Durante un’apparizione nel podcast dell’ex vicedirettore dell’Fbi Dan Bongino, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sostenuto che il Partito repubblicano dovrebbe «prendere il controllo» delle operazioni di voto in almeno quindici località da lui definite «corrotte». Un’affermazione che riporta al centro del dibattito il tema del controllo federale delle elezioni, in una fase politicamente delicata per la Casa Bianca.
La proposta, che di fatto mira a sottrarre agli Stati la gestione delle procedure elettorali, viene presentata come uno strumento di prevenzione contro presunte frodi in vista delle elezioni di midterm, considerate sfavorevoli per l’amministrazione Trump. L’idea è quella di introdurre requisiti federali più stringenti, tra cui l’obbligo di esibire un passaporto o un certificato di nascita per dimostrare la cittadinanza al momento della registrazione al voto. Documenti di cui sono spesso sprovvisti i cittadini afroamericani, una fascia elettorale che vota in larga maggioranza per i democratici.
Si tratta di un’ulteriore escalation nella campagna di Trump contro il sistema elettorale statunitense. Finora l’offensiva si era concentrata su richieste di regole più severe e su indagini relative a presunti brogli, nel solco della narrativa avviata dopo la sconfitta del 2020 contro Joe Biden. Questa volta, però, la proposta entra in rotta di collisione con la Costituzione degli Stati Uniti, che all’articolo I attribuisce l’organizzazione delle elezioni agli organi legislativi statali, pur consentendo al Congresso – e non al presidente – di intervenire con norme federali.
La linea avanzata da Trump è stata respinta anche all’interno del suo stesso partito. Il leader repubblicano al Senato John Thune ha dichiarato che il sistema elettorale gestito dagli Stati «ha funzionato piuttosto bene», escludendo la possibilità di una nazionalizzazione del voto e sottolineando come un intervento diretto del presidente sarebbe probabilmente incostituzionale. Nel gennaio 2026, un giudice federale ha già bloccato parti di un ordine esecutivo emanato da Trump nel marzo 2025, stabilendo che il presidente non ha l’autorità per imporre unilateralmente modifiche alle procedure elettorali federali.




