Cesarini (Libera): “Il debito non è un nemico, ma senza disciplina diventa una fragilità per il Paese”

da | 16 Dic 2025

Riporta di seguito l’intervento di Gemma Cesarini (Libera) nell’ambito del dibattito sulla Legge di Bilancio 2026 in Consiglio Grande e Generale, nella seduta di lunedì 15 dicembre.

Intervengo per condividere una riflessione sui conti pubblici, con attenzione alla sostenibilità del debito pubblico, alla sua composizione e alla percezione internazionale della nostra gestione. Riflessioni scaturite perlopiù dalla lettura della relazione prodotta dalla Commissione di controllo della finanza pubblica sul rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2024. Alla data del 31 dicembre 2024 il debito pubblico si attesta su circa 1 miliardo e 198 milioni di euro, pari a circa il 62% del PIL nominale della Repubblica, sulla base del PIL confermato dal Fondo Monetario a 1 miliardo e 930 milioni. Questi dati ci parlano di un debito che non è basso come in alcune economie di piccoli Stati, come solitamente accade, né paradossalmente elevato come in alcune economie nazionali europee, anche vicine come l’Italia, ma che richiede comunque disciplina e visione. La composizione del debito presenta alcune caratteristiche rilevanti: titoli pubblici totali per 669 milioni, di cui 350 milioni sono strumenti a mercato regolamentato; titoli irredimibili per 469 milioni; mutui medio-lunghi interni ed esteri per circa 29 milioni; delta residui attivi e passivi per 30 milioni. Questa struttura del debito garantisce una certa stabilità sui rimborsi di capitale grazie alla componente irredimibile, che non prevede il rimborso del capitale, ma allo stesso tempo comporta una considerevole sensibilità ai mercati finanziari per quanto riguarda la quota di debito estero. Il rapporto debito/PIL del 62%, pur accettabile per una microeconomia e comunque in prospettiva di miglioramento, considerato il previsionale 2025, non rappresenta una garanzia automatica di sostenibilità, pur essendo vicino al parametro di Maastricht del 60%. La sostenibilità richiede tre condizioni simultanee: una crescita economica positiva e duratura, e su questo il nostro sistema ha dimostrato un andamento positivo, con un PIL nominale che cresce di circa tre punti percentuali secondo i dati del Fondo Monetario; costi medi del debito inferiori o comparabili alla crescita nominale del PIL, rendendo necessario un confronto tra il tasso medio del debito e la crescita economica; saldi primari almeno neutri o, meglio ancora, positivi. Non dobbiamo dimenticare una regola universale valida in qualunque ordinamento: non esiste debito sostenibile senza disciplina. Quando il costo medio del debito, ovvero il tasso di interesse medio ponderato, supera la crescita economica, il debito non è più stabile per definizione. Dai dati del consultivo 2024 indicati nella relazione della Commissione di controllo, emerge un avanzo di gestione pari a 15,7 milioni. Si tratta di un dato positivo, ma non sufficiente. Ogni anno dovremmo muoverci in questa direzione. L’aggiornamento da parte di Fitch del rating sovrano della Repubblica, da BBB- con outlook positivo, salendo dal precedente livello BB+, rappresenta un dato estremamente positivo.Il miglioramento del rating non è un punto di arrivo, ma un passo in avanti cruciale. Tuttavia, anche poche crisi settoriali possono incidere significativamente sul PIL. Non basta quindi per costruire un percorso concreto di sostenibilità del debito: dobbiamo impegnarci su almeno cinque direttrici politiche concrete. Mantenere un saldo primario strutturalmente positivo, evitando deficit strutturali e contenendo la spesa corrente. Diversificare le scadenze e approfittare di eventuali riduzioni dei tassi per rifinanziare il debito più oneroso. Monitorare attentamente l’andamento dei tassi internazionali affinché i costi di rifinanziamento non compromettano la sostenibilità. Ridurre gradualmente la quota di debito esposta ai mercati esteri, rafforzando la stabilità interna attraverso il ricorso al debito interno. La domanda da porci non è soltanto se il debito sia sostenibile oggi, ma se lo sarà fra cinque, dieci o quindici anni. Per rispondere dobbiamo costruire una traiettoria di sostenibilità credibile per i mercati, solida per il bilancio, responsabile verso i cittadini e ambiziosa per lo sviluppo. Un Paese che controlla il proprio debito è un Paese libero. Un Paese che lo subisce è un Paese esposto, dipendente e fragile, e noi non possiamo permettercelo per onore della nostra storica indipendenza. Serve una governance rigorosa dei conti, riforme orientate alla crescita e politiche moderne. Il debito pubblico non è un nemico: è uno strumento. Dipende da come lo utilizziamo. Sta a noi decidere se farne una leva per lo sviluppo o un peso sulle future generazioni.

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