Nel Consiglio centrale del Partito Democratico Cristiano Sammarinese il clima è stato tutt’altro che ordinario. Più che una riunione di routine, quello che si è svolto nelle scorse ore è stato un momento segnato da una domanda che aleggia su tutta la maggioranza: cosa sta succedendo davvero nel sistema San Marino dopo l’esplosione del caso del cosiddetto “Piano parallelo” e della tentata scalata alla Banca di San Marino?
Il dibattito interno al partito di maggioranza non si è limitato al perimetro giudiziario dell’inchiesta. Al contrario, molti interventi hanno lasciato emergere una preoccupazione più ampia: la sensazione che dietro la vicenda giudiziaria si intravedano fragilità strutturali del sistema istituzionale ed economico della Repubblica.
Il punto di partenza è noto. Il Tribunale ha parlato apertamente di condotte criminose ancora in essere, di tentativi di inquinamento delle indagini e di un quadro che ha portato alla formulazione di imputazioni pesanti: attentato contro l’integrità e la libertà della Repubblica, attentato contro la libertà dei poteri pubblici, minacce contro l’autorità. Accuse che, in altri momenti della storia politica sammarinese, sarebbero state probabilmente lette con un linguaggio ancora più drastico.
È proprio questo passaggio ad aver colpito molti dirigenti democristiani: se il presidente del Tribunale arriva a usare parole di questo peso, significa che la vicenda non può essere ridotta a una semplice disputa politica o a una schermaglia tra partiti.
Ma il confronto interno al PDCS ha mostrato anche un’altra linea di tensione: la tempistica della Commissione d’inchiesta parlamentare. Dopo l’ultimo Consiglio Grande e Generale lo scontro è diventato evidente. C’è chi spinge per avviarla subito, sostenendo che il Paese abbia bisogno di chiarezza politica immediata. E c’è chi invece invita alla prudenza, ritenendo necessario attendere lo sviluppo delle indagini giudiziarie per evitare sovrapposizioni e interferenze.
Nel Consiglio centrale, tuttavia, è emersa anche una terza posizione, forse la più significativa dal punto di vista politico: quella secondo cui il vero problema non è tanto quando fare la Commissione d’inchiesta, ma perché il sistema sammarinese abbia permesso che situazioni di questo tipo potessero maturare.
Il ragionamento, espresso con toni anche molto diretti, parte da un presupposto: San Marino è una realtà piccola, con appena 35 mila abitanti e un territorio di sessanta chilometri quadrati. In un contesto del genere, la crisi o le tensioni dentro una banca non sono mai solo una vicenda privata, ma diventano immediatamente una questione nazionale.
Ed è qui che si inserisce la riflessione più critica emersa nel dibattito interno alla DC. La preoccupazione non riguarda solo il caso specifico del “Piano parallelo”, ma il rischio che nel tempo si siano create zone di debolezza nel sistema di controllo e nella governance economica dello Stato.
La sensazione diffusa è che troppo spesso il Paese reagisca solo quando interviene la magistratura. Ma il Tribunale, è stato detto, rappresenta l’ultimo anello della catena. La domanda vera riguarda tutto ciò che avviene prima: i controlli amministrativi, gli organismi di vigilanza, le responsabilità politiche.
È un ragionamento che inevitabilmente chiama in causa anche la maggioranza di governo. Il PDCS guida infatti l’esecutivo con numeri solidi e, proprio per questo, alcuni dirigenti hanno insistito su un punto: non è più possibile limitarsi a individuare responsabilità esterne. Chi governa deve interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile certe dinamiche.
Sul tavolo, inoltre, c’è un tema strategico che si lega direttamente al futuro internazionale della Repubblica: il percorso di associazione con l’Unione Europea. Il cosiddetto “Piano parallelo”, secondo le ricostruzioni emerse, avrebbe avuto tra i suoi obiettivi anche quello di screditare il Paese all’estero per ostacolare proprio questo processo.
Una prospettiva che, se confermata, renderebbe la vicenda ancora più delicata sul piano politico e diplomatico.
Nel Consiglio centrale democristiano, tuttavia, il confronto non si è fermato all’analisi della crisi. Molti interventi hanno puntato il dito anche contro una certa debolezza strutturale della macchina statale, soprattutto nella gestione dei settori strategici come quello bancario e finanziario.
Secondo alcune voci interne, il Paese rischia di muoversi senza una vera regia. Mancano figure tecniche stabili dentro l’amministrazione che seguano in modo continuativo il sistema bancario, e spesso San Marino si affida a consulenze esterne senza costruire competenze interne durature. Una scelta che nel breve periodo può funzionare, ma che nel lungo periodo rischia di rendere lo Stato più vulnerabile.
Da qui nasce anche una critica politica più ampia: l’impressione che le decisioni strategiche vengano prese in modo frammentato, con ogni segretario di Stato che porta avanti la propria agenda senza un progetto complessivo per il Paese.
Per alcuni dirigenti del PDCS questo è il vero nodo. San Marino, sostengono, ha bisogno di una visione di lungo periodo capace di orientare tutte le scelte politiche ed economiche. Senza quella visione, ogni riforma rischia di diventare un episodio isolato.
Il dibattito si è chiuso con un invito chiaro alla stessa Democrazia Cristiana: tornare a svolgere fino in fondo il ruolo di partito guida del sistema politico. Significa riattivare il confronto interno, aprire momenti di riflessione con il mondo economico e professionale e rimettere al centro una domanda fondamentale: quale modello di Stato vuole essere San Marino nei prossimi anni.
Il caso del “Piano parallelo”, in questa prospettiva, diventa molto più di una vicenda giudiziaria. È lo specchio di un sistema che, secondo una parte crescente della classe dirigente democristiana, ha bisogno di uno scatto di orgoglio e di una profonda revisione dei propri meccanismi.
Perché, come è stato detto nel corso del Consiglio centrale, la vera sfida non è soltanto difendere la reputazione della Repubblica. È dimostrare, dentro e fuori i confini, che San Marino è capace di governare se stessa con trasparenza, competenza e visione politica.
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