e disattendere parzialmente la NATO, come ha fatto la Spagna, che ha detto chiaramente che il 5% non lo raggiungerà mai. Si può tagliare la spesa sociale per fare spazio alla spesa militare, scelta politicamente costosa per qualunque governo. Quello che non si può fare è far finta che le tre promesse siano compatibili, perché non lo sono, e i numeri lo dicono chiaramente.

La risoluzione approvata in Senato il 1° maggio ha provato a spostare la decisione un po’ più in là, impegnando il governo a parlare con Bruxelles per ottenere “interlocuzioni” sulle flessibilità. Una formula educata che, tradotta, significa: ci pensiamo dopo. Ma il “dopo” sta diventando “adesso”, perché la deadline del 31 maggio sui prestiti SAFE è dietro l’angolo, e perché ogni mese che passa restringe ulteriormente i margini.

Al tavolo, accanto al governo italiano, ci sono due giocatori che non hanno alcun interesse a fare sconti: gli Stati Uniti, che pretendono pagamenti immediati per le armi promesse, e l’Europa, che chiede il rispetto delle regole sui conti. Tra le due forze, in mezzo, c’è il Paese. E i suoi cittadini, che probabilmente meritano di sapere cosa sta accadendo davvero, senza che gli si racconti che è tutto sotto controllo.

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