Togliere il cartello dalla vetrina: quando la verità diventa una scelta politica

da | 25 Gen 2026

Ci sono discorsi che non nascono per restare confinati nelle sale di un forum internazionale. Ci sono parole che, una volta pronunciate, chiedono di essere portate fuori, nelle piazze, nelle redazioni, nelle coscienze. È questo il destino delle frasi pronunciate dal primo ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos, quando ha parlato apertamente di una “rottura dell’ordine mondiale” e della fine di quella che ha definito, senza infingimenti, “una bella storia”.

Non è una dichiarazione tecnica. È un atto politico nel senso più alto del termine: un invito a guardare il mondo per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse. 

Carney prende in prestito una metafora potente dal dissidente ceco Václav Havel: il fruttivendolo che ogni mattina espone in vetrina un cartello in cui non crede, solo per evitare problemi, solo per sopravvivere. È l’immagine di una società che “vive nella menzogna”, che recita un copione condiviso anche quando sa che la trama non regge più. Nel discorso di Davos, quel cartello diventa il simbolo dell’ordine internazionale basato sulle regole, lodato nei principi, ma applicato — spesso — in modo asimmetrico, selettivo, conveniente per i più forti. 

La forza di queste parole non sta nella denuncia, ma nella conseguenza che ne deriva: non basta più adattarsi, bisogna scegliere. Scegliere se costruire “fortezze”, chiudendosi dietro muri economici, energetici e militari, oppure tentare una strada più ambiziosa, fatta di alleanze tra potenze medie, di cooperazione tematica, di quella che Carney chiama una “geometria variabile” della politica internazionale.

È una riflessione che va oltre il Canada. Parla anche a realtà più piccole, più silenziose, ma non per questo meno esposte alle onde lunghe della geopolitica. In un mondo in cui le grandi potenze usano il commercio come leva, le catene di approvvigionamento come arma e la finanza come strumento di pressione, nessuno può davvero permettersi il lusso della neutralità passiva. 

Il passaggio forse più inquietante del discorso non è quello sui dazi, sulle alleanze o sugli investimenti in difesa. È quello in cui Carney mette in guardia da una sovranità solo apparente: una “messinscena della sovranità” che si consuma quando un Paese, formalmente libero, in realtà accetta condizioni dettate altrove. È un avvertimento che suona come una domanda rivolta a tutti: quanto della nostra autonomia è reale e quanto è semplicemente recitata? 

In questo senso, l’editoriale non può che fermarsi su una parola chiave: coerenza. Carney invita le medie potenze ad applicare gli stessi standard agli alleati e ai rivali, a non denunciare le intimidazioni solo quando arrivano “da una direzione” e a tacere quando provengono da un’altra. È qui che la politica smette di essere tattica e torna a essere etica. 

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa chiamata alla “verità”. Non è la verità dei tribunali o dei manuali di diritto internazionale. È la verità delle scelte quotidiane: con chi commerciare, con chi allearsi, chi sostenere, chi criticare, e perché. È la verità che si misura non nelle dichiarazioni solenni, ma nella capacità di ridurre la propria vulnerabilità, di costruire un’economia solida, di non dipendere da un solo interlocutore, da una sola rotta, da una sola fonte.

Forse è qui che il discorso di Davos diventa più di un intervento canadese e assume il valore di una lente globale. Perché, se è vero che “se non sei seduto al tavolo, sei sul menu”, allora ogni Paese — grande o piccolo — deve decidere se vuole essere commensale o portata. 

Alla fine, Carney torna a Havel e alla sua domanda più semplice e più scomoda: cosa significa vivere nella verità? Significa chiamare la realtà con il suo nome, smettere di fingere che l’ordine di ieri funzioni ancora come promesso, e costruire — con pazienza e con fatica — un ordine nuovo, magari imperfetto, ma più onesto.

Per i lettori di INSIDER.SM, questa non è solo una riflessione sul Canada o sulle grandi potenze. È un promemoria universale. In un tempo in cui le parole spesso corrono più veloci dei fatti, e i principi vengono esibiti come cartelli in vetrina, la vera scelta politica non è tra Est e Ovest, tra alleanze e neutralità. È tra continuare a recitare o iniziare, finalmente, a dire la verità.

E forse, come suggerisce il discorso di Davos, è proprio da questa scelta che comincia il potere di chi, potente, non lo è

Condividi su:

Puoi leggere questo articolo gratuitamente grazie al contributo di

Articoli correlati

Panoramica privacy
Insider.sm

Questo sito utilizza i cookie per offrirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie vengono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni essenziali, come riconoscerti quando torni sul nostro sito e aiutare il nostro team a capire quali sezioni trovi più interessanti e utili.

Cookie strettamente necessari

I cookie strettamente necessari dovrebbero essere sempre attivati per poter salvare le tue preferenze per le impostazioni dei cookie.