La riforma dell’ICEE approvata dal Consiglio Grande e Generale non convince RETE, che ha scelto l’astensione. A spiegarne le ragioni è il capogruppo Manuele Santi, che definisce il provvedimento “una riforma che si poteva fare oggi”, ma che invece è stata rinviata nelle sue parti più rilevanti.
Secondo RETE, vi è un consenso diffuso sul ruolo dell’ICEE come strumento per garantire “un accesso equo ai benefici statali” e per assicurare che “le risorse pubbliche vadano realmente a chi ne ha bisogno”. Proprio per questo, spiega Santi, il movimento avrebbe voluto “una riforma completa e definitiva, fondata su scelte chiare e nette”, in grado di contrastare comportamenti opportunistici e distorsioni del sistema.
Nel testo approvato, invece, vengono previsti 15 tra Decreti Delegati e Regolamenti, ancora da redigere, ai quali sono demandate questioni considerate centrali. Un’impostazione che, secondo RETE, lascia irrisolti nodi strutturali legati alla tracciabilità dei redditi e alla valutazione dei patrimoni, soprattutto quelli detenuti all’estero o intestati a società, trust e altri veicoli giuridici, che “possono sfuggire alla valutazione, generando profonde iniquità”.
Santi sottolinea che “mai avremmo voluto che l’introduzione dell’ICEE, misura indispensabile ma che per sua natura incide direttamente sull’equità sociale, fosse costruita su rinvii e speranze” rispetto a temi di questa portata. Allo stesso tempo, viene riconosciuto un elemento positivo nell’istituzione di un Osservatorio, chiamato a monitorare l’applicazione della legge, valutare i provvedimenti attuativi e proporre eventuali correttivi.
L’auspicio, afferma RETE, è che l’Osservatorio possa diventare “un reale ambito di confronto e approfondimento”, utile a costruire “un ICEE realmente equo”. Il movimento ribadisce di non essere contrario al principio dello strumento, per il quale “abbiamo sempre duramente lottato”, ma segnala la mancanza di chiarezza e coraggio politico.
Il timore espresso è che l’ICEE, nella forma approvata, “finisca per non aiutare chi ne ha davvero bisogno”, favorendo invece “chi riesce a rappresentare in modo fittizio una condizione di nullatenenza”. Da qui la decisione finale di astenersi sul provvedimento.




