Dopo gli Stati Generali dell’Economia: San Marino ha una strategia o solo promesse?

da | 15 Mar 2026

Gli Stati Generali dell’Economia si sono chiusi con parole importanti. Tre giorni di confronto tra istituzioni, imprese e esperti internazionali, con un obiettivo dichiarato: rafforzare il posizionamento della Repubblica e costruire un sistema economico più dinamico e competitivo. La promessa è chiara: trasformare le idee emerse in politiche concrete e strumenti per sostenere lo sviluppo del Paese.
È una promessa che suona bene. Ma la domanda che resta sospesa, fuori dal Kursaal e dentro le aziende del Paese, è un’altra: San Marino ha davvero una strategia economica oppure stiamo ancora una volta accumulando buone intenzioni?
Perché i dati raccontano una realtà interessante, ma anche fragile.
Negli ultimi anni la Repubblica ha mostrato segnali di vitalità. Il tessuto produttivo sammarinese continua a generare nuove imprese e a mantenere un ruolo centrale dell’industria manifatturiera e dei servizi avanzati nel sistema economico del Paese.
Non è un dettaglio.
Per un piccolo Stato, con poco più di trentamila abitanti, la nascita di nuove imprese è la misura più concreta della fiducia nel futuro.
Chi apre un’azienda non lo fa per spirito romantico.
Lo fa perché crede che qui si possa lavorare, crescere, esportare.
Ed è proprio questo il punto.
Se il numero delle imprese cresce, significa che il sistema ha ancora una forza attrattiva. Ma significa anche che la politica deve fare attenzione a non spegnere questo slancio.
Ed è qui che entra in gioco il grande convitato di pietra del dibattito economico sammarinese: la riforma fiscale.
Negli Stati Generali si è parlato molto di innovazione, tecnologia, intelligenza artificiale, nuove economie. Tutto giusto. Tutto necessario.
Ma ogni imprenditore sa che la vera domanda arriva sempre dopo: quanto costa fare impresa?
Oggi il costo di fare impresa non è fatto solo di tasse.
È fatto di burocrazia, tempi amministrativi, vincoli normativi, accesso al credito, rigidità operative.
La fiscalità è solo la punta dell’iceberg.
Eppure, proprio nel momento in cui il Paese registra un dinamismo imprenditoriale interessante, il dibattito politico sembra muoversi nella direzione opposta: nuove imposte, nuovi obblighi, nuove rigidità.
La futura riforma dell’IGR rischia di inserirsi esattamente in questo punto sensibile.
Il rischio non è solo fiscale. È psicologico.
Perché gli imprenditori – quelli che assumono, investono e rischiano – hanno una sensibilità molto semplice: se il contesto diventa meno favorevole, il capitale si sposta.
E oggi il capitale è mobile come non lo è mai stato.
Basta guardare cosa accade nei Paesi che hanno scelto un modello economico più liberale.
Irlanda, Estonia, Emirati Arabi, Singapore.
Modelli diversi, certo. Ma con un punto in comune: meno vincoli, meno burocrazia, tassazione competitiva e grande libertà di impresa.
Non è ideologia.
È una strategia.
Questi Paesi hanno capito una cosa semplice: nel mondo globale non vince chi tassa di più, ma chi crea l’ambiente migliore per produrre ricchezza.
San Marino, per storia e dimensioni, potrebbe essere uno dei luoghi più competitivi d’Europa per fare impresa.
Un piccolo Stato agile, rapido nelle decisioni, vicino ai mercati europei.
Ma per esserlo davvero serve una scelta politica chiara.
Non basta parlare di innovazione se poi le imprese si muovono in un sistema rigido.
Non basta organizzare Stati Generali se poi ogni riforma diventa un nuovo peso.
La vera domanda, allora, è questa.
Vogliamo essere un Paese che controlla l’economia o un Paese che la libera?
Perché la crescita non nasce nei palazzi della politica.
Nasce nei capannoni industriali, negli uffici delle startup, nei laboratori artigiani, nei bilanci di chi decide di investire.
E ogni imprenditore sammarinese lo sa bene:
il futuro non lo scrivono i convegni.
Lo scrivono le condizioni che un Paese decide di creare per chi produce ricchezza.

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