Al Consiglio europeo si è consumato un duro confronto sul prestito da 90 miliardi destinato all’Ucraina, fermato dal veto di Ungheria e Slovacchia. Dopo un lungo e acceso dibattito, i leader Ue non sono riusciti a convincere Viktor Orban, costringendo all’approvazione del testo senza unanimità, con il sostegno di 25 Paesi.
Il premier ungherese ha ribadito la sua posizione senza aperture: nessun via libera finché l’Ungheria non riceverà il petrolio bloccato, legato alle difficoltà dell’oleodotto Druzhba, danneggiato durante il conflitto. Secondo Budapest, Kiev starebbe rallentando i lavori di ripristino, aggravando la situazione energetica.
La reazione degli altri leader è stata netta. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha definito “inaccettabile” il comportamento di Orban, ricordando che l’intesa sul prestito era già stata raggiunta nei mesi precedenti. Tuttavia, nonostante il fronte compatto degli altri Stati membri, il veto è rimasto.
Il problema ora è concreto: non esiste al momento un’alternativa per sbloccare i fondi, mentre l’Ucraina rischia di restare senza risorse già entro poche settimane.
Durante il vertice è intervenuto in videocollegamento anche Volodymyr Zelensky, che ha lanciato un appello politico chiaro: serve una data precisa per l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Secondo il presidente ucraino, questo darebbe un segnale forte anche nei confronti della Russia, evitando che Mosca si presenti ai negoziati da una posizione di vantaggio.
Zelensky ha inoltre espresso preoccupazione per il contesto internazionale: la crisi in Medio Oriente rischia di spostare l’attenzione e le risorse, mentre i rallentamenti europei — tra prestiti bloccati e nuove sanzioni ferme — indeboliscono il sostegno a Kiev.
Il vertice si chiude così senza una soluzione, lasciando emergere tutte le difficoltà di un’Europa che, su uno dei dossier più delicati, fatica a trovare una linea comune.




