C’è una parola che spesso la politica usa, talvolta anche con leggerezza: inclusione. Poi però esistono esperienze che a quella parola danno corpo, tempo, volti. Portofranco San Marino è una di queste.
Nel silenzio operoso di chi non cerca titoli ma risultati, questo progetto sta costruendo qualcosa di profondamente necessario: un luogo dove i ragazzi con DSA non vengono “gestiti”, ma accompagnati. Dove la difficoltà non diventa etichetta, ma punto di partenza.
E forse è proprio questo il valore più grande.
Perché Portofranco non è soltanto un servizio di supporto allo studio. È una comunità educativa. Un modello che rimette al centro la relazione, il rapporto umano tra volontari e studenti, la pazienza di chi sa che ogni ragazzo ha tempi diversi e che dietro a una difficoltà scolastica spesso si nasconde molto di più: insicurezza, paura di non essere all’altezza, senso di isolamento.
Qui invece accade il contrario.
Qui si ricuce.
In un sistema che spesso fatica a stare dietro ai bisogni specifici – non per mancanza di volontà, ma per rigidità strutturali – esperienze come questa dimostrano che la risposta non è solo normativa o burocratica. È culturale. È educativa. È, appunto, relazionale.
Portofranco rappresenta una risposta intelligente e concreta a un tema che riguarda sempre più famiglie sammarinesi: i disturbi specifici dell’apprendimento. Un tema che non può essere relegato a nicchia, ma che chiama in causa l’intero sistema Paese: scuola, istituzioni, terzo settore.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché non guardare a queste esperienze come a un modello da sostenere, valorizzare e, perché no, replicare?
Perché quando la comunità si muove – davvero – spesso arriva prima delle istituzioni. E indica anche la strada.
San Marino, che ha nelle sue dimensioni una forza e non un limite, può fare di queste realtà un punto distintivo del proprio sistema educativo e sociale. Può diventare un Paese dove nessun ragazzo resta indietro non per slogan, ma per pratica quotidiana.
Portofranco, oggi, è già questo: una piccola grande risposta a un bisogno reale.
E, soprattutto, un promemoria per tutti: l’inclusione non si proclama. Si costruisce. Ogni giorno.
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