Mentre titoli allarmistici si moltiplicano, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha esplicitamente escluso lo scenario pandemia: il focolaio è nato su una nave da spedizioni in Antartide, è arrivato in Europa attraverso un passeggero ricoverato a Zurigo, ed è sotto controllo. Otto casi totali, tre confermati in laboratorio, tre decessi. Le fonti primarie raccontano una storia molto diversa da quella che si legge sui social.
Negli ultimi giorni, leggendo i titoli sull’hantavirus, è facile farsi prendere da una sensazione familiare. Allerta. Nuovo virus. Allarme in Europa. Eppure, se uno va a leggere quello che dicono le autorità sanitarie internazionali, la storia è completamente diversa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità non solo non parla di emergenza, ma ha esplicitamente escluso che si possa configurare uno scenario paragonabile al COVID. È un’esclusione formale, fatta in conferenza stampa, ripetuta nei comunicati ufficiali, riportata letteralmente da tutte le agenzie di stampa internazionali. Un fatto che nei titoli italiani tende a sparire.
Maria Van Kerkhove, l’epidemiologa OMS che ha gestito buona parte delle comunicazioni sulla pandemia da SARS-CoV-2 e che oggi coordina il dossier, è stata netta nella conferenza stampa di martedì sei maggio: l’OMS si aspetta che possano emergere altri casi tra i contatti dei passeggeri della nave coinvolta, ma “non prevede un’epidemia paragonabile al COVID e non esistono evidenze di un rischio di trasmissione diffusa”. È difficile essere più chiari. Eppure i titoli che girano fanno l’esatto contrario: amplificano, drammatizzano, evocano scenari che la stessa OMS sta dicendo di non temere.
Vediamo i fatti, andando alle fonti primarie.
I fatti, in ordine
Il focolaio è nato sulla MV Hondius, una nave da spedizione di lusso operata dalla compagnia olandese Oceanwide Expeditions. Salpata da Ushuaia, in Argentina, il primo aprile per una crociera che prevedeva tappe in Antartide e nelle isole atlantiche più remote (Tristan da Cunha, Sant’Elena), la nave ha avuto a bordo un primo passeggero gravemente malato già l’undici aprile: un olandese di settant’anni, deceduto durante la traversata con febbre, mal di testa e dolori addominali. All’epoca la causa non era stata identificata. Solo a fine aprile, dopo che un passeggero britannico ha sviluppato sintomi più severi ed è stato evacuato a Johannesburg, i laboratori sudafricani hanno confermato l’infezione da hantavirus.
Il sei maggio, l’OMS ha aggiornato il bollettino: otto casi totali, tre confermati in laboratorio, cinque sospetti, tre decessi (la coppia olandese e un cittadino tedesco). Tra i casi confermati c’è il paziente svizzero, ricoverato all’Ospedale Universitario di Zurigo, centro di riferimento nazionale per le malattie infettive di questo tipo. La moglie, asintomatica, è in autoisolamento precauzionale.
La nave è attualmente ferma al largo di Capo Verde con circa 150 persone a bordo da ventitré Paesi. Diversi passeggeri erano già scesi nelle settimane precedenti, ed è qui che si è attivato il contact tracing internazionale: due cittadini di Singapore in autoisolamento, tre canadesi tra Ontario e Quebec, otto francesi (tutti viaggiavano su un volo Sant’Elena-Johannesburg con un caso confermato), due britannici a casa in osservazione. Tutto sotto controllo coordinato.
La posizione dell’OMS, parola per parola
Conviene rileggerla, perché è il punto che la cronaca italiana sta perdendo. L’OMS si aspetta che emergano altri casi tra i contatti dei passeggeri della MV Hondius. È normale, è la dinamica di qualunque focolaio circoscritto sotto sorveglianza attiva. Quello che l’OMS non si aspetta, e che lo dice esplicitamente, è uno scenario di trasmissione diffusa nella popolazione generale. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale OMS, ha confermato la stessa linea sul caso svizzero, limitandosi a un appello mirato ai passeggeri della nave affinché si rivolgano a una struttura sanitaria se sviluppano sintomi.
L’Ufficio Federale Svizzero della Sanità Pubblica (FOPH) è ancora più esplicito nel dare il messaggio: “il rischio per la popolazione svizzera è basso, l’occorrenza di ulteriori casi è considerata improbabile”. In Svizzera l’hantavirus è una patologia rara, con una media di zero-sei casi all’anno, quasi tutti contratti all’estero da viaggiatori. Stesso quadro nella maggior parte dei Paesi europei, San Marino e Italia incluse.
La differenza scientifica che cambia tutto
Per capire perché OMS e autorità nazionali parlano di rischio basso bisogna spiegare un punto che i titoli allarmistici tendono a saltare: il ceppo identificato sulla MV Hondius è il virus Andes, una variante del genere Orthohantavirus presente storicamente in Argentina e Cile. È noto dal 1995, quando fu caratterizzato durante un focolaio in Patagonia, e da allora ha contato circa 1.200 casi confermati in Argentina.
La trasmissione standard degli hantavirus avviene attraverso l’inalazione di particelle aerosolizzate provenienti dalle escrezioni di roditori infetti. È una trasmissione ambientale, non interumana. Il virus Andes ha una particolarità: in casi rari è stata documentata anche una trasmissione tra persone, ma esclusivamente attraverso contatto stretto e prolungato, come la condivisione di un letto, di cibo, di ambienti familiari per giorni. Non è una trasmissione respiratoria nel senso del COVID-19 o dell’influenza. Non si trasmette in metropolitana, in ufficio, al supermercato.
È esattamente per questo che l’OMS ha escluso lo scenario pandemia. Una nave da crociera che ha raccolto persone provenienti da contesti di vita comuni per quasi un mese è il contesto epidemiologicamente perfetto per la trasmissione del virus Andes. La popolazione di un Paese europeo che incrocia per pochi minuti un viaggiatore in un aeroporto, no.
Quello che sappiamo sul trattamento
Non esistono terapie antivirali specifiche né vaccini approvati per il virus Andes. Il trattamento è di supporto: ventilazione assistita, gestione delle complicanze polmonari (la sindrome polmonare da hantavirus, HPS, è la manifestazione clinica più grave), terapia intensiva nei casi severi. La letalità del virus Andes nei casi sintomatici è storicamente alta (intorno al 30-40%), ma il numero assoluto di casi resta contenuto perché la trasmissione è rara.
Il paziente svizzero è ricoverato in un ospedale specializzato. Il britannico in Sudafrica, secondo l’ultimo aggiornamento OMS, sta migliorando.
Contesto e prospettive
Il vero tema, in tutto questo, è un altro. Dopo cinque anni di pandemia da COVID, la stampa internazionale ha sviluppato un riflesso quasi pavloviano davanti a qualunque focolaio: titoli emergenziali, evocazioni del 2020, paragoni che le autorità sanitarie sono costrette a smentire una per una. Il caso hantavirus è esemplare. Le fonti primarie dicono una cosa precisa, l’OMS ha esplicitamente escluso lo scenario pandemico, eppure i titoli e i social vanno in direzione opposta. È un tipo di allarmismo che logora la fiducia nelle istituzioni sanitarie, perché abitua il pubblico a un’emergenza permanente che poi, alla prova dei fatti, non si materializza. Il giorno in cui un’emergenza vera arriverà davvero, quel pubblico avrà smesso di ascoltare.





