Professionalizzazione della politica, limite di mandato, ruolo del Consigliere: dibattito accesso nella Commissione per le riforme istituzionali

da | 3 Mar 2026

Nella mattina di martedì 3 febbraio 2026, la Commissione Speciale per le riforme istituzionali si sofferma sull’analisi di tematiche e obiettivi di lavoro scaturiti in riferimento al ruolo del Consigliere e del Consiglio Grande e Generale. Il Presidente Nicola Renzi illustra il metodo di lavoro spiegando che la Segreteria Istituzionale ha già trasmesso una bozza della tabella che dovrà guidare l’iter in Commissione. L’idea è costruire una base ordinata che consenta poi all’Ufficio di affiancare a ciascun punto le opinioni espresse nelle audizioni già svolte, così da arrivare a un documento strutturato da portare all’interno delle forze politiche e successivamente tornare in Commissione per “iniziare a smarcare i vari punti uno dopo l’altro”. Renzi indica anche un orizzonte temporale, auspicando che “intorno alla Pasqua o poco dopo potremmo essere arrivati ad una visione”. Tra i punti elencati dal Presidente figurano questioni centrali come la professionalizzazione del consigliere – con l’alternativa tra part time, full time o mantenimento dello status quo – il rafforzamento della struttura tecnica a supporto dell’attività parlamentare, la definizione di diritti, doveri e garanzie del mandato, la formazione dei consiglieri, l’accesso alle informazioni e la possibile introduzione del question time. Si affrontano anche temi più strutturali, come il potenziamento delle Commissioni consiliari, la revisione della disciplina dei decreti delegati e della loro ratifica, una più chiara regolazione dei rapporti tra Consiglio Grande e Generale e Congresso di Stato, la calendarizzazione dei lavori con l’ipotesi di superare la concentrazione in un’unica settimana mensile, fino ad arrivare a questioni sensibili quali la variazione del numero dei consiglieri, il vincolo di mandato, la tutela dei gruppi più piccoli in Commissione e le garanzie per i consiglieri provenienti dal settore privato. 

Enrico Carattoni (RF) propone di organizzare i temi in macrocategorie per evitare di affrontarli “uno per uno” e arrivare con metodo a una relazione strutturata. Guerrino Zanotti (Libera) chiede che la professionalizzazione sia l’ultimo nodo da sciogliere, solo dopo aver ridefinito struttura e funzioni del Consiglio. Su questo tema insiste anche Paolo Crescentini (PSD), che mette al centro il “gettone consiliare, fermo praticamente da quarant’anni” e vede nella mancata rivalutazione una responsabilità bipartisan, sostenendo che una revisione coraggiosa del compenso possa sciogliere molti nodi. Mirko Dolcini (D-ML) esprime forti perplessità rispetto alla eliminazione del numero legale: e sostiene che, soprattutto se si va verso la professionalizzazione del consigliere, non si possa accettare il rischio di assenze strutturali. Sul vincolo di mandato osserva che l’elettore compie una doppia scelta, persona e partito, e che un cambio di schieramento può essere vissuto come un tradimento del mandato. Giuseppe Maria Morganti (Libera) sottolinea che solo quando saranno chiarite regole, strumenti e carichi di lavoro si potrà capire davvero quale impegno si chiede al consigliere; avverte che trasformare il ruolo in una professione cambierebbe radicalmente la natura stessa del Consiglio, incidendo su orari, modalità e organizzazione complessiva. Emanuele Santi (Rete) distingue tra una semplice revisione dell’attuale status e una vera professionalizzazione, che definisce un cambiamento “epocale”: in quel caso andrebbero rivisti gettoni, finanziamento ai partiti, struttura tecnica. Difende il comma comunicazioni come momento politico centrale, si oppone alla riduzione del numero dei consiglieri e chiede equilibrio tra efficienza e tutela delle opposizioni nella revisione dei tempi. Denise Bronzetti (AR) insiste sul fatto che prima va definita la struttura del Consiglio – tempi, Commissioni, organizzazione – e solo dopo si potrà decidere sullo status del consigliere. Si dice contraria sia alla riduzione del numero dei consiglieri sia al vincolo di mandato, che considera incompatibile con un modello democratico sano. Giovanni Zonzini (Rete) porta l’attenzione su un altro nodo: il finanziamento che segue il consigliere indipendente. Evidenzia il rischio che l’uscita da un gruppo possa diventare economicamente conveniente e chiede regole più stringenti. Manuel Ciavatta (PDCS) riporta il focus sull’obiettivo politico: rendere il Consiglio di nuovo il centro dell’indirizzo della Repubblica. È disponibile a discutere la professionalizzazione anche in un secondo momento, ma chiede interventi rapidi sul regolamento per rendere i lavori più snelli ed efficaci, senza comprimere il diritto di parola. 

Filippo Tamagnini, in qualità di Presidente della Commissione, aggiorna i lavori spiegando che è stata distribuita una nuova versione della tabella, integrata con le osservazioni emerse nel corso della seduta. Sul piano operativo propone di completare la tabella inserendo i contenuti delle audizioni già svolte e di incaricare la Sezione Studi di elaborare anche una suddivisione in macroaree, così da rendere il documento più ordinato e funzionale. Una volta predisposta la versione definitiva, la tabella verrà distribuita alla Commissione e a tutti i gruppi consiliari – compresi i consiglieri indipendenti non presenti in Commissione – affinché ciascuno possa svolgere un approfondimento interno.  L’idea è quindi convocare una nuova seduta prima del Consiglio di aprile e inserire in quell’Aula un comma specifico dedicato alla discussione degli orientamenti emersi, con l’obiettivo di ottenere dal Consiglio Grande e Generale un mandato formale per proseguire il lavoro della Commissione.

Di seguito una sintesi dei lavori

Comma 1 – Comunicazioni

Presidente della Commissione Filippo Tamagnini: La Presidenza vi comunica che è stata inviata, come dicevamo nella scorsa seduta, la lettera al Congresso di Stato per quella comunicazione di collaborazione sui temi che toccano anche i lavori della Commissione inerenti l’Accordo di associazione. Abbiamo ricevuto risposta sia dalla Segreteria Esteri sia dalla Segreteria Interni, che poi sarà cura della Segreteria inviarvi ai vostri indirizzi di posta elettronica. In ogni caso il riassunto è breve e tutte e due le Segreterie manifestano collaborazione con i lavori della Commissione. C’è una seconda comunicazione per cui daremo la parola alla dottoressa Guidi per gli aggiornamenti sui lavori delle audizioni e del relativo lavoro di raccolta dei contributi.

Dott.ssa Guidi: A seguito della seduta scorsa abbiamo provveduto a inviare a tutti i soggetti auditi gli stralci dei verbali e la liberatoria. Ad oggi ci hanno risposto inviando la liberatoria e la conferma del verbale o il verbale aggiornato con alcune revisioni l’avvocato Alvaro Selva, l’avvocato Luigi Lonfernini, il dottor Cristoforo Buscarini, l’onorevole Piero De Luca, il Commissario della Legge Fabio Giovagnoli, il presidente Giovanni Canzio e l’avvocato Nicolini. Per quanto riguarda invece l’avvocato Alberto Selva, il professor Guido Guidi, il giudice Gilberto Felici e la Commissione di Venezia si sono presi del tempo, presumibilmente fino a questa settimana, per revisionare e valutare il contenuto del verbale. In aggiunta il professor Guido Guidi ci ha scritto dicendoci che ha aggiunto una parte finale che non ha avuto il tempo di esporre in audizione e, parlando con i Presidenti, si pensava di fare un addendum alla pubblicazione con questa parte, se siete tutti d’accordo.

Comma 2. Analisi tematiche e obiettivi di lavoro scaturiti in riferimento al ruolo del Consigliere e del Consiglio Grande e Generale; 

Presidente della Commissione Nicola Renzi: Noi avevamo preso questa decisione: la Segreteria Istituzionale ci ha sottoposto nella settimana precedente una bozza della tabella che vogliamo comporre per portare avanti i nostri lavori. Io credo a questo punto che la cosa migliore sia distribuire a tutti i commissari copia del lavoro svolto fino ad ora, poi magari interrompiamo cinque minuti. L’obiettivo che ci diamo oggi, se per tutti va bene, sarebbe cercare di completare questa griglia con i vari punti, senza entrare necessariamente nel merito esponendo il sì o il no ai vari punti, ma completare la griglia, magari anche con altri items che non ci sono venuti in mente fino ad ora oppure espungerne alcuni che si considerano non necessari, superflui o fuori dalla necessità della nostra analisi. Perché se oggi riusciremo a completare questa cosa, fermo restando che poi potrà essere integrata quando crediamo, potremmo dare mandato all’Ufficio di continuare il lavoro di analisi delle audizioni che abbiamo svolto per poter mettere accanto a ciascun punto l’opinione, ove sia stata espressa, delle persone che abbiamo audito, in modo tale che questa tabella con i temi relativi al Consiglio Grande Generale, il primo punto che dobbiamo sviluppare unitamente ai pareri che ci sono stati sottoposti nelle varie audizioni, possa diventare la base di discussione, possa essere portata con i tempi debiti all’interno delle forze politiche per essere discussa all’interno dei partiti; e poi ritrovarci in Commissione per iniziare a sbrogliare, a smarcare i vari punti uno dopo l’altro e credo che in questo modo, dandoci anche un orizzonte temporale non troppo lungo, noi intorno alla Pasqua o poco dopo potremmo essere arrivati ad una visione. Ultimo caveat prima della lettura: questa è una proposta di lavoro, se ritenete che dobbiamo agire in maniera diversa ciascuno lo può dire e agiamo in maniera diversa senza problemi. Allora, obiettivi di lavoro: il tema generale è il Consiglio Grande Generale; professionalizzazione del consigliere, quindi part time, full time o status quo; struttura tecnica a supporto del consigliere, assistenti parlamentari, infrastruttura legislativa; rapporto fiduciario del consigliere; doveri e garanzie del consigliere, quindi diritti e doveri; formazione del consigliere; modalità di accesso alle informazioni e riforma dell’istituto dell’interpellanza e dell’interrogazione, inserimento o meno del question time; potenziamento delle competenze delle Commissioni consiliari; modifica della disciplina del decreto delegato anche nella procedura di ratifica con attribuzione alle Commissioni, efficacia della ratifica, delega ben definita; creazione di una delega sui rapporti tra Consiglio Grande Generale e Congresso di Stato; rivalutazione delle tempistiche del Consiglio, programmazione solo pomeridiana; rafforzamento delle tutele del mandato; variazione della calendarizzazione dei lavori del Consiglio Grande Generale con relativa pianificazione, con l’ipotesi di diluire i tempi e non concentrarli tutti in una settimana ma stabilire giornate fisse nel tempo; variazione del numero dei consiglieri; interventi sulla produzione normativa, clausola sistematica di abrogazione espressa sulle norme incompatibili; piano pluriennale dei testi unici settoriali; intervento sul Regolamento del Consiglio Grande Generale per contingentare i tempi di intervento o introdurre la cosiddetta tagliola, oppure stabilire giorni o orari fissi per le votazioni conclusive; rivalutazione della composizione delle Commissioni consiliari permanenti; vincolo di mandato; previsione di interventi per garantire la presenza dei gruppi più piccoli in Commissione; luogo adibito alle sedute del Consiglio Grande Generale; interventi a sostegno del consigliere proveniente dal settore privato come garanzia di piena partecipazione di tutte le categorie sociali. 

Enrico Carattoni (RF): Io faccio un intervento unitamente a una mozione d’ordine. Credo che i temi inseriti siano tutti temi emersi nel corso del dibattito e temi da trattare, anche se su alcune questioni non sono formalmente d’accordo, come per esempio la questione del vincolo di mandato, però è un tema che è emerso e che merita un qualche tipo di approfondimento. Altri temi sono inseriti in maniera più generica, come la creazione di una delega ai rapporti fra Consiglio Grande Generale e Congresso di Stato o la questione del decreto legge e del decreto delegato, ma mi pare che l’elenco comprenda tutti gli argomenti emersi e sviscerati nell’ambito delle audizioni e che dovremmo trattare. Operativamente ritengo utile, e questa è una proposta, che la Commissione li valuti per gruppi, quindi creare quattro o cinque macrocategorie, in modo da analizzare i temi non per compartimenti stagni ma nemmeno uno per uno, perché altrimenti rischieremmo di perderci. Ad esempio, parlando di question time potremmo ricomprendere modalità di accesso alle informazioni tramite interpellanze e interrogazioni, modifica della disciplina del decreto delegato, creazione di una delega sui rapporti tra Consiglio Grande Generale e Congresso di Stato. Allo stesso modo rafforzamento delle tutele del mandato, formazione del consigliere e doveri e garanzie del consigliere potrebbero essere affrontati nell’ambito di un unico argomento. Dopo questa divisione potremo iniziare a declinare organizzativamente quello che potrà essere un testo, una relazione o una proposta da sottoporre al Consiglio Grande Generale. Credo sia una proposta ragionevole per dare metodo all’organizzazione del lavoro ed evitare di affrontare un tema per più sedute per poi dover tornare indietro perché collegato ad altri punti, rendendo il lavoro poco efficiente.

Presidente della Commissione Filippo Tamagnini:  Una valutazione che dovremmo fare rispetto alla scansione indicata dal Presidente è relativa al riferimento che dobbiamo fare a norma di legge al Consiglio Grande Generale, quindi teniamo conto anche delle tempistiche. Dobbiamo capire se produrre il documento per il Consiglio di marzo o per quello di aprile, in modo da darci un mandato operativo effettivo. Suggerisco anche di iniziare a costruire dei testi su cui ragionare.

Guerrino Zanotti (Libera): Rispetto all’ultimo intervento, marzo potrebbe essere troppo ravvicinato come tempistica. Senza prenderci tempi eccessivi, considerato che esistono obblighi demandati alla Commissione dalla legge istitutiva, non credo che tardare di un mese rispetto al mandato comporterebbe richiami dal Consiglio Grande Generale o dalla Reggenza. Potremmo prenderci un po’ più di tempo per valutare meglio gli interventi da produrre o promuovere. Sull’elenco condividiamo le considerazioni del collega Morganti: riporta fedelmente quanto emerso dal dibattito dell’ultima seduta. È chiaro che su alcuni punti c’è piena condivisione, su altri dubbi. Ad esempio, sulla variazione del numero dei consiglieri, per quanto ci riguarda è un tema emerso nella discussione ma non riteniamo debba rientrare negli interventi da proporre, anche considerando che in passato erano state avanzate posizioni diverse. Una questione non specificamente indicata ma emersa nel dibattito è la possibilità di riunire il Consiglio Grande Generale senza numero legale in particolari condizioni, ad esempio introducendo il question time, che non comporta votazioni ma richieste di informazioni in tempo reale al Congresso di Stato. In tal caso si potrebbe prevedere una convocazione senza necessità di numero legale. Analogamente, per l’avvio dell’iter dei progetti di legge in prima lettura, spesso relegati agli ultimi commi e rinviati per mancanza di tempo, si potrebbe calendarizzare la discussione senza necessità di numero legale, trattandosi di occasione per chiarimenti senza votazioni. Un’ultima considerazione: da parte del gruppo Libera vi è la richiesta di mantenere come ultimo argomento la professionalizzazione del ruolo del consigliere. Non per evitare il tema, ma perché riteniamo che solo dopo aver definito gli altri interventi e la trasformazione del Consiglio Grande Generale sia corretto approfondire la professionalizzazione o semiprofessionalizzazione del ruolo del consigliere. Questa è una considerazione che sottoponiamo alla Commissione.

Paolo Crescentini (PSD): Soltanto una considerazione, anche sulla base dell’ultimo intervento del collega Zanotti, dove si parla di spostare come ultimo argomento il discorso della professionalizzazione o meno del ruolo del consigliere. Non entro nel merito perché possono esserci pareri discordanti, se professionalizzare, se non professionalizzare, se mantenere lo status quo, quindi è un argomento che dovremo affrontare con molta attenzione. Credo che oggi questo sia uno degli argomenti tra virgolette più scottanti e qui la colpa è di tutta la politica negli anni, perché non c’è mai stato il coraggio di rivedere quello che è il gettone consiliare, fermo praticamente da quarant’anni, da quando è stato istituito, e non è mai stato oggetto di una rivalutazione ISTAT, quindi non ci sono mai stati gli adeguamenti che si potevano adottare. Nel corso degli anni la politica, maggioranze e opposizioni di turno, ha sempre avuto paura; il problema è bipartisan, la responsabilità è di tutta l’Aula consiliare, perché non c’è mai stato il coraggio di rivedere il compenso dei consiglieri. Poi sappiamo che nel privato il consigliere prende il gettone pieno perché perde la retribuzione sul posto di lavoro, mentre nel pubblico è diverso perché non viene persa la retribuzione; ad esempio per le Commissioni mi risulta che il dipendente pubblico prenda un gettone pieno pur non perdendo lo stipendio, a differenza del Consiglio dove prende un gettone che è quasi umiliante, pur non perdendo la retribuzione. Anche questa è un’anomalia. Forse se avessimo avuto, e anche oggi se avessimo, il coraggio di mettere mano realmente al gettone, non dico rivalutarlo integralmente in base agli indici, ma avere il coraggio di rivedere insieme questo aspetto, forse risolveremmo gran parte del problema della professionalizzazione sì o no della politica. Questo è un pensiero che avrei voluto esprimere l’altra volta, non l’ho fatto per mancanza di tempo, lo faccio oggi anche perché l’intervento del collega Zanotti mi ha stimolato.

Guerrino Zanotti (Libera): Lo dico al microfono. Ovviamente la proposta fatta dal collega Carattoni è accoglibile anche da parte nostra, nel senso che se ci sarà la possibilità di accorpare argomenti per assonanza, ad esempio rivalutazione delle tempistiche del Consiglio e variazione della calendarizzazione dei lavori del Consiglio, che sono argomenti simili o quasi identici, è chiaro che il lavoro della Commissione sarebbe più organico e probabilmente anche più produttivo.

Luca Lazzari (PSD): Mi pare che gli obiettivi siano stati messi a fuoco in maniera corretta ed esaustiva. Ho solo alcune puntualizzazioni. Dove si parla di struttura tecnica a supporto del consigliere, dentro l’infrastruttura legislativa possono stare molte cose, ma secondo me è importante inserire fin da subito alcune notazioni per non dimenticarle, come l’analisi di impatto normativo e un feedback sull’attuazione delle leggi. Faccio un esempio: nelle leggi per lo sviluppo era previsto l’abbattimento dei minimi contributivi che fin qui non ha trovato applicazione e il Consiglio non ne è consapevole. Ritengo quindi necessario un monitoraggio sull’attuazione delle leggi, così che in caso di problemi il Consiglio possa intervenire con cognizione. Sulla rivalutazione delle tempistiche del Consiglio, sarebbe importante prevedere una programmazione trimestrale o semestrale. In alcuni Parlamenti esiste una programmazione annuale, ma per noi è difficile per via dell’agenda della Reggenza; forse sul semestre si potrebbe riuscire. Questo aiuterebbe i consiglieri. Si potrebbe anche prevedere l’eliminazione del numero legale per sedute senza votazioni, pur consapevoli che in un Parlamento piccolo come il nostro potrebbe ridurre la presenza e dare un senso di scarsa partecipazione. In molti Parlamenti il numero legale è richiesto solo per le votazioni. C’è poi il tema della preparazione all’integrazione europea. Una parte della nostra produzione potrebbe riguardare la preparazione all’impatto della fase attuativa dell’Accordo di associazione. Infine, la distinzione tra funzione politica e amministrativa, pur riguardando il Congresso di Stato, incide indirettamente sul rafforzamento del Consiglio. Oggi esiste una disparità tra potere esecutivo e legislativo: i Segretari di Stato sono professionalizzati e dispongono di staff e strutture, mentre il Consiglio è sguarnito. Anche il rapporto numerico tra membri di Governo e parlamentari è da valutare. Intervenire su questa distinzione potrebbe rafforzare il Consiglio. Quanto alla professionalizzazione, ritengo sia un tema cardine che non possa essere posticipato. Il nostro compito è portare una serie di riflessioni ordinate al Consiglio Grande Generale, non un articolato di legge definitivo, ma una relazione che apra il dibattito e maturi una visione. Per questo la professionalizzazione deve restare fin da subito tra i temi centrali.

Presidente della Commissione Nicola Renzi: Mi permetto alcune precisazioni e riflessioni. La preoccupazione è riferire al Consiglio il lavoro svolto finora e credo che nel prossimo riferimento non arriveremo con testi di legge già articolati, ma con punti e riflessioni su cui stiamo lavorando e che smarcheremo entro uno, due o tre mesi. La legge ci consente di proporre testi normativi, ma questa sarà una decisione successiva. Personalmente ritengo opportuno operare in modo raccordato, evitando duplicazioni di lavoro e mettendo a fattor comune gli sforzi.  La Commissione potrebbe dotarsi di consulenti, come previsto dalla legge, per guidarci nella discussione o aiutarci nella formulazione delle proposte. Ad esempio, sulla professionalizzazione: part time per il lavoratore pubblico è più semplice, essendo pagato dallo Stato; per il lavoratore privato vi sono differenze tra liberi professionisti e dipendenti. I dipendenti potrebbero essere indennizzati per la quota non percepita, ma resta il problema del mantenimento del posto di lavoro. Inoltre c’è il tema del gettone: con una professionalizzazione totale o parziale il gettone rimane o viene meno? È una materia delicata. Se vogliamo una politica di livello, occorre tempo e adeguato riconoscimento.  Non credo sia il momento di stendere testi normativi, ma stiamo lavorando bene nell’incardinare le tematiche. Siamo partiti definendo priorità e ora analizziamo l’aspetto del Consiglio Grande Generale. Chiederei al consigliere Lazzari di fornire alla Segreteria istituzionale le integrazioni proposte, che mi sono sembrate concrete e utili, così da inserirle puntualmente nella griglia di lavoro. A me, mentre il consigliere Lazzari parlava, sono venuti in mente altri due punti che forse sarebbe bene specificare.  Il primo è una proposta che forse è un po’ folle, non lo so, però l’ho confrontata un attimo con il collega. Noi ad oggi non abbiamo mai pensato alla possibilità che il Consiglio Grande Generale possa essere, non sempre ma in alcuni momenti, presieduto non dai Reggenti ma da due vice, cioè da due presidenti delegati, due vicepresidenti delegati. È una cosa sulla quale possiamo ragionare: la vogliamo inserire come punto da valutare oppure vogliamo che il Consiglio Grande Generale sia esclusivamente presieduto dai Capitani Reggenti? Lo dico perché anche il ruolo dei Reggenti sta diventando sempre più pieno di cose da fare e forse potrebbe essere utile, anche per la loro agenda, trovare modalità diverse. Quindi propongo di inserire una piccola cella che dica individuazione di due vice, ovviamente delegati dai Capitani Reggenti, semplicemente per presiedere i lavori del Consiglio Grande Generale quando è convocato. La seconda questione, anche qui da sviluppare, riguarda l’individuazione dei rapporti tra le forze parlamentari, quindi i gruppi parlamentari, e l’amministrazione. Oggi è evidente che il Congresso di Stato chiama l’ufficio e l’ufficio risponde. Se un gruppo consiliare vuole presentare un testo di legge o fare emendamenti a un testo proposto, non ha una possibilità limpida e trasparente di confrontarsi con gli uffici pubblici; questa modalità avviene magari in maniera informale, volontaria, rapsodica ed eccezionale. Forse sarebbe utile definire a livello istituzionale un rapporto tra gruppi consiliari e amministrazione, magari delegato ai capigruppo o a un rappresentante per gruppo, in modo che gli uffici non siano sempre e solo interlocutori del Congresso ma possano interagire anche con i gruppi.  Faccio un esempio senza polemica: in questi giorni molti di noi sono stati interessati da segnalazioni su pattugliamenti nel centro storico e la gente chiede cosa stia succedendo. Se esistesse una semplice possibilità di informazione per cui un gruppo parlamentare chiede e, se l’informazione può essere data, la riceve, molti problemi si risolverebbero con una mail o un colpo di telefono. Non so se meriti una cella ad hoc nella tabella o se possa essere accorpata, ma formalizzare i rapporti tra gruppi consiliari e amministrazione, lasciando traccia degli scambi e delle richieste, potrebbe essere molto utile. Oggi, nell’impossibilità di farlo, un gruppo consiliare presenta magari un’interrogazione chilometrica, mentre con un rapporto definito sarebbe tutto più semplice. Mi sentivo di inserire anche queste due sollecitazioni.

Presidente della Commissione Filippo Tamagnini: Anche come amministratore sento di poter commentare questa proposta: una modifica normativa, un’esplicita previsione normativa, sarebbe innanzitutto d’aiuto all’amministrazione stessa, perché se c’è un principio che vige nell’amministrazione è quello della terzietà e per proteggere questo principio il rapporto con la politica è sempre stato ricondotto non alla politica in quanto tale ma alla politica nelle istituzioni. È bene quindi che, qualora si voglia valorizzare un rapporto diretto, sia ricondotto nell’ambito del canale istituzionale con una modifica normativa espressa, altrimenti l’amministrazione si troverebbe in un continuo imbarazzo nell’aprire le proprie informazioni a gruppi politici.  Quanto alla prima proposta, quella della vicepresidenza, capisco che possa toccare sensibilità diverse, ma la vedrei nel solco di quanto diceva prima il collega Zanotti: una modifica strutturata delle nostre modalità di lavoro in Consiglio Grande Generale passa attraverso una formulazione nuova e moderna dei lavori. Immaginiamo sessioni mattutine o pomeridiane, veloci, dove in assenza del numero legale si possano trattare determinati commi, interrogazioni, question time, prime letture. Domandiamoci allora se in quelle sedi ci si possa anche slegare dalla presenza dei Capitani Reggenti. Potrebbero essere sedute più leggere, non plenarie, fuori dall’ambito delle decisioni politiche con votazione, e quindi condotte anche nell’ottica di una vicepresidenza.  Un’osservazione appena fatta dal collega, che mando al microfono, è che la vicepresidenza potrebbe essere affidata ai presidenti delle Commissioni, come referenti per tema.

Mirko Dolcini (D-ML): Intervengo sulla base di quanto già emerso nel dibattito, spinto dalle considerazioni dei colleghi, per evidenziare il mio pensiero. Sul numero legale mi pare di capire che sempre più commissari siano favorevoli a toglierlo o disciplinarlo diversamente. Io ho molti dubbi. Se da una parte professionalizziamo il consigliere, e ritengo giusto farlo, ringraziando anche il coraggio del commissario Crescentini che ha evidenziato come la politica non abbia avuto il coraggio di dare dignità al proprio ruolo, dall’altra non possiamo correre il rischio dell’assenteismo che vediamo in tanti Parlamenti del mondo. Non vedo come si possa prescindere da un numero legale, magari diverso, ma necessario, perché nasce per garantire la democrazia e che certe decisioni siano prese con un consenso minimo. Per me è un principio basico.  Quanto al vincolo di mandato, si potrà discutere a lungo, ma un primo pensiero è questo: se gli elettori scelgono una persona all’interno di un partito, fanno una doppia scelta, quella persona e quel partito con un programma scritto. Se quella persona cambia partito, l’elettore può sentirsi tradito. È legittimo che qualcuno non condivida più quel percorso. Se ritiene che il programma venga tradito, può lottare all’interno del partito per farlo rispettare; diversamente, se decide di uscire, dovrebbe farlo anche dal Consiglio, a meno che non si modifichi l’assetto elettorale e si votino solo le persone a prescindere dai partiti.  Infine, sulla possibilità che i Reggenti deleghino altri a presiedere il Consiglio, ritengo che sia un argomento da affrontare eventualmente quando si parlerà di Reggenza, perché incide sulla dignità dei Capitani Reggenti. Il Capitano Reggente ha l’autorevolezza e l’autorità di stare in Consiglio e presiede anche il Congresso di Stato e il Consiglio dei Dodici, avendo una visione ampia. Delegare qualcuno che non ha quella esperienza né quella visione a 360 gradi potrebbe far venir meno autorevolezza. Personalmente la trovo un’idea un po’ pericolosa, fermo restando che si può discutere e cambiare idea.

Giuseppe Maria Morganti (Libera): Prima di tutto voglio dire che condivido molti dei ragionamenti fatti dai consiglieri, e anch’io ritengo che questo schema sia già una traccia molto precisa, quasi esaustiva, delle competenze intorno alle quali confrontarci nel primo periodo di lavoro applicativo, nel lavoro di applicazione di tutte queste idee che sono circolate all’interno della Commissione e che denotano anche l’efficacia dei lavori della Commissione stessa.  Volevo intervenire su una questione, visto che c’è una differenza di interpretazione rispetto a quello che qui è messo come primo punto. Condivido le parole del consigliere Guerrino Zanotti quando dice che, nella misura in cui tutte le cose scritte qui verranno definite, il ruolo del consigliere verrà definito molto meglio e molto più precisamente, quindi avremo la percezione esatta del livello di impegno che il consigliere si troverà ad affrontare, dandogli tutte le garanzie affinché il suo lavoro sia il migliore possibile, con maggiori informazioni, possibilità di approfondire e studiare i temi. Questo è importante.  Ma fino a quando non sappiamo come verranno regolarizzate queste cose, se per assurdo dovessimo decidere di rendere il ruolo del consigliere una professione – e sapete che io sono contrario – tutto il resto quasi potrebbe non servire più, perché a quel punto avremmo dato un taglio completamente diverso ai lavori del Consiglio Grande Generale. Indipendentemente da orari e modalità, potrebbe anche succedere che il Consiglio si convochi il primo del mese e finisca il 31 del mese, perché se i consiglieri prendono uno stipendio per quel lavoro dovrebbero essere impegnati in modo continuativo. Ho fatto un paradosso, ma per spiegare che questo tema va affrontato nel momento in cui sappiamo esattamente quale sarà l’impegno definitivo richiesto dall’incarico.

Emanuele Santi (Rete): Rispetto allo schema, anch’io aggiungerei, sulla base di quanto emerso questa mattina, il ragionamento sul numero legale e quello sulla presidenza, quindi l’eventualità di far presiedere a delegati il Consiglio Grande Generale. Qui si interseca anche la questione della Reggenza, perché oggi la Reggenza presiede Consiglio, Congresso, Consiglio Giudiziario, Consiglio dei XII. Bisogna capire se prevedere per qualche organismo dei sostituti oppure togliere la Reggenza da qualche ambito, ad esempio dal Congresso di Stato, che è l’Esecutivo. Non sto dicendo che sia la soluzione, ma è un ragionamento che si può fare e che andrà eventualmente affrontato quando si discuterà della Reggenza.  L’altra questione, richiamata anche dal consigliere Crescentini, riguarda la revisione dei gettoni consiliari. Qui si apre tutto il discorso pubblico-privato, differenze di trattamento, criticità evidenti. È però fondamentale chiarire un punto: se si va verso una revisione dello status attuale è una strada; se si va verso la professionalizzazione è un cambiamento epocale. Sono due percorsi profondamente diversi.  Io ragiono per ipotesi. Oggi abbiamo un finanziamento pubblico ai partiti intorno al milione e mezzo, diviso per il 25% in quota uguale e per il restante proporzionalmente al numero dei consiglieri. A questo si aggiunge circa un milione di euro tra gettoni e altri costi. Il costo complessivo della politica si aggira quindi attorno ai due milioni e mezzo.  Se si va verso la professionalizzazione non possiamo mantenere l’attuale finanziamento ai partiti e contemporaneamente aumentare in modo significativo i costi con stipendi pieni ai consiglieri. Una compensazione va trovata, ma servono calcoli precisi.  In un sistema professionalizzato, il gettone dovrebbe scemare o essere mantenuto solo come quota legata alla presenza effettiva. E qui concordo con il consigliere Dolcini: se professionalizzi non puoi eliminare il numero legale, altrimenti rischi aule vuote con consiglieri stipendiati. Una parte della remunerazione dovrebbe essere legata alla presenza effettiva in Aula.  Se il Consiglio diventa semiprofessionalizzato, si può fare un ragionamento complessivo anche sulle Commissioni. Si potrebbe valutare se mantenere l’attuale struttura o se trasferire parte delle discussioni direttamente in Consiglio, fino ad arrivare, teoricamente, anche all’eliminazione delle Commissioni. È un ragionamento che richiede proiezioni serie.  Oggi alcune Commissioni si convocano molto, altre molto meno. Si potrebbe anche distinguere tra funzione legislativa e funzione di audizione, per ottimizzare i lavori sia del Consiglio sia delle Commissioni.  Professionalizzazione e revisione dell’attuale sistema sono quindi due strade alternative. Se si va verso la professionalizzazione, il gettone perde centralità. Lo stesso vale per la struttura tecnica a supporto del consigliere: se il consigliere è professionalizzato, viene pagato per studiare e prepararsi autonomamente; se rimane lo status attuale, allora un supporto può avere senso.  Anche sul vincolo di mandato le conseguenze cambiano. Oggi formalmente non c’è, ma esiste un deterrente economico: chi esce da un gruppo si porta via la quota di finanziamento. Se si mantiene l’attuale sistema si potrebbe prevedere che quella quota resti al partito. Se invece si va verso la professionalizzazione e si riduce il finanziamento ai partiti, la logica cambia perché il finanziamento sarebbe legato alla persona.  Un altro tema è il sostegno al consigliere proveniente dal settore privato. Oggi per un dipendente privato è molto difficile venire in Consiglio. In Aula la maggioranza sono liberi professionisti, dipendenti pubblici o pensionati. Bisogna trovare modalità per rendere accessibile il ruolo anche ai dipendenti del settore privato.  Sul question time, attenzione: non deve sostituire il comma comunicazioni. Il comma comunicazioni è il momento più politico del Consiglio. Il question time può affiancare o sostituire interrogazioni e interpellanze, ma non può cancellare il comma comunicazioni.  Sulla variazione del numero dei consiglieri: nel 2013 avevamo presentato un progetto di legge per la riduzione. Oggi, alla luce dell’esperienza, riteniamo che diminuire il numero non significhi ottimizzare, ma rischi di centralizzare e lottizzare ancora di più il Parlamento.  Infine, sulla revisione delle tempistiche bisogna essere molto cauti. Non può tradursi semplicemente in una riduzione dei tempi di intervento. Andrebbe inserito anche uno statuto delle opposizioni, perché rivedere i tempi senza garantire adeguati spazi all’opposizione rischia di comprimere il dibattito. In Commissione gran parte del lavoro viene già svolto; in Aula, salvo casi particolari come la finanziaria o progetti molto complessi, le seconde letture si chiudono in poche ore.  Quindi, quando parliamo di tempistiche, dobbiamo farlo garantendo equilibrio tra efficienza e tutela del confronto politico.

Denise Bronzetti (AR): Avevo già evidenziato che alcuni punti, ed è corretto che siano inseriti perché sono tutte questioni su cui la Commissione intende lavorare, dipendono sostanzialmente dal tipo di scelta che questa Commissione intenderà fare rispetto al ruolo del consigliere. Ma ancora prima, dipendono da che tipo di struttura vogliamo dare al Consiglio Grande Generale. Con questo intendo i tempi di convocazione e cosa vogliamo fare con le Commissioni, quindi quale eventuale modifica intendiamo apportare all’operatività delle Commissioni e al loro ruolo.  Perché è da questo che discendono i cosiddetti tempi della politica, e solo dopo aver definito la struttura, i tempi del Consiglio e l’eventuale nuova modalità di funzionamento delle Commissioni, potremo capire qual è l’impegno che il consigliere si troverà ad avere nella nuova configurazione. E solo a quel punto potremo fare una scelta consapevole tra professionalizzazione, part time o altro. Prima viene la struttura, poi la conseguenza sul trattamento del consigliere.  Non sono d’accordo con alcune cose che diceva poco fa il consigliere Santi, perché non possiamo confondere il ruolo del consigliere con i partiti. I partiti non sono composti unicamente da consiglieri. Il consigliere svolge un lavoro, e questo ruolo non gli è mai stato riconosciuto fino in fondo. Il consigliere lavora quotidianamente e questo deve essergli riconosciuto per il ruolo che ha.  Il partito, invece, ha una vita propria, a prescindere dai consiglieri, anche perché il numero dei consiglieri può variare di volta in volta. Non possiamo sovrapporre i due piani. Fare politica costa anche ai partiti, quindi non possiamo cadere nell’errore concettuale per cui, se il consigliere viene remunerato, allora si elimina o si riduce il finanziamento ai partiti. Questo, dal mio punto di vista, è concettualmente sbagliato.  Sulla diminuzione del numero dei consiglieri rimango profondamente contraria. Così come sul vincolo di mandato: l’ho già detto più volte, è una questione che nei paesi democratici è stata affrontata in altro modo, e io vorrei che rimanessimo un paese democratico. Preferirei quindi non parlare di vincolo di mandato, perché lo considero concettualmente sbagliato.  Diverso è ragionare, ma sempre dopo aver definito il nuovo modello e la nuova struttura, sulla scelta di chi eventualmente decide di uscire dal partito con cui si era candidato. Ma anche qui, se si sceglie la strada della professionalizzazione, non si può dire che siccome il consigliere è remunerato allora si supera il tema del vincolo di mandato. La questione è legata al nostro sistema elettorale, che è un sistema di democrazia diretta: si vota il partito e la lista, ma si vota anche direttamente la persona. Se si vuole andare in un’altra direzione bisognerebbe modificare la legge elettorale, ma questo significherebbe cambiare un modello democratico che abbiamo scelto e che, secondo me, è corretto e deve continuare ad esistere.  Non voglio abusare del tempo. Chiedo solo un chiarimento: cosa si intende per “formazione del consigliere”? 

Giovanni Zonzini (Rete): So bene che questa è una posizione estremamente minoritaria in Aula e non voglio mettermi sulle barricate su questo tema, però secondo me attualmente, anche a livello non costituzionale, abbiamo un problema relativo ai consiglieri indipendenti, ed è un problema economico.  Oggi, di fatto, conviene economicamente fare il consigliere indipendente, perché chi esce dal proprio gruppo consiliare ha a disposizione la propria quota di finanziamento pubblico che, correggetemi se sbaglio, è attualmente intorno ai 20.000 euro annui per consigliere, forse un po’ meno, diciamo 15.000 euro all’anno. Questa somma è a disposizione del consigliere indipendente per la sua attività politica e deve essere rendicontata. Però le spese per attività politica sono una categoria molto ampia: il cellulare serve per l’attività politica, il computer serve per l’attività politica, la benzina può servire per l’attività politica, acquistare un’auto può servire per l’attività politica, andare al ristorante può servire per l’attività politica. Anche un viaggio può essere giustificato come attività politica, perché si può dire che si incontrano cittadini all’estero.  Quindi oggi il consigliere indipendente ha circa 15.000 euro l’anno che può spendere, rendicontando, ma con margini molto ampi.  Il problema ulteriore è questo: supponiamo che io esca dal gruppo e incassi 15.000 euro all’anno per quattro anni di legislatura, quindi 60.000 euro complessivi. Supponiamo che non li spenda e presenti ogni anno un bilancio a zero. Alla fine della legislatura non mi ricandido o non vengo rieletto. Quei 60.000 euro che fine fanno?  La domanda è concreta: i consiglieri indipendenti delle precedenti legislature presentano ancora i bilanci? A me non risulta. Quindi, una volta terminata la legislatura e trascorso il periodo di rendicontazione, quei soldi restano nella disponibilità dell’ex consigliere? Diventano sostanzialmente fondi privati? Perché se così fosse, significa che si può accumulare finanziamento pubblico per attività politica e, a fine mandato, utilizzarlo per fini personali.  Questo è un problema serio. Perché di fatto creiamo un incentivo economico ad abbandonare il proprio gruppo consiliare. Si può arrivare al paradosso per cui, se uno ha bisogno di soldi, esce dal gruppo, incassa per qualche anno e accumula una somma rilevante.  Io non voglio fare il malizioso, ma oggettivamente il sistema attuale crea questo rischio.  Per questo invito la Commissione a riflettere su questo punto nell’ambito delle proposte di modifica dello status del consigliere e del finanziamento pubblico. Anche se si vuole mantenere il principio che il finanziamento segue il consigliere, dal mio punto di vista deve seguire il consigliere in quanto tale, non la persona. Tradotto: finita la legislatura, quei fondi devono essere restituiti o comunque deve continuare l’obbligo di rendicontazione fino al loro esaurimento per attività politica effettiva.  Non può accadere che, concluso il mandato, quei fondi diventino di fatto patrimonio personale e possano essere utilizzati per pagare un mutuo o acquistare un’auto.  Se non si vuole introdurre il vincolo di mandato, va bene, ma quantomeno bisogna eliminare gli incentivi economici ad abbandonare il partito. Chi esce deve farlo per motivi politici, ideali, personali, ma non deve potersi arricchire o trarre un vantaggio economico dall’uscita.  Questo renderebbe anche più credibile l’istituzione, perché oggi un consigliere che lascia il proprio gruppo può essere guardato con il sospetto che lo faccia anche per intascare il finanziamento pubblico. Se invece si imponesse una rendicontazione che prosegue anche oltre la legislatura o un obbligo di restituzione delle somme non utilizzate, si darebbe maggiore credibilità a chi compie scelte politiche legittime.

Manuel Ciavatta (PDCS): Condivido anch’io che alcune delle voci di cui abbiamo parlato possano essere accorpate. Quello che deve restare la priorità del lavoro che facciamo, per quanto possibile, è rendere il Consiglio Grande Generale di nuovo il centro delle linee di indirizzo politico della Repubblica. Tutto ciò che serve a rafforzare l’attività parlamentare deve avere carattere prioritario.  Mi sono già espresso sulla professionalizzazione del consigliere. Se le visioni sono molto differenti – e forse è anche per questo che fino ad oggi non è cambiato nulla – si può lasciare quell’aspetto come successivo e ragionare prima su tutto il resto. Non è un problema.  Resta il fatto che la modifica del gettone consiliare può essere una soluzione, ma deve andare di pari passo con un Consiglio più snello e più celere nello svolgimento del proprio ruolo. La gente ci valuta, anche se nessuno ce lo dice esplicitamente, e vede quando dibattiti che potrebbero chiudersi in due ore vengono protratti per cinque, sei o sette ore ripetendo gli stessi concetti. È legittimo che ogni consigliere intervenga, e per me questo è un punto importante.  La precedente riforma del regolamento consiliare con il monte ore era, a mio avviso, squalificante per i consiglieri, perché alcuni parlavano sempre e altri restavano senza voce. Credo invece che, pur nella differenza dei ruoli, ciascuno debba avere la possibilità di intervenire. Se si vuole ridurre i tempi, si può ragionare su una calendarizzazione delle votazioni, restringendo le finestre temporali: magari non parlano tutti i sessanta, ma trenta, e saranno i gruppi a scegliere chi interviene. È una possibile soluzione.  Per me è importante che entro breve si arrivi tecnicamente a un testo che permetta modifiche concrete al regolamento consiliare. La riflessione che facciamo qui deve andare avanti insieme a un confronto tra i gruppi consiliari, per portare quanto prima delle modifiche operative.  Sul numero dei consiglieri, non ho mai detto che non si possa discutere, ma ritengo che sessanta siano una garanzia nel nostro piccolo Paese. È più difficile controllare il voto su sessanta persone e questo aiuta a ridurre i centri di potere.  Per quanto riguarda la retribuzione o il gettone, tutti siamo d’accordo che debba essere dignitoso. Forse la gente non si rende conto che una seduta mattutina per un dipendente privato significa un gettone di circa 50 euro la mattina e 50 il pomeriggio per nove ore di Consiglio: dieci euro l’ora. Questo non è una retribuzione. Non si tratta tanto di attualizzare, quanto di riconoscere una dignità.  È evidente però che questo deve conciliarsi con il contenimento dei costi in un Paese piccolo come il nostro. Significa che i tempi devono accelerare e le ore che passiamo qui devono essere più fruttuose. Anche perché, con la normativa europea da integrare, avremo un carico straordinario di lavoro. Ad Andorra si parlava di settanta, ottanta leggi da integrare. Non si farà tutto insieme, ma nei prossimi due o tre anni il Consiglio avrà un lavoro oltre l’ordinario.  Questo richiede maggiore produttività. E credo che anche per i cittadini sarebbe positivo ascoltare lavori consiliari più dinamici, perché sentire solo scontri o ripetizioni fa perdere interesse.  Sono molto d’accordo nel rivedere le modalità e anche il ruolo delle Commissioni. Mi convince meno l’idea dei vicepresidenti in sostituzione della Reggenza. La Reggenza, a mio avviso, è un’istituzione unica al mondo: presiede il Consiglio Grande Generale, coordina il Congresso di Stato, presiede il Consiglio Giudiziario e il Consiglio dei XII. Ha una visione complessiva sulle principali istituzioni che è una garanzia. Non credo che questo vada modificato, anche se crea qualche difficoltà organizzativa.  È vero che quando ci sono incontri tra presidenti di Parlamento di piccoli Stati non sempre possono andare i Capitani Reggenti, perché sono capi di Stato, ma fino ad oggi le forze politiche si sono sempre coordinate bene, anche nelle missioni internazionali. Spesso uno viene indicato dalla maggioranza e uno dall’opposizione, garantendo rappresentatività.  Io mi fermerei qui e mi concentrerei su un intervento normativo immediato che, entro due, tre o quattro mesi, permetta di accelerare i lavori del Consiglio. Se la firma dell’Accordo arriverà come auspichiamo, dovremo essere pronti. Non potremo permetterci di restare ancora a discutere senza decidere. Va bene confrontarsi in Commissione, ma serve anche un confronto tra le forze politiche per arrivare rapidamente a un testo condiviso da approvare in Consiglio.

Paolo Crescentini (PSD): Se si professionalizza il ruolo del consigliere diventa difficile poi non prevedere il numero legale in Aula, perché è come un lavoratore assunto in un’azienda: non è che, siccome sei assunto, puoi non andare a lavorare. Se sei assunto, a lavorare devi andare. Quindi, giustamente, bisogna garantire il ruolo ma anche la presenza.  Proprio per questo ritengo, e sono sempre più convinto, che quello che ha detto il collega Guerrino Zanotti sia condivisibile: forse il ruolo del consigliere è uno degli aspetti più importanti, ma è anche l’ultimo da affrontare, proprio per capire prima come ridisegnare la macchina del Consiglio Grande Generale.  Perché c’è un altro aspetto: professione sì, professione no, semiprofessione o status quo, resta il fatto che, dal mio punto di vista, al consigliere debba essere data la facoltà di scegliere. Diventa difficile obbligare qualcuno a fare qualcosa.  Faccio un esempio. Per chi lavora nel pubblico potrebbe essere meno problematico, perché con una forma di semiprofessionalizzazione, magari con un part-time, avrebbe comunque lo stesso datore di lavoro, la pubblica amministrazione. Ma un lavoratore autonomo dovrebbe sistemare la propria posizione, magari sospendere la licenza; un professionista dovrebbe capire se può esercitare o meno la professione; un lavoratore privato si troverebbe addirittura con due datori di lavoro. Anche solo la gestione delle ferie: dovrebbero coincidere con i lavori del Consiglio e con quelli della propria attività. Non è semplice conciliare le due cose.  Forse, in quei casi, un adeguamento ragionevole e qualificante del gettone potrebbe alleviare il problema.  Condivido quanto detto dal collega Bronzetti: non si può mischiare l’attività dei partiti con quella dei consiglieri. Nei partiti lavorano anche funzionari che non sono consiglieri, e i partiti hanno una loro attività autonoma. Non prevedere un contributo ai partiti diventerebbe difficile.  Per quanto riguarda i lavori consiliari, è vero che spesso non calendarizziamo le prime letture e poi non riusciamo ad affrontarle. Quando le affrontiamo, andiamo lunghi con i tempi. È diventata una consuetudine fare in prima lettura dibattiti politici come se fossero già seconde letture, mentre il regolamento prevede che in prima lettura il consigliere possa chiedere chiarimenti o informazioni al proponente o al Segretario di Stato. Invece si trasformano in interventi politici che poi si ripetono in Commissione e poi di nuovo in Consiglio. Quello che potremmo fare in mezza giornata lo facciamo in un giorno e mezzo.  Questo deve portarci a riflettere. Tutti siamo d’accordo che i tempi vadano rivisti. Ben venga una modifica del regolamento consiliare, ma per me rivederlo non significa togliere il diritto di parola ai consiglieri o ridurre i tempi alle opposizioni. Significa calendarizzare meglio i lavori, stabilire orari di votazione certi e poi lasciare ai gruppi la responsabilità di organizzarsi internamente.  Mi prendo anche la mia parte di responsabilità: a volte ascoltiamo interventi ridondanti, con consiglieri dello stesso gruppo che ripetono le stesse cose. La libertà di parola è sacrosanta, ma andando in diretta streaming e radiofonica non rendiamo un buon servizio se l’intera giornata è fatta di ripetizioni. Non fa bene alla qualità dei lavori consiliari.  Gli argomenti da approfondire sono tanti. Il ruolo del consigliere è il più importante ma anche il più delicato. Faccio un altro esempio: i colleghi pensionati, se diventassero professionisti della politica, dovrebbero sospendere la pensione? Ci sono mille aspetti da esaminare. Il professionista che deve sospendere la licenza, il privato con due datori di lavoro, il pubblico con il part-time.  Forse per questo, come dicevo anche fuori microfono al collega Zanotti, la cosa migliore potrebbe essere lasciare al consigliere la facoltà di scegliere, nel caso si andasse verso professionalizzazione o semiprofessionalizzazione. Naturalmente con un adeguamento del gettone che possa colmare eventuali perdite o comunque dare dignità al ruolo.  L’ho detto nel mio primo intervento: il fatto di non aver mai rivalutato e riqualificato il gettone ha contribuito, tra virgolette, a squalificare il ruolo del consigliere. Sono aumentati il costo della vita e i contratti di lavoro, ma non la retribuzione dei consiglieri. Questo, a mio avviso, non è giusto.

Presidente della Commissione Filippo Tamagnini: Abbiamo distribuito la nuova versione della tabella con le integrazioni emerse nel corso della seduta. Abbiamo lasciato anche l’indicazione relativa alla variazione del numero dei consiglieri barrata, per memoria, ma ci sembra un’opzione non percorribile da nessuno.  La proposta operativa è questa: integriamo la tabella con i contenuti delle audizioni e chiediamo alla Sezione Studi di proporre anche una suddivisione in macroaree, come suggerito dal collega Carattoni.  Successivamente, ci facciamo distribuire alla Commissione il risultato di questo lavoro, quindi sostanzialmente una tabella completa di tutti i contenuti, in modo che ciascun gruppo consiliare possa svolgere un ragionamento interno per propria pertinenza. Avremo anche la premura di distribuirla ai consiglieri indipendenti che non sono rappresentati in Commissione.  Convocare poi una Commissione prima del Consiglio di aprile, così da poter iscrivere all’ordine del giorno del Consiglio di aprile un comma dedicato alla discussione di questi contenuti e dei giudizi e orientamenti che emergeranno dal confronto nei gruppi e in Commissione, con l’obiettivo di farci dare un mandato dal Consiglio per la prosecuzione dei lavori.

Alle 11.45 i lavori terminano

 

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