San Marino torna a comparire, indirettamente ma in modo tutt’altro che marginale, dentro uno dei dossier finanziari più sensibili del momento: quello dei rapporti bancari e commerciali che continuano a collegare l’Iran ad alcuni circuiti europei, nonostante anni di sanzioni, restrizioni e controlli internazionali.
Il centro di questa rete, secondo la ricostruzione pubblicata da Moneta, si troverebbe in Germania, ad Amburgo, dove operano istituti considerati da tempo strategici per i movimenti finanziari riconducibili al sistema economico iraniano in Europa. Ma la parte che interessa più da vicino il Titano è quella finale della catena: una pista societaria e bancaria che, da quei circuiti, sarebbe arrivata fino a San Marino.
Il punto chiave: il tentativo di entrare in Banca di San Marino
Il passaggio che riporta il Titano dentro questa vicenda riguarda il tentativo di acquisire il controllo di Banca di San Marino, operazione che nei mesi scorsi aveva già fatto molto discutere e che, proprio per la delicatezza del quadro societario e finanziario emerso, era stata bloccata da Banca Centrale della Repubblica di San Marino.
Secondo la ricostruzione citata, la Starcom Holding, società bulgara, avrebbe cercato di entrare nella governance di Bsm attraverso la controllata San Marino Group Spa. Fin qui il dato societario. Il punto più sensibile, però, starebbe nei legami indiretti che collegherebbero quel perimetro imprenditoriale ad altri soggetti finanziari europei.
Tra questi – secondo il reportage di Moneta – comparirebbe anche Varengold Bank, banca tedesca che negli ultimi tempi è stata attenzionata dalle autorità di vigilanza per possibili criticità sul fronte antiriciclaggio e per operazioni che, secondo sospetti investigativi emersi in Germania, avrebbero potuto incrociare soggetti o canali collegati all’Iran. La banca ha sempre respinto accuse di utilizzo illecito, sostenendo la natura regolare e umanitaria di alcune transazioni, ma il suo nome resta inserito in un quadro di massima sensibilità.
Perché il caso è delicato per San Marino
Il tema, per San Marino, non è solo tecnico o bancario. È soprattutto politico, reputazionale e strategico. Dopo anni difficili, il sistema sammarinese ha infatti investito molto per ricostruire credibilità internazionale, rafforzare i presìdi di compliance, migliorare i controlli sui flussi finanziari e tenere lontani investitori, veicoli societari o operazioni che potessero esporre il Paese a rischi sistemici.
In questo contesto, il fatto che una possibile operazione su una delle banche storiche del Titano possa essere stata anche solo sfiorata da ambienti societari con collegamenti verso istituti europei finiti sotto lente è un elemento che cambia radicalmente il peso della vicenda.
Ed è qui che entra in gioco la scelta fatta da Banca Centrale, che avrebbe deciso di fermare la scalata proprio per evitare che dentro il sistema sammarinese entrassero assetti proprietari o relazioni finanziarie ritenute non pienamente rassicuranti sotto il profilo della trasparenza, dell’affidabilità e della sostenibilità regolamentare.
Amburgo, le banche iraniane e il sistema parallelo europeo
Il quadro più ampio, da cui questa pista prende forma, parte da Amburgo, dove avrebbe sede una delle strutture finanziarie più importanti per i rapporti tra l’economia iraniana e l’Europa. In particolare viene citata la European-Iranian Handelsbank (EIH Bank), considerata da tempo uno snodo essenziale per la gestione di transazioni in euro tra operatori iraniani e soggetti europei, soprattutto nei settori formalmente non colpiti dalle sanzioni.
Secondo l’inchiesta, sarebbe proprio in quel tipo di architettura bancaria che si concentrerebbe una parte consistente della liquidità iraniana presente in Europa. Non denaro che circola apertamente attraverso i tradizionali canali occidentali, ma una rete di operazioni commerciali, triangolazioni e strutture societarie che, negli anni, avrebbe consentito a Teheran di mantenere una presenza economica indiretta sul mercato europeo.
A rendere possibile questo schema sarebbero soprattutto gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai, che da anni funzionano come grande piattaforma intermedia tra l’Iran e il mondo occidentale. Molte società formalmente emiratine, ma con soci o interessi iraniani, opererebbero infatti da hub per import-export, logistica, servizi finanziari e movimentazione di capitali, mantenendo formalmente il rispetto delle sanzioni ma rendendo molto più difficile seguire fino in fondo la reale provenienza economica dei flussi




