Cinque anni di residenze atipiche, e una domanda che non si è mai davvero posta

da | 6 Mag 2026

Diciotto nuove residenze sportive negli ultimi sei mesi. Ciclisti, piloti, motocrossisti che pagano il 7% sui redditi prodotti all’estero, con un tetto massimo di centomila euro l’anno. Sulla carta, una scelta legittima e strategica. Nei fatti, uno strumento che merita un bilancio meno scontato di quello che si racconta dentro e fuori i confini della Repubblica.

C’è un’immagine che, a forza di essere ripetuta, rischia di passare per ovvia: quella di San Marino capitale silenziosa degli sportivi europei. Ciclisti del World Tour che si allenano sulle strade del Titano, piloti di Formula 1 che hanno qui la propria sede fiscale, motociclisti e rallisti che ogni anno si aggiungono a un elenco sempre più lungo. Nelle ultime settimane il Congresso di Stato ha aggiunto altri diciotto nomi. Tra loro, Yifei Ye — il primo cinese a vincere la 24 Ore di Le Mans con Ferrari — il motocrossista Andrea Bonacorsi, il rallista Simone Campedelli, e un nutrito gruppo di ciclisti professionisti. Si aggiungono a chi è già residente: Kimi Antonelli, in testa al mondiale di F1, Enea Bastianini, Nicolò Bulega, Giulio Ciccone, Mattia Drudi, e diversi altri. Numeri che, da fuori, raccontano una storia di successo. Da dentro, qualcosa di un po’ più complicato.

Come funziona davvero la Legge 223

Lo strumento si chiama residenza atipica a regime fiscale agevolato, lo regola la Legge 223 del 2020, ed è strutturato così: chi non è mai stato fiscalmente residente a San Marino e produce redditi all’estero può chiedere di essere tassato al 7% sul “netto frontiera”, con un’imposta minima di diecimila euro e massima di centomila per ogni esercizio fiscale. Quindici anni di durata massima, dieci dei quali con vincoli precisi: niente lavoro nel Settore Pubblico Allargato, niente contributi statali legati alla residenza, sanità interamente a carico privato. La concessione la dà il Congresso di Stato, su istruttoria del Dipartimento Affari Esteri, e la decisione “non è sindacabile in alcun caso”. Il numero massimo di nuove residenze è cento all’anno, modificabile per decreto. Il Segretario di Stato Beccari riferisce ogni tre mesi alla Commissione Affari Esteri.

Tutto regolare, tutto contingentato, tutto tracciato. Eppure, a cinque anni dall’entrata in vigore della legge, vale la pena fermarsi un attimo.

La questione che nessuno vuole nominare

Il primo punto è quello che qualunque sammarinese con uno stipendio medio si trova prima o poi a pensare, anche se non ha voglia di dirlo in pubblico: c’è qualcosa che stride nel meccanismo per cui un atleta con redditi multimilionari paga, in tutto, centomila euro l’anno indipendentemente dal suo fatturato, mentre un dipendente del settore privato che porta a casa trentamila euro lordi vede una percentuale ben più alta del proprio stipendio finire tra IGR e contributi. Non è una questione di legalità — la Legge 223 è perfettamente legittima e replica schemi adottati da molti altri Paesi europei, Italia compresa. È una questione di proporzioni. E chi governa, da entrambi gli schieramenti, dovrebbe almeno avere il coraggio di nominarla, invece di derubricarla a invidia sociale ogni volta che riemerge.

Gli effetti collaterali che non sono più collaterali

Il secondo punto è quello di cui si parla a bassa voce ma di cui si vedono gli effetti. Trovare casa a San Marino, oggi, è diventato un esercizio di pazienza e di fortuna, soprattutto per chi ha meno di trent’anni o per chi ha un reddito normale. I prezzi degli affitti, negli ultimi anni, sono saliti in modo che molti residenti percepiscono come sproporzionato rispetto al mercato del lavoro interno. Le residenze atipiche non sono l’unica causa ovviamente, ma sono parte del quadro. L’arrivo costante di nuovi residenti con capacità di spesa molto elevate, in un territorio di sessantuno chilometri quadrati, un effetto sul mercato immobiliare lo produce per forza. È un tema che meriterebbe un’analisi a sé, e che affronteremo separatamente. Qui basti dire che il Governo, finora, l’ha trattato come un effetto collaterale gestibile. Per molti residenti, gestibile non è.

Il dopo-2031, che è già adesso

C’è poi una questione che nessuno, finora, ha posto con la dovuta chiarezza: cosa succede quando le prime residenze atipiche concesse nel 2021 arriveranno al consolidamento dei dieci anni. La legge prevede che, a quel punto, cessino i vincoli — niente più divieti di accesso al Settore Pubblico Allargato, niente più sanità privata obbligatoria — ma rimanga la tassazione agevolata. È un meccanismo previsto dalla norma, ma che fra cinque o sei anni produrrà un universo di residenti ibridi: cittadini a tutti gli effetti per la quasi totalità degli aspetti civili, ma con un’aliquota fiscale a sé. Vale la pena cominciare a pensarci adesso, prima che il fenomeno diventi numericamente rilevante.

Una trasparenza che manca

Sul piano dei numeri aggregati, infine, manca una trasparenza piena. Le opposizioni hanno chiesto più volte in Consiglio Grande e Generale dati puntuali sul gettito complessivo prodotto dalle residenze atipiche, sul numero esatto dei beneficiari attivi, sui controlli effettivamente svolti. Il rendiconto trimestrale alla Commissione Affari Esteri esiste e funziona, ma il dibattito pubblico — quello che si fa in Consiglio e fuori dal Consiglio — viaggia ancora prevalentemente per stime e impressioni. Su uno strumento che, da solo, riguarda potenzialmente centinaia di milioni di euro di reddito imponibile complessivo, una fotografia più dettagliata sarebbe utile. A chi governa per difendere lo strumento. A chi sta all’opposizione per criticarlo con cognizione. E ai cittadini, soprattutto, per capire di cosa si sta parlando.

La conversazione che non c’è

Tutto questo non è un atto d’accusa contro la Legge 223. Lo strumento esiste, è legale, e per certi versi ha funzionato meglio di altre operazioni di posizionamento internazionale tentate dalla Repubblica negli ultimi dieci anni. Ha portato visibilità, ha consolidato una comunità sportiva riconoscibile, ha generato gettito stabile. Il problema, come spesso capita a San Marino, non è la norma in sé. È la conversazione pubblica che non c’è. È la difficoltà a discutere di equità fiscale senza scivolare nella retorica del “noi contro loro”. È la rimozione collettiva del fatto che ogni scelta di politica fiscale è anche una scelta di modello sociale.

Cinque anni dopo, su questo nodo, i sammarinesi meriterebbero qualcosa di più di una rassegna di nomi celebri.

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