Il calendario politico della Repubblica si rimette in moto il 9 gennaio, quando è convocato l’Ufficio di Presidenza chiamato a fissare le nuove date del Consiglio Grande e Generale, che – salvo sorprese – dovrebbe riunirsi tra il 19 e il 26 gennaio. Non una ripartenza morbida, né tantomeno simbolica: sul tavolo restano accumulati dossier che raccontano più di una difficoltà e meno di una promessa mantenuta.
Sul tavolo restano, innanzitutto, i commi inevasi delle precedenti sedute. Questioni lasciate in sospeso che oggi tornano a chiedere una risposta. A partire dall’ICEE, che qualcuno nella maggioranza aveva assicurato di voler chiudere entro dicembre e che invece riemerge come simbolo di una fretta annunciata e poi smarrita. E poi il comma sull’Accordo di Associazione all’Unione Europea, con quell’Ordine del Giorno proposto dalla maggioranza che aveva diviso l’Aula, rivelando quanto il tema europeo, pur evocato come orizzonte comune, resti terreno di tensione e di fragilità politiche.
Non meno delicata è la partita dei decreti in giacenza, tra cui spicca quello sulla giustizia, ritirato nell’ultima seduta consiliare di dicembre. Un ritiro che ha avuto il sapore di una pausa forzata, ma che ora impone una riflessione più profonda: perché su certi temi non basta prendere tempo, serve assumersi il peso delle decisioni.
A questo si aggiungono i progetti di legge ancora da esaminare, come quello sulla cittadinanza, che tocca corde sensibili dell’identità e del futuro del Paese. E, dal precedente ordine dei lavori, resta anche il PdL di Repubblica Futura per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul caso del pedofilo che aveva scosso la Repubblica nei mesi estivi. Una proposta che chiama la politica a un compito scomodo: fare chiarezza, individuare responsabilità, capire dove e perché lo Stato non ha saputo vigilare.
Si profila così un inizio di 2026 denso e complesso, con un’agenda che rischia di mettere alla prova la stessa maggioranza. Anche perché, mentre i alcuni nodi restano aperti, l’attenzione dichiarata sembra concentrarsi sulla revisione del regolamento consiliare, indicata come strada per rendere più efficienti i lavori di Palazzo Pubblico. Un obiettivo legittimo, certo. Ma le regole, da sole, non sostituiscono la politica.
L’auspicio, da parte della nostra redazione, è che questo passaggio non venga sprecato. In un mondo attraversato da conflitti, incertezze e fratture profonde, San Marino ha l’occasione – e la responsabilità – di dimostrare che la sua antica tradizione istituzionale può tradursi anche in buon governo, in serietà, in capacità di sintesi.
Il 2026 chiede alla politica sammarinese un cambio di passo: meno personalismi, meno battaglie identitarie fine a sé stesse, più lavoro corale e condiviso. È ciò che chiedono i cittadini. È ciò che chiedono i nostri lettori. Una Repubblica che sappia guardare avanti, non per inerzia, ma per scelta. Una San Marino capace di costruire, finalmente, nel nome del bene comune.
La Reggenza e i Segretari di Stato fanno visita al Palazzo dell’ONU a New York
Nell’ambito della Visita Istituzionale e New York, gli Ecc. mi Capitani Reggenti, Matteo Rossi e...




