Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso nei raid statunitensi e israeliani, tra molti giovani iraniani si fa strada l’idea che possa aprirsi una fase nuova. A Teheran studenti e professionisti parlano apertamente di “svolta”, stanchi di anni di repressione, crisi economica e isolamento internazionale.
“Vorrei un regime laico, capace di riportare l’Iran al suo antico splendore”, racconta Mohammad, 33 anni. Ricorda un periodo in cui – sostiene – la moneta era più stabile e i viaggi all’estero più semplici. “Sono monarchico e credo che la fenice iraniana risorgerà dalle ceneri con il principe Reza Pahlavi”, afferma, immaginando un futuro diverso per il Paese.
Non tutti, però, guardano con serenità alla fase che si apre. Se da un lato c’è chi invoca la fine dell’influenza dei pasdaran e un ritorno a maggiore libertà, dall’altro cresce il timore di un vuoto di potere e di possibili scontri interni.
Tra slogan e riflessioni sul passato, una frase ricorre spesso: “Con lo scià o senza, non dimentichiamo chi si è sacrificato”. Segno che il dibattito non riguarda solo il futuro politico, ma anche la memoria collettiva e l’identità di un Paese che ora si trova davanti a un passaggio storico delicatissimo.




