EDITORIALE – La situazione venezuelana: quando l’ideologia assolve i regimi

da | 3 Gen 2026

Quando l’ideologia assolve i regimi

C’è un modo semplice – e per questo seducente – di leggere la politica internazionale: dividere il mondo tra buoni e cattivi, dove l’Occidente è sempre colpevole e chiunque gli si opponga diventa automaticamente vittima. È una narrazione che consola le coscienze, ma non spiega la realtà.

Il post di Alessandro Di Battista, secondo cui “in Venezuela non c’è un aggressore e un aggredito”, rientra in questa logica. Tutto viene ridotto al petrolio, alle multinazionali, all’ipocrisia delle democrazie occidentali. Ma così facendo si finisce per cancellare un dato essenziale: la condizione reale del popolo venezuelano.

Il Venezuela non è oggi un Paese sotto invasione militare. È un Paese logorato dall’interno. Sotto il regime di Nicolás Maduro si sono progressivamente dissolti pluralismo politico, libertà di stampa, indipendenza della magistratura. Le elezioni hanno perso credibilità, l’opposizione è stata neutralizzata, il dissenso represso. Milioni di cittadini hanno lasciato il Paese non per effetto di bombardamenti stranieri, ma per fame, inflazione e paura.

Il petrolio, pur centrale nella geopolitica, non basta a spiegare questo disastro. Non è stato l’Occidente a distruggere l’economia venezuelana, ma un sistema fondato su corruzione, gestione ideologica del potere e uso repressivo dello Stato. Attribuire tutto a un complotto esterno significa assolvere chi governa e tradire chi subisce.

Le sanzioni internazionali, spesso evocate come prova dell’imperialismo occidentale, non nascono da un progetto di “regime change” militare, ma da una constatazione politica condivisa anche dalla Commissione europea: in Venezuela sono stati violati i presupposti minimi della democrazia. Non si chiede adesione a un blocco geopolitico, ma elezioni libere, diritti civili, regole del gioco riconoscibili.

In questo contesto vanno letti anche i riconoscimenti internazionali all’opposizione democratica. Il Premio Sakharov assegnato a María Corina Machado non è propaganda, ma il segnale che la comunità democratica mondiale riconosce chi lotta senza armi contro un potere che ha chiuso ogni spazio di confronto. Liquidare queste figure come “pedine dell’Occidente” significa adottare, inconsapevolmente, la stessa narrazione del regime che le perseguita.

Il grande errore, infine, è mescolare tutto: Venezuela, Ucraina, Iran, Gaza. Ogni conflitto ha cause, responsabilità e strumenti diversi. L’Ucraina è stata invasa militarmente dalla Russia; il Venezuela è imploso per una deriva autoritaria interna. Usare lo stesso schema morale per tutto non è pacifismo, è semplificazione.

Le democrazie occidentali sono imperfette, spesso incoerenti, talvolta ipocrite. Ma hanno una differenza decisiva rispetto ai regimi: possono essere cambiate dai cittadini. In Venezuela no. E quando un popolo non può più scegliere, protestare, votare davvero, l’aggressione è già avvenuta. Solo che non arriva dal cielo: arriva dal palazzo.

La vera ipocrisia non è criticare l’Occidente.
È usare quelle critiche per assolvere le dittature.

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