Non siamo più soltanto davanti a una disputa finanziaria o giudiziaria: il caso si sta trasformando in un contenzioso internazionale che rischia di avere effetti anche sul piano politico e reputazionale.
A rilanciare lo scontro è stato il sito EUalive, che ha diffuso alcuni passaggi dell’“Avviso di controversia” inviato dallo studio legale londinese Pinsent Masons a diverse autorità sammarinesi, tra cui il Segretario agli Esteri Luca Beccari, la presidente di Banca Centrale della Repubblica di San Marino Catia Tomasetti e il direttore di Agenzia di Informazione Finanziaria di San Marino Nicola Muccioli.
Il passaggio chiave è l’attivazione dell’articolo 10 del trattato bilaterale sugli investimenti tra Bulgaria e San Marino, che di fatto apre una procedura formale. Tradotto: da questo momento la Repubblica ha sei mesi di tempo per cercare una soluzione negoziata. Se entro quel termine non arriverà un accordo, la controversia potrà essere portata davanti all’arbitrato internazionale, con il possibile coinvolgimento dell’ICSID di Washington.
Sul tavolo c’è una richiesta che, almeno nelle cifre ventilate da Assen Christov, fa rumore: si parla di oltre 150 milioni di euro tra danni economici, reputazionali e costi legali. Una cifra enorme per un Paese piccolo come San Marino, anche se al momento siamo ancora nella fase delle accuse e delle posizioni contrapposte.
Christov, nelle dichiarazioni rilanciate da EUalive, ha usato toni molto duri. Ha spiegato di non voler colpire San Marino come Stato, ma quello che definisce un sistema di potere ristretto, accusato di usare le istituzioni e la leva regolatoria per colpire soggetti privati. Nell’impostazione dei bulgari, la vicenda viene raccontata come un caso di pressione amministrativa, di mancanza di trasparenza e di limitazione dei diritti dell’investitore, fino al blocco dei capitali senza una decisione definitiva che accerti irregolarità.
Dentro questa narrazione c’è anche un elemento politico non secondario: il tentativo di collegare il caso alla credibilità internazionale del Titano, anche in vista del percorso di avvicinamento all’European Union. Secondo la linea sostenuta da Starcom, il modo in cui San Marino tratta gli investitori esteri diventerebbe una sorta di test sulla sua affidabilità istituzionale.
È una lettura chiaramente di parte, e questo va detto con nettezza. Però è altrettanto vero che, al di là della fondatezza delle accuse, una controversia di questo livello non aiuta certo l’immagine internazionale della Repubblica, soprattutto in una fase in cui San Marino sta cercando di rafforzare il proprio profilo verso l’esterno.
Sul fronte interno, la risposta è arrivata dal Segretario di Stato alle Finanze Marco Gatti, che ai microfoni di San Marino RTV ha respinto l’impostazione della controparte e ha assicurato che San Marino difenderà le proprie ragioni in tutte le sedi competenti. Gatti ha sottolineato anche un punto politico e tecnico centrale: secondo il governo, si starebbero sovrapponendo impropriamente due piani distinti, cioè quello dell’eventuale indagine penale sul presunto riciclaggio e quello più strettamente civilistico legato ai 15 milioni di euro investiti e poi congelati.
La linea del governo sammarinese, in sostanza, è questa: se Starcom ritiene di avere ragione, deve presentarsi davanti al tribunale sammarinese e far valere lì le proprie pretese, invece di trasformare la vicenda in un caso politico-diplomatico internazionale.
Ed è proprio qui che si misura la vera rottura. Da una parte c’è San Marino, che rivendica la correttezza del proprio operato istituzionale e giudiziario. Dall’altra c’è Starcom, che continua a mostrare una profonda sfiducia verso il sistema interno del Paese. Il risultato è uno scontro che non è più solo legale, ma ormai apertamente istituzionale e politico.




