Alla vigilia dei colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, lo Stretto di Hormuz resta bloccato, con pesanti ripercussioni sul traffico petrolifero mondiale. Il fragile cessate il fuoco continua a vacillare, mentre le due parti si accusano a vicenda di violazioni, anche alla luce dei nuovi raid israeliani in Libano.
Da Washington, Donald Trump ha criticato duramente Teheran, accusandola di impedire il passaggio del petrolio e minacciando conseguenze se dovessero essere imposti pedaggi alle navi. Intanto, secondo indiscrezioni, l’Iran avrebbe richiesto un pagamento per il transito, aggravando ulteriormente la situazione.
Lo scenario sul campo resta complesso: centinaia di petroliere sono ferme nel Golfo Persico e circa 20mila marittimi risultano bloccati. Un dato che fotografa bene la crisi: nelle prime ore di tregua sono transitate pochissime navi rispetto alle circa 140 giornaliere prima del conflitto.
Le distanze tra le parti sono ancora profonde. L’Iran punta a mantenere il controllo sullo stretto, ottenere la fine delle sanzioni e difendere il proprio programma nucleare. Gli Stati Uniti, invece, chiedono lo stop all’arricchimento dell’uranio, al programma missilistico e ai finanziamenti alle milizie.
Nel frattempo, il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei ha definito l’Iran “vincitore definitivo” della guerra, ribadendo che il Paese non rinuncerà ai propri diritti e annuncia la richiesta di risarcimenti per i danni subiti.
Il confronto diplomatico si apre quindi in un clima di forte tensione, con pochi segnali di reale avvicinamento tra le due potenze.




