Donald Trump concede altre due settimane all’Iran e rinvia l’ultimatum, ma mette subito un paletto preciso: per gli Stati Uniti, la prosecuzione della tregua passa dalla riapertura immediata e completa dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico mondiale.
Il presidente americano continua a rivendicare la bontà dell’intesa, definendola una “vittoria totale” per gli Usa, pur lasciando intendere che, se il percorso diplomatico dovesse fallire, lo scenario militare resterebbe sul tavolo. Sullo sfondo si prepara anche un nuovo passaggio negoziale: il primo round di colloqui è atteso venerdì a Islamabad.
A confermare la delicatezza della situazione è stato anche il vicepresidente JD Vance, che ha parlato di una tregua ancora fragile. Secondo Washington, l’Iran avrebbe accettato di riaprire Hormuz, mentre gli Stati Uniti avrebbero sospeso gli attacchi, aprendo così uno spazio per una trattativa che ora dovrà dimostrare di poter reggere.
Nel frattempo, anche l’Europa prova a muoversi sul piano diplomatico. Il presidente francese Emmanuel Macron ha riferito che 15 Paesi si sono attivati per favorire la ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz, segnale di quanto la crisi stia preoccupando non solo sul piano militare ma anche su quello economico e strategico.
La tensione però non si limita al fronte iraniano. L’Unione europea ha chiesto apertamente a Israele di fermare l’operazione in Libano, ribadendo il rispetto della sovranità libanese e il sostegno pieno alla missione Unifil. Bruxelles ha inoltre sottolineato che qualsiasi attacco contro le forze Onu è inaccettabile.
Il quadro, insomma, resta estremamente instabile. La tregua annunciata nelle ultime ore sembra aver rallentato l’escalation, ma i segnali che arrivano dalle varie capitali raccontano una crisi ancora tutta da decifrare, con Hormuz, Iran, Israele e Libano al centro di un equilibrio molto precario.




