Quando la giustizia diventa potere

da | 15 Mar 2026

Ci sono momenti in cui una democrazia deve fermarsi e guardarsi allo specchio. Non per accusarsi, ma per interrogarsi. Il referendum sulla giustizia che gli italiani si apprestano a votare non è un dettaglio tecnico per giuristi e addetti ai lavori. È una domanda molto più semplice e, proprio per questo, molto più seria: quale equilibrio vogliamo tra giustizia e potere?

La giustizia è uno dei pilastri della democrazia. Deve essere autonoma, indipendente, libera da pressioni politiche. Nessuno Stato civile può immaginare magistrati subordinati al governo o alle convenienze del momento. Ma proprio perché la giustizia è un potere enorme — forse il più incisivo nella vita dei cittadini — non può sottrarsi a una domanda fondamentale: chi controlla chi giudica?

Perché i magistrati non sono sacerdoti. Sono uomini. E gli uomini possono essere integri, oppure ambiziosi, rigorosi oppure superficiali. Possono essere guidati da senso dello Stato oppure da convinzioni personali che finiscono per trasformarsi in una visione del mondo. L’autonomia della magistratura è una conquista della civiltà giuridica. Ma l’autoreferenzialità non lo è.

Chi ha memoria civile ricorda un nome che continua a risuonare nella storia italiana: Enzo Tortora.

Il 17 giugno 1983 fu arrestato con accuse devastanti. Venne esposto al pubblico ludibrio, trasformato in simbolo di una presunta collusione criminale, processato, condannato in primo grado. Tre anni dopo, nel 1986, arrivò l’assoluzione piena: perché il fatto non sussiste. La Cassazione confermò definitivamente l’innocenza nel 1987.

Ma la domanda che Tortora lasciò all’Italia non riguarda solo la sua innocenza. Riguarda il sistema. Perché quando uno Stato distrugge un uomo innocente e poi lo assolve, la ferita non si chiude con una sentenza. Resta nella coscienza collettiva.
E qui nasce la domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi: cosa succede quando la giustizia sbaglia?
Negli ultimi anni in Italia lo Stato ha pagato milioni di euro per casi di ingiusta detenzione. Parliamo di persone incarcerate e poi riconosciute innocenti. Non sospetti, non imputati assolti per insufficienza di prove. Innocenti. Dietro quei numeri non ci sono statistiche. Ci sono vite spezzate, famiglie travolte, carriere distrutte.

La seconda domanda è ancora più delicata: quando un magistrato sbaglia, viene punito?
Formalmente esiste un sistema disciplinare. Ma nella percezione dei cittadini — e questo è il punto che pesa di più — quella responsabilità appare spesso lontana, difficile da accertare, quasi irraggiungibile.
Negli ultimi anni, il dibattito pubblico è stato alimentato anche da libri che hanno fatto discutere molto. Uno su tutti: “Il Sistema”, scritto da Alessandro Sallusti con l’ex magistrato Luca Palamara. Un libro che racconta dall’interno i meccanismi di potere, le correnti, le dinamiche di carriera dentro la magistratura italiana.

Non è un testo neutrale. Non pretende di esserlo. Ma il successo del libro dice qualcosa di importante: molti cittadini hanno iniziato a credere che esista davvero un “sistema” capace di proteggere se stesso.
E quando una parte significativa della società pensa che chi esercita il potere non risponda davvero dei propri errori, la fiducia nella giustizia comincia lentamente a erodersi.
Per questo il referendum italiano merita una discussione seria. Non è una guerra tra magistrati e politica. È un confronto su come organizzare uno dei poteri fondamentali dello Stato.

Tra i temi più discussi c’è anche quello del sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno della magistratura.
Qui serve precisione. Nel panorama europeo, il sorteggio non rappresenta il modello ordinario per comporre i consigli della magistratura. Nella maggior parte dei Paesi europei i membri vengono eletti dai magistrati stessi, nominati da istituzioni politiche o entrano di diritto in base alla funzione ricoperta.
La sorte compare solo in situazioni molto specifiche.

In Turchia, ad esempio, viene utilizzata come meccanismo di sblocco: se il Parlamento non riesce a raggiungere la maggioranza richiesta per eleggere i membri del Consiglio della magistratura, si procede al sorteggio tra i candidati più votati.
In Grecia esiste un sistema di estrazione per alcuni componenti dei consigli giudiziari supremi, scelti tra magistrati che possiedono determinati requisiti di anzianità.
In Albania, invece, il sorteggio è utilizzato per comporre annualmente il Consiglio delle nomine nella giustizia, un organismo incaricato di selezionare candidati per la Corte costituzionale.
Sono modelli molto diversi tra loro e, soprattutto, non rappresentano la regola dominante in Europa. La sorte viene utilizzata in modo limitato, spesso come strumento anti-blocco o per organismi specifici, non come metodo principale di governo della magistratura.
Questo non significa che il sorteggio sia giusto o sbagliato. Significa semplicemente che la questione merita di essere discussa con serietà, senza slogan e senza scorciatoie retoriche.

Ma il referendum italiano riguarda anche noi.

Sì, perché mentre osserviamo il dibattito nel Paese vicino, dovremmo avere l’onestà di chiederci: e a San Marino?
La Repubblica ha compiuto negli ultimi anni passi importanti nel riformare il proprio sistema giudiziario. Le raccomandazioni del GRECO, l’organismo anticorruzione del Consiglio d’Europa, sono state in larga parte accolte. Il piccolo Stato ha dimostrato di voler rafforzare trasparenza, etica e responsabilità della magistratura.

Eppure, proprio perché San Marino è un Paese piccolo, il tema della giustizia merita una riflessione ancora più profonda.
Nella fase storica in cui venne costruito il sistema giudiziario sammarinese esisteva un’intuizione molto precisa: evitare il radicamento eccessivo del potere giudiziario in un contesto sociale ristretto.

Per questo il vecchio ordinamento prevedeva incarichi temporanei per diverse funzioni giudiziarie. Molte nomine avevano una durata iniziale di quattro anni, mentre il Magistrato Dirigente veniva nominato per tre anni.

Non era un sistema perfetto. Ma rifletteva una consapevolezza che oggi merita di essere ricordata: in uno Stato piccolo, quando una funzione si radica troppo, può nascere la tentazione di trasformare l’autorità in potere personale.
Molti avvocati e giuristi sammarinesi, negli anni, hanno invitato a non dimenticare quella intuizione originaria. Non per nostalgia del passato, ma per preservare un equilibrio delicato.

Perché la giustizia non deve solo essere indipendente. Deve anche apparire indipendente agli occhi dei cittadini.
E la percezione conta quanto la norma.

In una comunità di poche decine di migliaia di persone, dove tutti si conoscono, dove le relazioni personali inevitabilmente si intrecciano con quelle istituzionali, il rischio di concentrazione del potere è più evidente che altrove.
Ecco perché la riflessione sulla giustizia non dovrebbe essere considerata un tabù.
Al contrario, dovrebbe essere un esercizio di maturità democratica.

Non si tratta di attaccare la magistratura. Si tratta di proteggerne l’autorevolezza.
Non si tratta di indebolire la giustizia. Si tratta di renderla più forte, più credibile, più vicina ai cittadini.
Il referendum italiano, in fondo, ci ricorda una verità semplice: la giustizia non è un santuario intoccabile. È un potere dello Stato. E ogni potere, in democrazia, deve accettare di essere discusso, osservato, migliorato.

Enzo Tortora lo disse con parole che restano attuali ancora oggi:

“Dove c’è un errore giudiziario, c’è una sconfitta dello Stato.”
Forse è da qui che dovremmo ripartire.

Non dalla polemica.
Non dalla difesa corporativa.
Non dalla sfiducia.

Ma da una domanda che ogni democrazia seria deve avere il coraggio di porsi:
come garantire una giustizia forte, libera… ma mai incontrollabile.

Se in Italia si discute di autogoverno della magistratura, di equilibrio tra poteri, di responsabilità e di controllo, allora anche San Marino dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi.
Il nostro sistema di autogoverno della magistratura funziona davvero come dovrebbe?
Il Consiglio Giudiziario che rappresenta il cuore dell’autogoverno della magistratura sammarinese, garantisce oggi il miglior equilibrio possibile tra indipendenza, responsabilità e trasparenza?

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