Accordo UE: abbiamo letto le 200 pagine. Ecco perché quasi tutto quello che leggete è falso

da | 7 Mag 2026

Abbiamo fatto una cosa strana: abbiamo letto l’accordo. Tutte e 200 le pagine, comprese quelle noiose. E mentre leggevamo, succedeva qualcosa di scomodo: una dopo l’altra, le accuse che riempiono comunicati e social di questi mesi si scioglievano davanti agli articoli del trattato. Sovranità svenduta? Non c’è scritto. Invasione di stranieri? I numeri dicono altro. Nessuna via d’uscita? L’Articolo 112 ne prevede una di sei mesi.

Non si tratta di difendere il Governo né di prendere posizione per la firma. Si tratta di fare quello che un giornale dovrebbe fare prima di prendere una posizione, e cioè leggere il documento di cui sta parlando. Perché molte delle cose che si stanno dicendo in queste ore sull’accordo, semplicemente, non corrispondono a quello che c’è scritto.

L’adesione mascherata che mascherata non è

Prendiamo la “svendita della sovranità”, la frase più ricorrente. Chi la ripete dovrebbe sfogliare l’Articolo 64 dell’Accordo Quadro, dove sono elencate le materie che entrano nell’integrazione: 25 dei 35 capitoli dell’acquis comunitario, tutti legati al Mercato Unico. Cosa resta fuori? Politica estera, difesa, Schengen, immigrazione e asilo, politica agricola comune, pesca, bilancio UE, fiscalità diretta. Esattamente le materie che disegnano l’identità di uno Stato nel mondo. L’IGR resta sammarinese. Le forze armate restano sammarinesi. La politica estera resta autonoma. I controlli alle frontiere restano regolati bilateralmente con l’Italia. Un’adesione vera, quella sì, comporterebbe Schengen, contributo al bilancio UE, recepimento integrale dei 35 capitoli, partecipazione obbligatoria alle politiche europee di immigrazione. Niente di tutto questo è nell’accordo.

Eppure leggiamo che si tratterebbe di un'”adesione mascherata”. Mascherata da cosa, viene da chiedere: se di adesione si trattasse, sarebbe la più strana della storia, visto che lascia fuori metà dell’Unione.

Il silenzio che non c’era

Stessa sorte tocca all’idea che l’accordo sia stato negoziato “nel silenzio”. Sul sito esteri.sm c’è il testo integrale, gli ordini del giorno parlamentari approvati dal 2010 in avanti (sono quattordici, l’ultimo del luglio scorso), le delibere governative, gli studi della Direzione Affari Europei, i temi e le date di tutte le sessioni negoziali (sono trentacinque). A tutto questo si aggiungono le tre serate informative pubbliche di marzo, le audizioni in Commissione Esteri, l’incontro al Kursaal di novembre 2025. Otto anni di negoziato sono stati raccontati pubblicamente, sessione per sessione. Si può discutere se la comunicazione governativa sia stata abbastanza efficace, se la divulgazione abbia raggiunto il cittadino medio o solo gli addetti ai lavori. È una critica legittima. Ma “non sappiamo nulla” è un’altra cosa, e significa non aver mai cliccato su esteri.sm.

Una porta di uscita che pochi hanno letto

Poi c’è il tema dell’uscita. “L’accordo è a tempo indeterminato, una volta firmato non si torna più indietro”. Articolo 112, comma 4: “Ciascuna Parte Associata può recedere dal presente Accordo notificando per iscritto la propria decisione all’altra Parte Associata. Il presente Accordo cessa di applicarsi tra le rispettive Parti Associate sei mesi dopo il ricevimento della notifica”. Sei mesi. Una notifica scritta. Per fare un confronto, l’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea, quello che il Regno Unito ha usato per la Brexit, prevede negoziati di uscita lunghi anni. La procedura di recesso da questo accordo è incomparabilmente più snella. Il comma 6, poi, tutela i diritti acquisiti da cittadini e imprese. C’è scritto. Basta leggere.

Il fantasma delle novanta residenze

Le novanta residenze annue per cittadini UE meritano un capitolo a parte, perché sono diventate l’incubo di metà dei comunicati di queste settimane. Mettiamoci d’accordo sui numeri: novanta su trentatremila abitanti fanno lo zero virgola ventisette per cento all’anno. Per dare una proporzione, sono quasi in linea con i flussi storici di residenze concesse ai non sammarinesi. Le quote, scrive la Decisione del Consiglio, sono “ispirate a quelle concordate con il Liechtenstein nell’Accordo sullo Spazio Economico Europeo”: un modello che il Principato di quarantamila abitanti applica da oltre trent’anni e che non ha cambiato il volto del Paese, non ha sconvolto gli equilibri demografici, non ha trasformato la valle del Reno in una zona franca per stranieri. Sulle residenze secondarie, l’Appendice 6 del Protocollo San Marino lascia espressamente alla Repubblica piena discrezionalità: “San Marino può applicare, in maniera non discriminatoria, le procedure di autorizzazione esistenti”. E se davvero in futuro si manifestassero “gravi difficoltà economiche, sociali o ambientali”, l’Articolo 97 prevede misure di salvaguardia unilaterali. Una valvola di sicurezza che chi parla di invasione preferisce non citare. Esiste, è scritta, è disponibile.

C’è poi un dettaglio che nei comunicati allarmistici si tende a saltare: a differenza delle residenze atipiche concesse a pensionati e sporttivi, che la Repubblica accoglie senza che questi contribuiscano stabilmente al gettito sammarinese, i cittadini UE che si stabiliranno a San Marino in regime di libera circolazione lo faranno per lavorare, per fare impresa, per studiare. Pagheranno l’IGR, contribuiranno alla previdenza, alimenteranno l’economia interna come qualunque altro residente attivo. È una differenza che meriterebbe di entrare nei comunicati di chi denuncia “invasioni”: stiamo parlando di lavoratori e contribuenti, non di rendite parcheggiate.

La Corte non è un tribunale straniero

Anche la Corte di Giustizia europea evocata come “tribunale straniero” merita una controlettura. Sì, sarà l’arbitro ultimo per le controversie sull’interpretazione dell’accordo. Ma l’Articolo 90, comma 4, dice una cosa che meriterebbe più attenzione: “Gli Stati Associati godono degli stessi diritti degli Stati membri dell’UE e delle istituzioni dell’UE e sono soggetti alle stesse procedure davanti alla CGUE”. Davanti alla Corte, San Marino è sullo stesso piano della Germania, della Francia, dell’Italia. E l’Articolo 91 va oltre, aprendo qualcosa che oggi non esiste: per la prima volta nella storia, un’impresa o un cittadino sammarinese potrà contestare un atto delle istituzioni UE direttamente davanti alla Corte. Oggi non può. È un salto di tutela giurisdizionale, non di sottomissione.

Quando i nomi sostituiscono i contenuti

Resta da capire perché, di fronte a un testo così verificabile, una parte del dibattito abbia scelto di parlare d’altro. Di nomi, di chi era a Bruxelles, di chi è citato in quale fascicolo, di chi è il notaio di chi. Sono questioni che meritano la loro sede, e quella sede è la giurisdizione, dove esistono garanzie e contraddittorio. Ma ridurre un trattato di duecento pagine, frutto di otto anni di negoziato e quattordici ordini del giorno parlamentari approvati a maggioranza ampia, alla biografia di alcuni protagonisti significa scegliere consapevolmente di non discutere di merito. Quando un’argomentazione si sposta dai contenuti alle persone, c’è quasi sempre un motivo: i contenuti, all’esame, non danno gli stessi risultati che dà l’evocazione dei nomi.

I veri pro e i veri contro

Detto tutto questo, l’accordo non è privo di costi. Sarebbe disonesto raccontarlo come un’opportunità senza ombre, e qui Insider non lo farà. I vantaggi sono reali e leggibili sul testo: l’accesso pieno al Mercato Unico apre alle imprese sammarinesi quattrocentocinquanta milioni di consumatori senza dazi né barriere quantitative, la libertà di stabilimento permette a imprese e professionisti di operare nei ventisette Stati con riconoscimento automatico dei titoli, la partecipazione ai programmi UE apre l’accesso a Erasmus, Horizon Europe, Creative Europe, oggi preclusi, il decision shaping previsto dall’Articolo 80 garantisce alla Repubblica la consultazione “nella stessa forma e nello stesso lasso di tempo” degli Stati membri sui dossier che la riguardano. Sono cose che cambiano la vita degli studenti, dei ricercatori, degli imprenditori, dei professionisti.

Ma ci sono anche i costi. L’allineamento dinamico ai venticinque capitoli dell’acquis è un vincolo reale: la Repubblica viene consultata, ma il recepimento è dovuto. La regola UE di non discriminazione limiterà la discrezionalità sui flussi migratori. San Marino non avrà accesso strutturale ai principali fondi UE riservati agli Stati membri, dal PNRR ai fondi di coesione: potrà partecipare solo ai programmi specifici, contribuendo proporzionalmente. Le imprese dovranno operare in un quadro di concorrenza paritario con quelle europee, niente regimi privilegiati. Sono cambiamenti che richiedono adattamento, costano in flessibilità, riducono alcune leve di intervento che oggi la Repubblica esercita pienamente.

Il rumore, e il testo

Questi sono i pro. Questi sono i contro. Stanno scritti nello stesso testo che chiunque può scaricare in due click, senza intermediari, senza interpreti di parte. Il dibattito sammarinese, se vuole essere all’altezza della Repubblica più antica del mondo, dovrebbe svolgersi su questo piano. Non sui nomi. Non sulle inchieste collaterali. Non sulle evocazioni epiche del passato che, a forza di essere ripetute, finiscono per suonare vuote anche a chi le pronuncia.

Chi ha interesse a tenere chiusa San Marino in se stessa ha tutto da guadagnare a impedire una discussione di merito. Più si parla d’altro, meno si legge il testo. Più si urla, meno si ragiona. La Repubblica, invece, ha tutto da guadagnare a fare l’opposto. Le duecento pagine sono lì. Aperte, scaricabili, traducibili. Sono il presupposto minimo di qualunque conversazione seria su questo accordo. Tutto il resto, francamente, è rumore.

Condividi su:

Puoi leggere questo articolo gratuitamente grazie al contributo di

Articoli correlati

Panoramica privacy
Insider.sm

Questo sito utilizza i cookie per offrirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie vengono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni essenziali, come riconoscerti quando torni sul nostro sito e aiutare il nostro team a capire quali sezioni trovi più interessanti e utili.

Cookie strettamente necessari

I cookie strettamente necessari dovrebbero essere sempre attivati per poter salvare le tue preferenze per le impostazioni dei cookie.