Portobello, il processo alla coscienza di una nazione

da | 1 Mar 2026

Ci sono storie che non appartengono solo alla cronaca. Appartengono alla coscienza.
La nuova serie HBO Portobello, dedicata alla vicenda di Enzo Tortora, non è soltanto un prodotto televisivo di alto profilo. È una riapertura simbolica di un’aula che non dovrebbe mai chiudere: quella della memoria collettiva.

Tortora non fu solo un uomo accusato ingiustamente. Fu il simbolo di un cortocircuito: tra giustizia e giustizialismo, tra garanzie e clamore mediatico, tra la presunzione di innocenza e la tentazione — tutta umana — di credere che l’arresto equivalga già a una colpa.

Ecco perché Portobello non è una serie “da guardare”. È una serie da attraversare.

Il giorno in cui la fiducia si incrinò
Nel 1983 Enzo Tortora, volto amato della televisione italiana, venne arrestato con accuse infamanti. Le immagini delle manette fecero il giro del Paese. Il tribunale mediatico si riunì prima ancora di quello giudiziario. Titoli, sospetti, insinuazioni: il mostro era servito.
Poi arrivò l’assoluzione. Piena. Totale. Inequivocabile.

Ma la domanda rimase sospesa: quanto costa un errore giudiziario? Non in termini economici — pure pesanti — ma in termini di dignità, reputazione, vita.

Tortora pagò con la salute. E con un dolore che nessuna sentenza potrà mai cancellare.

Tra supereroi e capri espiatori
Per anni, in Italia, la magistratura è stata alternativamente mitizzata o demonizzata. Prima supereroi, poi nemici. Prima simbolo di purezza assoluta, poi bersaglio di rabbia indiscriminata.
Entrambe le posture sono pericolose.

Santificare una funzione non la rafforza. La indebolisce. Perché la sottrae alla critica, al controllo, alla responsabilità. Ma delegittimarla in blocco è altrettanto distruttivo. Perché la giustizia è il pilastro su cui si regge ogni democrazia liberale.

La verità — che è sempre meno rumorosa delle tifoserie — sta nel mezzo:
i tribunali non sempre lavorano bene. E non tutti i magistrati sono mascalzoni. Anzi. La stragrande maggioranza svolge il proprio compito con serietà e dedizione. Ma proprio per questo, per rispetto verso chi serve lo Stato con onore, servono regole chiare, confini netti, responsabilità definite.

La giustizia non può essere un campo di battaglia ideologico. Deve essere un luogo di certezze.

Il diritto contro il tifo
Il caso Tortora fu un terremoto perché incrinò una fede cieca. Ci ricordò che l’errore è umano — anche nei palazzi più solenni. E che la presunzione di innocenza non è una formula retorica, ma una barriera di civiltà.
Quando una società smette di interrogarsi sul proprio sistema giudiziario, non sta difendendo la giustizia. Sta difendendo un mito.

E i miti, quando crollano, fanno più danni delle critiche.

Una democrazia adulta non teme di discutere le proprie istituzioni. Le rafforza proprio attraverso il confronto. Attraverso la trasparenza. Attraverso la responsabilità. Non con il sospetto permanente, ma nemmeno con l’applauso automatico.

Perché guardare Portobello
Guardare questa serie significa compiere un atto civile. Non per alimentare rancori, ma per custodire memoria. Non per trasformare un errore in un’arma politica, ma per evitare che l’errore si ripeta.
Perché il punto non è il passato. È il presente.

Viviamo in un tempo in cui il processo mediatico corre più veloce di quello giudiziario. In cui un’indagine diventa condanna sociale nel giro di poche ore. In cui la reputazione si distrugge con un titolo e si ricostruisce — forse — con anni di silenzio.

Portobello ci ricorda che la giustizia è una cosa troppo seria per essere affidata all’emotività. E troppo delicata per essere sottratta alla vigilanza democratica.

Una lezione che non possiamo dimenticare
Non si tratta di scegliere da che parte stare.
Si tratta di stare dalla parte del diritto.
Di pretendere che le regole siano chiare. Che le responsabilità siano definite. Che gli errori siano riconosciuti. Che le carriere non siano impermeabili alle conseguenze. Che la presunzione di innocenza non sia una clausola ornamentale.

La vera forza delle democrazie non sta nell’infallibilità delle istituzioni. Sta nella loro capacità di correggersi.

Enzo Tortora, suo malgrado, è diventato il volto di questa lezione.
Portobello ce la restituisce con la forza del racconto. Sta a noi farne uno strumento di consapevolezza.

Perché la giustizia non ha bisogno di tifosi.
Ha bisogno di cittadini.

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