Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di un lettore sammarinese sul numero di aprile del giornale del Partito Democratico Cristiano Sammarinese, arrivato in questi giorni nelle case di tutta la Repubblica.
Caro direttore,
mi è arrivato a casa, come a quasi tutte le famiglie sammarinesi, il numero di aprile de Il San Marino, giornale del Partito Democratico Cristiano Sammarinese. L’ho aperto, l’ho sfogliato, e mi sono soffermato su due pagine in particolare: quelle in cui Gabriele Raschi affronta il tema del fine vita.
Vorrei provare a dire perché, da lettore qualunque, non da giurista, non da medico, non da attivista, l’ho trovato un articolo onesto in molte sue parti e profondamente incompleto in altre. Non scrivo per polemica, ma per provare ad aggiungere ciò che, leggendo, mi è sembrato mancare.
Premetto: condivido cose. Condivido che chi assiste un malato terminale, in Repubblica, lo fa con professionalità e dedizione. È vero. Mio padre se ne è andato due anni fa, dopo una malattia lunga, e gli operatori che gli sono stati accanto, medici di reparto, palliativisti, infermieri, la psicologa del consultorio, sono stati di una umanità che ricordo intera. Su questo Raschi ha ragione, e tutti i sammarinesi che hanno vissuto un’esperienza simile lo confermerebbero.
Condivido anche che l’accanimento terapeutico, il prolungamento inutile dell’agonia con interventi che non portano beneficio, sia un male, e che vada respinto. E condivido, infine, che le cure palliative e la terapia del dolore vadano sostenute, valorizzate, finanziate. Su questo siamo d’accordo. È ciò di cui chi è stato in corsia conosce il valore.
C’è una cosa, però, che leggendo mi è sembrata non scritta fino in fondo. E che invece, nella vita reale, conta moltissimo.
Raschi cita, di passaggio, quasi come una nota a margine, la legge 28 aprile 1989 n. 43, e scrive che il nostro sistema sammarinese rispetta già il principio del consenso informato. Vero. Solo che il consenso informato, in concreto, vuol dire una cosa molto precisa: che il paziente è il titolare delle decisioni sulle proprie cure. Non i parenti. Non i medici. Non il legislatore. Il paziente. Quel principio, da quasi quarant’anni in Repubblica, garantisce a ciascuno di noi una libertà fondamentale: dire sì a una terapia, oppure dire no. Continuare, oppure fermarsi.
Nei mesi vicino a mio padre, di quel principio ho visto la pratica. Ho visto una persona, mio padre, decidere insieme ai medici fino a quando spingersi. Ho visto medici onesti chiedere a mia madre cosa lui avrebbe voluto, in un momento in cui non poteva più dirlo lui. Ho visto la differenza che fa, in giorni così, sapere che la legge sta dalla parte di chi vive quel momento, non di chi lo guarda da fuori. È esattamente quel principio, il consenso informato, di cui la legge del 1989 è fondamento, a permettere quella scelta. È un principio antico, profondo, civile. Sammarinese da quasi quarant’anni.
L’articolo del giornale, però, lo cita di passaggio. E si concentra invece nel dire che, in Repubblica, non c’è bisogno di nuove leggi sul fine vita. Forse sì, forse no: su questo si può discutere, e si discuterà in Consiglio Grande e Generale. Quello su cui non si può discutere è che dietro la formula «non serve una legge» si nasconde, talvolta, anche un’altra cosa: l’idea che certe scelte, interrompere una terapia, rifiutare l’alimentazione artificiale, lasciare che la natura faccia il proprio corso, possano essere prese soltanto dai medici o dai familiari, e non dal paziente stesso. È un’idea che, a chi è stato al capezzale di una persona cara, francamente appare sbagliata.
Non scrivo per difendere l’eutanasia, né il suicidio assistito. Su questi temi ognuno ha la propria coscienza, le proprie ragioni, e meritano un confronto molto più ampio di quello che può fare una lettera. Scrivo per dire una cosa più semplice: quando si parla di fine vita, non si può presentare il quadro sammarinese come se fosse soltanto questione di «cura» e di «presenza». È anche, e profondamente, questione di chi decide. E la risposta sammarinese a quella domanda, dal 1989, è chiara. Il paziente.
Mi piacerebbe leggere, sul prossimo numero del giornale di partito, una pagina che racconti anche questo. Non come polemica con l’articolo di Raschi, ma come complemento necessario. Perché chi ha vissuto da vicino il fine vita di una persona amata sa quanto pesa, in quei giorni, sapere che la legge sta dalla parte giusta.
Mi piacerebbe, infine, e lo dico a lei direttore, e per tramite suo a chi vorrà raccoglierlo, che da questo confronto venisse fuori un riconoscimento più forte, in Repubblica, del lavoro dei medici palliativisti. Quelli veri. Quelli che ogni giorno stanno accanto ai malati nelle ore più difficili. Perché sono loro, alla fine, a sapere meglio di tutti cosa significhi davvero «accompagnare con dignità». E credo che le loro voci, in un dibattito del genere, andrebbero ascoltate molto più di quanto non si faccia oggi.
Grazie per lo spazio.
S.M.





