Consiglio Grande e Generale, sessione 16,17,18,19,20 febbraio 2026
Lunedì 16 febbraio 2026, sera
Nella seduta serale di lunedì 16 febbraio 2026 del Consiglio Grande e Generale, volge al termine il dibattito – cominciato nel pomeriggio – sulle indagini giudiziarie legate al tentato acquisto della quota di maggioranza di Banca di San Marino da parte della società bulgara Starcom Holding e sui più recenti sviluppi emersi dal comunicato del dirigente del Tribunale del 6 febbraio. Il focus è sul cosiddetto “piano parallelo” evocato dalla magistratura e sulle implicazioni istituzionali e politiche della vicenda.
Sara Conti (RF) chiarisce che non si è davanti a un semplice passaggio tecnico ma a un nodo istituzionale delicato: ricorda che è in corso un’indagine e che deve valere “l’autonomia del piano giuridico, senza pressioni, senza interferenze”, ma avverte che la politica non può sottrarsi a una riflessione sulle proprie condotte. La consigliera di Rf ritiene infatti “che non sia stato mantenuto un sufficiente rigore nella distanza necessaria tra indirizzo politico e dinamiche di mercato”. Aida Maria Adele Selva (PDCS) esprime forte preoccupazione per il danno d’immagine arrecato al Paese, definendo “vergognosa” la conferenza stampa tenuta a Bruxelles e chiedendo chiarezza sul “piano parallelo” richiamato dal Tribunale; respinge inoltre le generalizzazioni contro la Democrazia Cristiana e afferma che le responsabilità sono personali. Giovanna Cecchetti, indipendente, afferma che il principio per cui la responsabilità penale si accerta nei tribunali e non nelle conferenze stampa internazionali, invitando a respingere le narrazioni che dipingono San Marino come uno Stato opaco e a difendere il percorso europeo. Il Segretario di Stato Rossano Fabbri riporta l’attenzione sull’origine giudiziaria del caso, ricordando che tutto nasce da “500.000 euro di tangente”, e sostiene che non sia questo il tempo dei processi politici ma quello di “fare quadrato” contro un attacco alla Repubblica, mentre le indagini sono in corso. Gerardo Giovagnoli (PSD) sottolinea che il Paese oggi è più solido rispetto al passato, che non emergono responsabilità politiche dirette e che il compito del Consiglio è dare un indirizzo di fiducia nelle istituzioni e nella rule of law. Antonella Mularoni (RF) punta il dito sui “tre giorni di silenzio assoluto” da parte di Governo e maggioranza, all’indomani del comunicato del dirigente del Tribunale, a fronte di accuse come “attentato contro l’integrità e la libertà della Repubblica di San Marino” e giudica “inaccettabile” che il Consiglio non sia coinvolto su questioni che toccano la sicurezza nazionale. Chiede chiarezza sui “politici” citati nel comunicato – “Non si può gettare il sasso nello stagno e poi fermarsi lì” – e rivendica che le scelte sul sistema bancario spettano all’Aula.
Gian Carlo Venturini (PDCS) parla invece di “attacco alle istituzioni di questo Paese” e richiama il passaggio del dirigente Canzio sulle “prove consistenti” di un “cosiddetto piano parallelo” volto a descrivere San Marino come “un microstato non completamente democratico né affidabile quanto all’effettivo rispetto del Rule of Law”. Definisce i fatti “gravissimi” e respinge le accuse alla Democrazia Cristiana: “Non accettiamo lezioni da nessuno”. Guerrino Zanotti (Libera) richiama il principio che “la politica deve tenersi fuori da operazioni di questo tipo”, avvertendo che la confusione tra interessi pubblici e privati produce “un danno alla credibilità delle istituzioni”. Ribadisce il sostegno al Tribunale e afferma che “San Marino non si difende nascondendo i problemi, si difende affrontandoli”. “Fino a prova contraria – afferma Matteo Zeppa (Rete) – sono con Canzio, sono con il Tribunale, per evitare equivoci. Ma la politica poteva dare un segnale diverso. Non lo ha dato”. Denise Bronzetti (AR) invita a guardare la vicenda senza pregiudizi, respingendo l’idea che San Marino sia “un Paese di farabutti” e sottolineando che dentro e fuori dall’Aula ci sono “brave persone”. Piuttosto, suggerisce di interrogarsi su ciò che eventualmente manca: norme da rafforzare, controlli da migliorare, burocrazia da snellire. “Questa vicenda – attacca Fabio Righi (D-ML) – l’hanno gestita persone con legami politici evidenti. Ed è questo che la trasforma in una questione politica da trattare qui dentro. Chi c’era nel CDA che ha gestito tutta questa operazione? I nomi sono noti”. Secondo Nicola Renzi (RF) il nodo è “come raddrizziamo i nostri rapporti internazionali e come difendiamo la credibilità del Paese”. Per il consigliere l’obiettivo primario deve essere “fare tutto ciò che è in nostro potere per difendere l’Accordo di associazione con l’Unione Europea”.
Luca Lazzari (PSD) parte da una convinzione di fondo, ossia che “il sistema istituzionale della Repubblica, nel suo complesso, è sano”, e che il fatto stesso di discutere pubblicamente, con una magistratura che indaga e provvedimenti sottoposti a più gradi di giudizio, dimostri la solidità dello Stato di diritto. Respinge quindi la narrazione di un sistema opaco, pur ammettendo che esistono vulnerabilità e ricordando che mesi fa il PSD aveva chiesto prudenza su operazioni bancarie così delicate, tanto più a ridosso della firma dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea. Per Lazzari la sovranità non coincide con l’autosufficienza: “la sovranità si esercita anche attraverso la cooperazione”, soprattutto in materia di vigilanza bancaria e controlli, che non sono burocrazia ma strumenti di difesa dello Stato. Richiama l’autorevolezza del presidente Canzio e insiste sul fatto che un eventuale “piano parallelo” vada smantellato “subito”, mentre la politica deve “chiudere i varchi” e impedire che certe dinamiche si ripetano. Da qui l’appello a rafforzare la cooperazione, dotarsi di strumenti strutturati di analisi sugli investimenti e distinguere tra capitali, provenienze e implicazioni geopolitiche. Iro Belluzzi (Libera) denuncia un meccanismo ricorrente: ambienti che gravitano attorno alla politica, coperture, porte aperte a soggetti che finiscono per danneggiare il Paese. In questa vicenda vede lo stesso schema e collega il primo provvedimento a “un’ipotesi di corruzione privata”, con qualcuno che avrebbe spalancato l’accesso a chi, una volta bloccata l’operazione, “ha iniziato ad orchestrare azioni contro la Repubblica, contro le istituzioni, contro l’integrità dello Stato”. Da qui l’appello a definire “in tempi rapidi” un rapporto strutturato con l’Italia, come previsto dal “clarify addendum” dell’Accordo di associazione, così da esercitare la vigilanza insieme a chi ha “strutture e capacità più ampie”. Manuel Ciavatta (PDCS) inquadra il dibattito come un confronto “vincolato alle pochissime informazioni disponibili” e rivendica che sia la maggioranza a volerlo proprio per garantire “il massimo coinvolgimento possibile” dell’Aula. Insiste che il comunicato non parla di un piano solo pensato, ma “programmato e realizzato”, finalizzato a “offrire una falsa rappresentazione della Repubblica” e a costringere le autorità a una trattativa. Da qui la legittimità, secondo lui, della costituzione di parte civile del Governo e la necessità di “stringersi attorno al Tribunale”, mentre sugli attacchi alla DC risponde con una promessa: “se ci fosse qualcuno della Democrazia Cristiana implicato, sarò il primo a chiedere le dimissioni”, invitando però a un metodo: “prima di accusare, appuriamo davvero i fatti”.
Nel finale del dibattito spazio alla replica del Segretario di Stato Stefano Canti e alla lettura di un Ordine del giorno presentato da Emanuele Santi (Rete) a nome di Rete, RF e D-ML per impegnare “i gruppi consiliari a sottoscrivere e depositare entro il 28 febbraio 2026 un progetto di legge per istituire una Commissione consiliare di inchiesta”. Salta, invece, per una questione di tempistiche, il deposito di un analogo Ordine del giorno da parte della maggioranza. Rimane pertanto in votazione l’Odg della minoranza: la seduta viene sospesa per tentare una mediazione tra maggioranza e opposizione rispetto al testo depositato da quest’ultima. I lavori riprenderanno domani alle 14.00 per la conclusione del comma numero 2.
Di seguito un estratto dei lavori
Comma 2: Riferimento del Congresso di Stato in merito alle azioni poste in essere in seguito alle notizie di reato diramate dal Dirigente del Tribunale con la Sua nota datata 6 febbraio 2026
Sara Conti (RF): Questa vicenda, colleghi, suscita grande attenzione e preoccupazione a livello istituzionale, anche per il riverbero potenzialmente negativo sul piano internazionale e, per queste ragioni, credo meriti da parte nostra una riflessione lucida, quanto più possibile seria, e non una ricostruzione fantasiosa come abbiamo sentito da parte di alcuni. Non siamo di fronte soltanto a un episodio finanziario o a un passaggio tecnico di vigilanza, siamo di fronte a una questione di equilibrio istituzionale, di metodo e soprattutto di confine tra piani che dovrebbero restare distinti: il piano giuridico e quello politico. Parto dunque da un punto che ritengo essenziale: è in corso un’indagine e quando è aperto un procedimento il principio guida deve essere uno solo, l’autonomia del piano giuridico, senza pressioni, senza interferenze, senza sovrapposizioni improprie. Qualsiasi anticipazione politica, qualsiasi valutazione pubblica che travalichi questo perimetro, qualsiasi tentazione di orientare o condizionare la percezione degli eventi rischia di produrre un duplice danno: da un lato indebolire l’autonomia dell’azione giuridica e dall’altro compromettere la fiducia nella neutralità delle istituzioni. Ma proprio perché il piano giuridico deve restare libero da interferenze, il piano politico non può sottrarsi alla riflessione; anzi, è qui che si colloca la responsabilità di questo Parlamento e delle istituzioni in genere ed è su questo piano che emergono elementi critici che non possono essere ignorati. Il primo riguarda certamente il ruolo della politica nella gestione di una vicenda che concerne una banca privata. La percezione è che non sia stato mantenuto un sufficiente rigore nella distanza necessaria tra indirizzo politico e dinamiche di mercato. Nel nostro Paese, dove ci conosciamo tutti e dove anche le parentele coinvolgono in certi casi persone che ricoprono ruoli rilevanti, su questo aspetto dovrebbe esserci un’estrema attenzione; invece da noi sembra tutto normale, dal padre di un Segretario di Stato che, da presidente dell’Ente Cassa, dichiara a mezzo stampa che le istituzioni e la Banca Centrale sostengono la vendita, al Segretario di Stato alle Finanze che partecipa a un’assemblea dei soci e dichiara: “Se vi danno i soldi vendete subito”. Questo continuo intersecarsi tra piani che dovrebbero rimanere ben separati non è un dettaglio, è un tema strutturale che ciclicamente si ripresenta con ripercussioni negative per l’intero Paese. In questo quadro non può non essere oggetto di riflessione il comportamento del Governo. La gestione della vicenda solleva interrogativi legittimi sulla misura, sull’opportunità e sulla forma dell’intervento politico in un ambito che richiede prima di tutto neutralità istituzionale e rigore tecnico. Questa mattina parlavo di costruire credibilità agli occhi dell’esterno; credo che questa vicenda sia l’esempio emblematico di come possiamo invece distruggere la nostra credibilità, come dimostrano anche gli articoli comparsi sulla stampa estera. Oltretutto apprendiamo ora con certezza che il Congresso di Stato è entrato in possesso di una documentazione ulteriore che, se fa parte del procedimento tuttora in corso, dovrebbe essere segreta; siamo quindi di fronte anche a un’asimmetria nel modo in cui certe informazioni sono circolate, perché i Segretari di Stato sono in possesso di qualcosa che non è arrivato e non è stato notificato ai membri di questo Parlamento. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: la Banca Centrale ha impiegato un periodo eccessivamente lungo per far pervenire la propria valutazione autorizzativa. Viene quindi da pensare che all’interno della Banca Centrale qualcuno fosse favorevole alla vendita e che solo dopo gli arresti si sia deciso di esprimere una valutazione negativa. Il punto centrale, tuttavia, lasciando da parte la Banca Centrale e il suo ruolo, resta quello politico e istituzionale, e questa vicenda ci impone una domanda di fondo: siamo in grado in questo Paese di garantire una netta separazione tra accertamento giuridico, decisione tecnica e valutazione politica, oppure stiamo progressivamente normalizzando una sovrapposizione che rischia di diventare strutturale? Lasciare che la giustizia operi senza interferenze non significa rinunciare alla responsabilità politica, significa esercitarla dove deve essere esercitata, nella valutazione delle scelte istituzionali, nella definizione delle regole e nella tutela dell’equilibrio tra i poteri. Se da questa vicenda deve emergere una lezione è che la distinzione tra i piani non è un formalismo, ma una garanzia di stabilità, di credibilità e di fiducia, e il continuo confondere questi piani rappresenta la nostra più grande debolezza.
Aida Maria Adele Selva (PDCS): Innanzitutto ringrazio il Segretario Canti per il riferimento e rivolgo un ringraziamento che non è di maniera, ma doveroso, al Magistrato dirigente Giovanni Canzio del Tribunale e a tutta la magistratura, anche alla luce del comunicato uscito oggi da parte di San Marino Group Srl. Sono certa che la magistratura farà luce su questa vicenda e mi auguro nel più breve tempo possibile, perché dalle dichiarazioni contenute nel comunicato del dirigente si parla di un piano parallelo rispetto alla legittima strategia difensiva dei prevenuti, diretto a offrire all’esterno della Repubblica un’immagine del nostro Paese veramente vergognosa. Mi domando come il consigliere Carattoni abbia potuto parlare di colpo di Stato, aspettandosi modalità come in Venezuela e riducendo il tutto alla semplice conferenza stampa fatta a Bruxelles; voglio pensare che fosse un’ironizzazione, perché quella conferenza stampa è stata vergognosa. Stanno uscendo comunicati di continuo e questo interrogativo resta. Nel comunicato del dirigente si parla di un piano parallelo con il supporto di vari personaggi politici, associazioni private e uomini d’affari; allora mi chiedo a chi giova mettere in cattiva luce il nostro Stato. Lo vogliamo sapere tutti, perché lo Stato non è proprietà di qualcuno. Forse c’è chi lavora dietro le quinte, e neppure troppo dietro le quinte, visto che un avvocato si è recato personalmente a Bruxelles a rappresentare alcune considerazioni. Il sospetto, che ormai non è più tale, è che vi sia la volontà di screditare la nostra Repubblica utilizzando l’Accordo di associazione, e questo è di una gravità inaudita. Ancora più grave è il riferimento, sempre nel comunicato del dirigente, al supporto di personaggi politici, associazioni private e uomini d’affari: vogliamo sapere chi sono. Mi riferisco poi a chi parla del gruppo della Democrazia Cristiana: mi sono stancata di sentire generalizzazioni, perché le responsabilità sono personali. Se qualcuno ha prove le porti, e mi pare che il mio partito abbia dimostrato di saper fare pulizia. Non devo presentare scuse, perché non vi è nulla da giustificare. È evidente che vi possa essere strumentalizzazione politica, probabilmente dall’opposizione, ma non può funzionare così: chi ha prove le porti e chi ha sbagliato pagherà, perché è giusto così. Ringrazio anche il consigliere Pelliccioni, perché condivido il suo intervento quando ricorda che i bilanci parlano da soli, che non c’era bisogno di affermare che la banca è solida e che il capitale umano è il primo capitale; dietro quella banca, come dietro altre vicende, ci sono persone e questo va tenuto presente. Non può passare il messaggio che la relazione richiamata dal Segretario di Stato, nell’ambito del segreto istruttorio, sia irrilevante: quando si parla di un piano parallelo e di un’azione volta a creare una narrazione che rappresenti il sistema giuridico e istituzionale sammarinese come anomalo, opaco e non tutelante degli interessi di investitori esteri, questo basta a comprendere la gravità della situazione. Non deve passare neppure il messaggio che la tutela degli interessi della Repubblica sia appannaggio di qualcuno soltanto: è responsabilità di tutti, ed è questo il senso dell’invito a fare squadra e a fare quadrato.
Giovanna Cecchetti (indipendente): La vicenda che ha interessato la Banca di San Marino ha assunto nel tempo una dimensione che va oltre il piano societario e il contenzioso tra privati, arrivando a toccare profili reputazionali e sistemici che impongono alla politica un atteggiamento di responsabilità, equilibrio e visione strategica per difendere il nome di San Marino. La magistratura ha agito, come risulta dai comunicati dei dirigenti del Tribunale, nell’ambito delle proprie prerogative costituzionali, adottando provvedimenti cautelari confermati nei diversi gradi di giudizio. In uno Stato di diritto la responsabilità penale si accerta nei tribunali, non nelle conferenze stampa internazionali. Nel nostro ruolo istituzionale dobbiamo respingere con fermezza ogni tentativo di rappresentare San Marino come un ordinamento opaco o inaffidabile. La separazione dei poteri non è uno slogan, ma il fondamento della nostra sovranità e della nostra democrazia, e nessuna pressione mediatica, economica o legata a interessi personali può o deve interferire con l’autonomia dello Stato, in primis, in questo specifico caso, della magistratura o di apparati dello Stato quali Banca Centrale e AIF. È necessario impedire che singole vicende diventino terreno fertile per campagne di delegittimazione internazionale, anche rispetto al percorso di associazione all’Unione Europea, che rappresenta per il nostro Paese una scelta strategica di lungo periodo e non può essere messo in discussione da contenziosi privati né da pressioni esterne. Le campagne mediatiche avviate all’estero, anche attraverso organi di stampa, volte a rappresentare la Repubblica come un ordinamento non affidabile o non rispettoso della rule of law appaiono strumentali e non corrispondenti alla realtà dei fatti, in quanto San Marino ha intrapreso negli anni un percorso virtuoso riconosciuto da organismi internazionali quali Moneyval, Grevio e Greco, quest’ultimo avendo riconosciuto San Marino come uno tra gli Stati più virtuosi nel contrasto alla corruzione. La politica non deve entrare nel merito delle contestazioni penali né dei provvedimenti cautelari adottati, perché questo è compito esclusivo dei giudici; tuttavia ha il dovere di garantire che il sistema normativo e istituzionale sia sempre più solido, trasparente e coerente con gli standard internazionali. Questa vicenda deve diventare un’occasione di rafforzamento strutturale e non di divisione. L’obiettivo non è chiudere il mercato agli investitori esteri, ma garantire che gli investimenti avvengano nel rispetto di regole chiare, trasparenti e coerenti con l’interesse generale. La Repubblica ha intrapreso un percorso strategico di integrazione e rafforzamento delle proprie relazioni europee che non può essere condizionato da controversie private o da dinamiche mediatiche, ma deve essere sostenuto da una dimostrazione concreta di stabilità normativa e coesione istituzionale. Concludo auspicando che il Tribunale, nella sua piena autonomia, possa giungere in tempi brevi alla conclusione della vicenda processuale, così da avere un quadro completo dei fatti, perché le ombre che si sono addensate sul sistema San Marino rischiano di incidere anche su un percorso, come quello dell’Accordo di associazione, che per noi è vitale e che non possiamo permetterci di compromettere.
Segretario di Stato Rossano Fabbri: Una breve considerazione sulla cosiddetta liberalizzazione del 51% legata alla banca: credo non sfugga a nessuno che quella normativa, al di là delle valutazioni che ciascuno può fare, è stata introdotta per essere pienamente conforme a ciò che è doveroso, non solo perché richiesto anche dagli organismi europei, ma perché nel momento in cui una banca abbia necessità di un apporto di capitale, o intervengono i soci oppure si va verso la liquidazione. Se tale apporto non può verificarsi, è normale e doveroso che quel 51% venga immesso in libera circolazione. Detto questo, l’unica questione che dovrebbe interessare rispetto al bailamme generato da questa situazione è che la Repubblica di San Marino viene tacciata, in organismi internazionali e nel percorso che stiamo definendo con l’Europa, come Paese non compliance, come Paese che non rispetta le regole della rule of law, dello Stato di diritto. In questo senso il Consiglio Grande e Generale, come tutte le istituzioni, deve fare quadrato. Da una parte abbiamo un fatto che ha determinato la nascita di un procedimento penale: 500.000 euro di tangente. È quello l’evento che ha scaturito l’avvio del procedimento penale e ha permesso alla magistratura di venire in possesso di una serie di atti e fatti che hanno poi determinato l’emersione del cosiddetto piano parallelo. Quello che mi chiedo è se questo piano parallelo sia una definizione proposta dall’autorità giudiziaria o se sia oggetto di riscontri accertati. C’è poi un’accusa pesante, segnalata dal Presidente Canzio, secondo cui anche la parte relativa al pagamento del prezzo sarebbe di supposta origine illecita. In un Paese ad alta democrazia come la Repubblica di San Marino non può essere la politica a intervenire contro un’ipotesi in via di accertamento, come sembrerebbero suggerire alcuni comunicati. Tuttavia l’attacco al Paese è un fatto. Se non avete letto quanto deliberato dal Congresso di Stato, vi invito a farlo. Non si tratta soltanto della doverosa costituzione di parte civile, ma dell’innalzamento dei livelli di guardia. Se il Congresso riceve un provvedimento quale parte lesa è perché lo ha ricevuto formalmente; le ipotesi sono talmente gravi che si è ritenuto di notificare secondo le modalità previste. Doveva essere notificato all’Avvocatura? Doveva essere notificato al Segretario agli Interni? Il problema è dove è stato notificato o il fatto che siamo sotto attacco? Non guardiamo il dito e non vediamo che la Repubblica è sotto attacco. Il dirigente del Tribunale ha parlato di tentativi di contatto con istituzioni, con parti politiche o altri soggetti. Non abbiamo alcuna definizione definitiva in questo senso, ma vi sono stati tentativi. Scopriremo più avanti quali siano stati i gangli interni dove eventualmente abbiano attecchito. Io sono disponibile a fare un ragionamento che distingua le questioni giudiziarie da quelle politiche, a patto che nella fase in cui siamo non si vada a creare interferenza o fastidio alle indagini in corso. Una fase dovrà passare; dopodiché vi sarà tutto il tempo per analizzare eventuali responsabilità politiche. Non è questo il tempo delle responsabilità politiche. Questo è il tempo di difendere il Paese, di stringersi attorno a una Repubblica che ritengo ingiustamente attaccata in una fase delicata e di fare quadrato. Ci sarà il tempo anche per fare i processi politici
Gerardo Giovagnoli (PSD): Siamo ormai alla fine di questo dibattito che è stato pesantemente condizionato dal fatto che si parla perlopiù di questioni relative a illeciti. Il Tribunale, per la prima volta da non so quanto tempo, ci sottopone la possibilità di casi gravi di attacco alla Repubblica, definiti piani paralleli, definiti azioni contro lo Stato, addirittura per comprometterne il posizionamento internazionale. Se non che questo, per fortuna, non funziona, perché nel frattempo il Paese è cambiato. Ci ritroviamo con un Governo, con una maggioranza e oserei dire anche con una buona parte del Parlamento che non cede ad accuse che trovino sostanza nei comportamenti politici o nelle mancanze del Paese. Molti anticorpi sono stati costruiti; forse non sono sufficienti, ma il fatto che nel febbraio 2026, con questa ulteriore prova di maturità che dobbiamo superare, si possa uscire da qui con una posizione politica forte, con un orientamento del Consiglio Grande e Generale espresso, mi auguro, con un ordine del giorno quanto più condiviso, credo sia un obiettivo raggiungibile. Mi pare chiaro che neppure le accuse dell’opposizione riescano a puntare il dito contro qualcuno qui dentro, contro un partito politico o contro una precisa azione politica. Al massimo si può ragionare sulla necessità che le istituzioni di controllo implicate in questo caso, dal Tribunale alla Banca Centrale fino all’AIF, sappiano dirci, nel prossimo futuro, quando le indagini saranno ferme, che cosa c’è da migliorare. Se dieci o undici anni fa, quando eravamo in blacklist, fosse successa una cosa del genere, ci sarebbero stati titoloni dai quotidiani italiani a mezzo mondo. Non è così, perché evidentemente non siamo più quel Paese. Facciamoci forza anche di questo. Facciamoci forza del fatto che l’attacco deve essere respinto, ma che oggi abbiamo molta più capacità di raccontare le cose e di dimostrare, anche attraverso la compliance che ci è riconosciuta da Moneyval e dagli organismi che ci controllano sul piano della trasparenza, che siamo in linea con gli standard internazionali. Ci sarà il momento di tirare le conclusioni quando i fatti saranno accertati e, come tutti abbiamo dichiarato, non deve esserci alcun insabbiamento né alcuna occlusione alla verità. Ma questo è il giorno in cui siamo ancora soggetti ad attacchi dall’esterno e dobbiamo reagire con un messaggio chiaro: ci affidiamo alla rule of law, allo Stato di diritto, alle normative vigenti e alla fiducia nei nostri organismi inquirenti. Io non mi aspetto che il Governo ne sappia quanto gli inquirenti, ma mi aspetto che sappia qualcosa in più e che utilizzi quelle informazioni in modo coordinato con le altre istituzioni dello Stato. Che poi questo non diventi un nascondimento delle informazioni è altra cosa; ma che chi ha responsabilità di governo possa sapere qualcosa in più è legittimo. Siamo alla conclusione di un dibattito richiesto dall’opposizione ma concesso con facilità, su cui abbiamo ragionato per tutta la giornata. È il momento di sintetizzare ed esprimere non una sentenza, ma un indirizzo politico di fiducia nel Paese, nelle istituzioni e nella capacità di reagire a qualsiasi esito ci dirà l’autorità inquirente, che potrà essere di colpevolezza o di innocenza. Non è il nostro ruolo restare stupiti o senza parole a seconda dell’esito. Il nostro ruolo è dare compattezza alla posizione del Paese e crederci per primi, che ciò che si sta facendo è secondo le regole.
Antonella Mularoni (RF): Anche io, come il Segretario Lonfernini, mi sono chiesta, quando ho visto che la maggioranza teneva tanto a inserire questo comma all’ordine del giorno del Consiglio, come avremmo fatto a parlare di un procedimento coperto dal massimo segreto istruttorio. Poi abbiamo scoperto che forse non è così “massimo”, perché qualcuno può essere messo a parte di ciò che è coperto dal segreto. Abbiamo sentito interventi di ogni genere e tipo, sia rispetto al comunicato, sia rispetto a quello che dovremmo fare noi. Il 6 febbraio i membri di Governo erano tutti in giro per il mondo e gli unici che hanno fatto un comunicato quel giorno sono stati quelli di Repubblica Futura, sconcertati dalla conferenza stampa che si era tenuta a Bruxelles e dove abbiamo preso le difese di questo Paese e delle sue istituzioni. La maggioranza si è manifestata la domenica pomeriggio. I membri di Governo sono rientrati dopo. Allora c’era questo allarme istituzionale grave? Forse sì, perché il dirigente del Tribunale dice che si sono verificate ipotesi di reati gravi, cioè attentato contro l’integrità e la libertà della Repubblica di San Marino, attentato contro la libertà dei poteri pubblici e minaccia contro l’autorità. Tre giorni di silenzio. Silenzio assoluto. C’è qualcosa che non torna, perché noi riteniamo che queste fattispecie siano gravissime e che avrebbero imposto un comportamento diverso. Questo non significa, secondo noi, che al rientro dalle missioni nel mondo il Tribunale debba comunicare atti giudiziari al Governo. Non stiamo dicendo questo. Vorrei ricordare che il Consiglio Grande e Generale è il principale organo istituzionale di questa Repubblica. Mi dà profondamente fastidio apprendere che si stanno verificando ipotesi di reato di questa natura e che noi, membri del Consiglio Grande e Generale, non veniamo coinvolti. È inaccettabile. Se ci sono rischi per questo Paese, noi dobbiamo saperlo e dobbiamo essere pronti a difenderlo. Qui nel comunicato si parla genericamente di “politici”. Noi abbiamo chiesto chi sono questi politici. Non si può gettare il sasso nello stagno e poi fermarsi lì. Non basta che oggi due Segretari di Stato ci dicano che in questo momento non ci sono politici indagati. Se esistono problemi di natura politica, se ci sono politici che fanno certe cose, allora torniamo alla questione morale di cui si è parlato in quest’Aula, anche da parte di consiglieri e Segretari di Stato della maggioranza. Se non ci sono implicazioni giudiziarie, allora voglio chiarezza sul piano politico-istituzionale. Come consigliere della Repubblica voglio spazi dove ognuno di noi possa essere informato. Saremo tutti tenuti al segreto, ma se ci sono informazioni che incidono sulla sicurezza nazionale, dobbiamo conoscerle. Non può saperle solo il Congresso di Stato. Mi sembra sempre più che il Consiglio Grande e Generale stia delegando ad altri funzioni che sono nostre. Il futuro del sistema bancario e finanziario sammarinese, come ce lo immaginiamo e come lo vogliamo, lo dobbiamo decidere noi. Non può essere deciso altrove. Non ce lo deve dire il Tribunale e non ce lo deve dire la Banca Centrale. Io ricordo, e lo dico solo a titolo di memoria, che qualche anno fa c’era stato un progetto di fusione tra Banca di San Marino e Cassa di Risparmio che avrebbe consentito di non avere bisogno di soggetti esterni. Quel progetto è stato affossato. Non diciamo da chi, ma è stato affossato perché non piaceva. Oggi emerge chiaramente che già alcuni mesi fa, nel 2025 in particolare, l’Ente Cassa di Faetano, oggi Banca di San Marino, aveva evidenziato la necessità di patrimonializzare la banca. Allora, di fronte a questa prospettiva, se le banche sammarinesi hanno bisogno di essere patrimonializzate, noi dobbiamo decidere chi le patrimonializza. Vogliamo risorse che vengono dall’esterno o no? Mi sembra che la risposta non possa che essere sì, perché lo Stato si è già svenato per sostenere il sistema bancario e finanziario e il Governo ci ha detto nei mesi scorsi che non ha più risorse per patrimonializzarlo. Questa considerazione è stata fatta in maniera esplicita in quest’Aula dal Segretario alle Finanze: “Noi i soldi non li abbiamo, quindi devono esserci investitori esterni”. Non solo. Ci ha raccontato di essere andato in assemblea della Banca di San Marino e di aver detto agli azionisti che, se i bulgari portavano i soldi promessi, dovevano vendere. Vorrei che arrivassimo tutti a condividere la necessità di una commissione d’inchiesta, altro che storie. E tengo a precisare una cosa, perché qualcuno lo ha chiesto: io i bulgari non li conosco, non li ho mai visti, non ho mai parlato con loro né al telefono né via Zoom né di persona. Mi dicono che alle 21:30 è uscito un altro comunicato di Banca Centrale che afferma che l’allora presidente dell’Ente Cassa avrebbe interpretato in modo errato quanto comunicato dalla stessa Banca Centrale. A settembre in assemblea si diceva che l’autorizzazione era stata data; ora Banca Centrale dice che non era stata data e che erano state segnalate criticità. Allora, come Paese, se continuiamo così non andiamo da nessuna parte. L’Unione Europea ci ha chiarito in maniera lapalissiana che dobbiamo avere un’intesa forte con l’Italia sul sistema bancario e finanziario, altrimenti ci scordiamo la possibilità per le nostre banche di entrare in quel percorso. Io sono convinta che il nostro sistema finanziario potrà avere una prospettiva solo se sapremo davvero internazionalizzarci, cioè se arriveranno capitali esterni. Per me togliere il vincolo del 51% era un processo naturale. Ma è stato fatto malissimo. Se vogliamo davvero costruire una prospettiva credibile, dobbiamo smettere di procedere in modo confuso e dobbiamo assumerci fino in fondo la responsabilità politica delle scelte fatte, degli errori compiuti e delle correzioni necessarie. Io voglio che la politica, il Consiglio Grande e Generale, si riappropri del ruolo che ha. Dobbiamo recuperare davvero la capacità propositiva. Le scelte fondamentali per il futuro di questo Paese le dobbiamo fare noi. Il Tribunale, immagino, avrà già rafforzato i presìdi di sicurezza. Se i giudici inquirenti hanno bisogno di una scorta, gliela avrete data. Ma davvero il problema di questa sera è venire a chiedere a noi questo? È questo il nodo? Io voglio sapere quali sono i problemi reali che ha questo Paese, in particolare rispetto alle prime due ipotesi formulate dal dirigente del Tribunale, quelle relative all’attentato contro l’integrità e la libertà della Repubblica e contro la libertà dei poteri pubblici. Su questo dobbiamo concentrarci. E allora sì, lavoriamo tutti insieme perché nessuno possa attentare alla libertà della Repubblica o ai poteri costituiti. Ma non possiamo limitarci a chiedere un atto di fiducia cieca nel Congresso di Stato. Se oggi ci viene chiesto un bagno di fiducia, io dico: prima facciamo chiarezza, prima assumiamoci le responsabilità politiche, prima recuperiamo il ruolo del Consiglio Grande e Generale. Poi potremo parlare di fiducia.
Gian Carlo Venturini (PDCS): Come è stato detto da molti colleghi, siamo di fronte a un attacco alle istituzioni di questo Paese. Sono sotto attacco il Tribunale, la Banca Centrale, il Governo, ed è sotto attacco il Paese stesso quando soggetti esterni cercano di mettere in discussione l’Accordo di associazione con l’Unione Europea, frutto di un lavoro lungo oltre dieci anni. Quello che sta accadendo è di una gravità senza precedenti, perché la reputazione della Repubblica non può essere messa in discussione da interessi privati. Su questi temi ribadisco con forza, come Segretario della Democrazia Cristiana, che la Democrazia Cristiana ha sempre difeso, difende e difenderà il Paese, senza esitazioni. Per questo respingo al mittente le accuse di chi vuole attribuire alla Democrazia Cristiana la responsabilità di questi fatti, come è avvenuto anche recentemente in un comunicato di Motus Liberi o da parte di chi parla di “questione morale”. Non accettiamo lezioni da nessuno. Forse siamo l’unica forza politica che ha fatto chiarezza al proprio interno. Sono stati citati l’emendamento del gennaio 2025 contenuto nella legge sviluppo, il superamento del 51% di proprietà delle fondazioni. Ma non si può non tener conto dei report del Fondo Monetario Internazionale, dei documenti 2023-2024 richiamati dal Segretario Gatti, delle indicazioni degli organismi europei e delle direttive internazionali. È stato citato anche il CCR: nel CCR non c’è solo il Segretario alle Finanze, ci sono cinque Segretari in rappresentanza di tutte le forze politiche di maggioranza. Attribuire tutto a uno solo è fuorviante. Dopo il comunicato del dirigente del Tribunale, Canzio, che con grande coraggio ha messo in guardia le istituzioni da un rischio di “piano parallelo” che mette a rischio la credibilità e il futuro del Paese, ci saremmo aspettati un sostegno unanime all’azione della magistratura e delle istituzioni. Leggo il passaggio riportato anche dal Segretario Canti: “Sono state acquisite prove consistenti della programmazione e della realizzazione, da parte di un gruppo di soggetti, di un cosiddetto piano parallelo rispetto alla legittima strategia difensiva dei prevenuti nel processo, diretto a offrire all’esterno la falsa rappresentazione della Repubblica di San Marino come un microstato non completamente democratico né affidabile quanto all’effettivo rispetto del Rule of Law, al fine di costringere, anche con il supporto di vari personaggi politici, associazioni private e uomini d’affari, le autorità sammarinesi a una trattativa con i prevenuti, con l’obiettivo dell’illecito perseguimento dei loro interessi patrimoniali mediante indebite pressioni esercitate con la minaccia concretamente messa in opera per ostacolare e delegittimare la conclusione positiva del percorso di associazione con l’Unione Europea.” Questi sono fatti gravissimi per un Paese che sta completando le procedure per arrivare alla firma dell’Accordo di associazione. Mercoledì scorso il Parlamento europeo ha votato un ulteriore step: 552 voti favorevoli, 24 contrari e 77 astenuti. La conferenza stampa del 4 febbraio a Bruxelles, organizzata dai soggetti coinvolti, è avvenuta pochi giorni prima della votazione al Parlamento europeo. E oggi, poco prima di questo dibattito, è arrivato un ulteriore comunicato della San Marino Group che contesta il blocco dei 15 milioni, screditando Tribunale, Banca Centrale e istituzioni. Qualcuno ha parlato di “cricca” invece che di “piano parallelo”. Oggi tutti facciamo fatica a utilizzare questi termini perché non abbiamo elementi, c’è il segreto istruttorio e non abbiamo accesso agli atti. Ma la parola “cricca” evoca vicende del passato che hanno arrecato danni al Paese e che sono oggetto di procedimenti ancora in corso.
Guerrino Zanotti (Libera): La vendita delle quote di maggioranza di Banca di San Marino e le ipotesi di tangenti impongono un primo chiarimento: la politica deve tenersi fuori da operazioni di questo tipo. Il suo ruolo è fissare le regole, non entrare in altro modo in queste vicende. Quando la politica si avvicina a operazioni di questo genere, il rischio di commistioni e opacità diventa immediato. Ciò che è stato denunciato pubblicamente dal dirigente del Tribunale è un elemento di estrema gravità. Se anche solo una parte di tutto ciò fosse confermata, saremmo di fronte a un fatto gravissimo. Quello che inquieta di più è che attorno a queste vicende sembrano muoversi persone portatrici di interessi propri, interessi particolari, e – fatto ancora più preoccupante – interessi che si intrecciano con la politica. Qui emerge un problema che San Marino si porta dietro da troppo tempo: la difficoltà di chiudere davvero con un passato che continua a riemergere con pratiche, relazioni e mentalità che pensavamo superate e che invece tornano nei momenti più delicati. Ogni volta che il Paese prova a fare un passo in avanti, ogni volta che prova ad alzare l’asticella, ogni volta che si parla di trasparenza, di credibilità internazionale, di Europa – come in questo caso – spuntano nuove ombre. In questo contesto voglio però essere chiaro sul ruolo di Libera. Il nostro partito nel tempo ha fatto scelte precise, ha preso le distanze da quel mondo, da quelle logiche, da quelle ambiguità. Lo abbiamo fatto quando non era semplice, quando aveva un costo politico, e continuiamo a farlo anche oggi. Per questo ribadiamo il sostegno al Tribunale. Nei comunicati del dirigente del Tribunale c’è un messaggio che va ascoltato con attenzione. Quando si parla di tutela dell’istituzione giudiziaria e dell’immagine della Repubblica si dice una cosa semplice ma decisiva: San Marino non si difende nascondendo i problemi, si difende affrontandoli. Fare chiarezza non indebolisce il Paese, lo rafforza. E lo rafforza anche sul piano internazionale, perché la credibilità non nasce dal silenzio, ma dalla capacità di reagire. Vengo al tema dell’associazione con l’Unione Europea. C’è chi oggi potrebbe pensare che, alla luce di queste vicende, quel percorso sia diventato più fragile. Noi pensiamo l’esatto contrario e spingiamo il Segretario Beccari a moltiplicare tutti gli sforzi diplomatici in questa direzione. C’è poi un nodo che non possiamo più rinviare: il rafforzamento della vigilanza sul nostro sistema bancario e finanziario. È necessario che la Repubblica di San Marino, attraverso l’addendum all’accordo di associazione con l’Unione Europea, stabilisca che la vigilanza venga esercitata quantomeno in modo congiunto con l’Italia. Questo dibattito non dovrebbe essere vissuto come una parentesi da chiudere in fretta, né come uno scontro politico, ma come un passaggio di verità. Semplicemente sta a tutti noi decidere se usare questo momento per archiviare definitivamente un modo di fare che non ha più diritto di cittadinanza nella nostra Repubblica, oppure limitarci ancora una volta a gestire l’emergenza. Libera farà la sua parte, dalla parte delle istituzioni, della giustizia, della trasparenza e soprattutto di un futuro europeo che oggi più che mai è indispensabile per San Marino.
Matteo Zeppa (Rete): Chi era in Commissione Esteri mercoledì sa bene quali erano i miei timori e quale fosse la mia proposta. La proposta, ripresa anche da altri commissari di maggioranza, era quella di fare un dibattito perimetrato, serio, visto che siamo venuti a sapere che il Congresso di Stato ha letto dei documenti. Il Segretario Gatti ha semplicemente replicato agli interventi dell’opposizione, ma non è stato dato un quadro che potesse offrire qualcosa in più. Il dubbio che avevo mercoledì si è riversato oggi. E qui torno al comma comunicazioni: abbiamo una struttura normativa e persone che entrano a San Marino e fanno quello che vogliono. Poi ci stupiamo quando accadono situazioni gravi. È un problema strutturale, ricorrente, che continua a ripresentarsi. Non chiedo di fare nomi e cognomi, ma di circostanziare sì: come Congresso di Stato ne avevate l’opportunità e non è stato fatto. Questo lascia adito a molte interpretazioni. Abbiamo assistito anche questa sera a degli ossimori. L’informazione è basilare per crearsi una coscienza critica, ma va letta in maniera asettica. Prima del comunicato di Canzio alcuni organi di informazione avevano una linea editoriale chiara contro Beccari e contro il percorso di associazione con l’Unione Europea. Dopo il comunicato di Canzio, un cambiamento di rotta di 180 gradi. Questo fa pensare. Fa pensare anche il fatto che oggi, a orologeria, come in altri momenti tecnici e istituzionali, San Marino Group sia uscita con una controrelazione. Banca Centrale ha risposto che San Marino Group risulta cessata dal registro degli operatori economici. Stiamo quindi rispondendo a una società chiusa. Anche questo dice qualcosa sulla qualità degli interlocutori. Ciò che mi fa rabbia è che si punti il dito solo all’esterno. A me interessa sapere chi, da sammarinese, ha offerto il fianco a queste persone. Canzio nel suo comunicato parla anche di “personaggi politici” e “associazioni private”. Banca Centrale è intervenuta pubblicamente solo tre giorni fa. L’autorità di vigilanza del sistema bancario è uscita dopo giorni. In Commissione Finanze non è stato detto nulla, poi arrivano comunicati stampa. Anche questo alimenta dubbi. Nessuno oggi ha parlato di possibili collegamenti con altri episodi, come la rapina di Faetano. Io lo dico chiaramente: è stata la prima cosa che ho pensato. Se anche solo fosse lontanamente collegabile, il livello di pericolo sarebbe ancora maggiore. Ed è lì che bisognava fare squadra. C’è anche l’altro binario, l’acquisto del Symbol da parte di un console sammarinese. Capite bene che si fa fatica a fare un ragionamento compiuto quando, da entrambe le parti, si chiede di fare quadrato ma poi si alzano barricate di parte. Io ribadisco: fino a prova contraria sono con Canzio, sono con il Tribunale, per evitare equivoci. Ma la politica poteva dare un segnale diverso. Non lo ha dato.
Denise Bronzetti (AR): Non è facile intervenire, anche perché non siamo a conoscenza degli atti giudiziari. E devo dire, con un certo rammarico, che in un momento così difficile e concitato non aiuta nemmeno questa continua ridda di comunicati che escono proprio mentre quest’Aula cerca di capire cosa sia successo e cosa stia succedendo al nostro Paese. Provo allora a guardare la questione da un altro lato. Evidentemente quello che è accaduto indica che qualche criticità nel sistema ancora c’è. Non credo sia una questione di “anticorpi”. Non posso e non voglio credere che questo sia un Paese di farabutti. Sono certa che in quest’Aula e fuori da quest’Aula ci siano brave persone. Allora proviamo a ragionare su ciò che eventualmente manca: norme da implementare, snellimento burocratico, sistemi di controllo da migliorare. Il mio timore – e lo abbiamo visto anche in passato – è che i gruppi seri, riconosciuti, quotati, con una storia imprenditoriale solida, possano essere scoraggiati se si diffonde l’idea che per investire qui si possano chiedere tangenti. Molti hanno sottolineato come questo sia un momento cruciale per il futuro del Paese, con una firma imminente che tutti auspichiamo possa arrivare presto. È un passaggio fondamentale anche per dare concretezza al memorandum d’intesa e al protocollo aggiuntivo in materia bancaria e finanziaria. Quanto alla vicenda in sé, il collega Menicucci ha parlato di “colpo di Stato”. È un’espressione forte, che evoca altro. Ma quando non solo vengono sottratte risorse allo Stato, bensì vengono messe in discussione le basi e le istituzioni di uno Stato, allora si può comprendere la gravità del termine. Si è parlato di responsabilità politiche, non meglio definite. La magistratura farà il suo lavoro e dovrà portare alla luce tutto ciò che è accaduto. Noi non ci sottraiamo a eventuali responsabilità politiche, se dovessero emergere. La verità che perseguiamo è a tutto campo. Non abbiamo problemi a promuovere o votare una commissione d’inchiesta, purché non si sovrapponga né interferisca con le indagini del Tribunale. Forse varrebbe la pena attendere eventuali rinvii a giudizio o archiviazioni. Se davvero vogliamo fare l’interesse del Paese e delle istituzioni, dobbiamo perseguire i misfatti insieme al Tribunale, denunciarli e cercare sempre la verità, senza trasformare tutto in uno scontro tra parti. È uno sforzo difficile, soprattutto per chi è in quest’Aula da tempo e ha vissuto altri momenti storici in cui il Paese ha subito atti destabilizzanti. Con questa virulenza, però, ricordo pochi precedenti, e certamente non in un passaggio così cruciale per il nostro futuro. Questo significa fare squadra. Impariamo anche dalle vicende del passato, perché non si ripetano nel futuro.
Fabio Righi (D-ML): Aspettavamo esattamente quello che ci è stato proposto: una serie di favole, di farneticazioni varie e di vario tipo, il richiamo al segreto istruttorio giudiziario e, in sostanza, un nulla di fatto. Noi non vogliamo in alcun modo conoscere informazioni coperte da segreto istruttorio che attengono a un altro potere dello Stato, la magistratura, che – come abbiamo detto più volte, anche sulla stampa – deve fare il suo lavoro in serenità, in tranquillità e fino in fondo. Ma qui affrontiamo un altro tema, che compete a noi, ed è il tema politico. Su questo le questioni, dal nostro punto di vista, sono già chiare. È inutile continuare a prenderci in giro dicendo: “C’è la corruzione privata, cosa c’entra lo Stato? C’è un attacco esterno, tutti a fare quadrato in difesa delle istituzioni.” Ci mancherebbe altro che le istituzioni non facciano quadrato su sé stesse e che noi, che abbiamo fatto un giuramento, non ci poniamo a difesa delle istituzioni. Solo che c’è un piccolo problema: questa vicenda l’hanno gestita persone con legami politici evidenti. Ed è questo che la trasforma in una questione politica da trattare qui dentro. È questo l’elemento che rende ineludibile l’aspetto politico. Chi c’era nel CDA che ha gestito tutta questa operazione? I nomi sono noti. E politicamente dove stanno? Non sono iscritti da noi. C’è stata una lettera del presidente dell’Ente Cassa – imparentato con membri di Governo – in cui l’operazione veniva presentata come l’unica possibile, la migliore possibile. Si diceva che qualcuno la stava ostacolando, che studi esclusi volevano rientrare, e si arrivava a sostenere che chi non la votava si metteva contro il CCR, la Segreteria alle Finanze, il Congresso di Stato. Questo non è un elemento politico? Chi ha portato i bulgari a San Marino? Chi ha gestito l’operazione dall’inizio? Poi si dice: il superamento del 51% lo chiedeva il Fondo Monetario. Sì, è vero. In linea teorica è un passaggio auspicabile: chi investe in un Paese per prendere la minoranza? Nessuno. Ma le tempistiche sono curiose. A gennaio l’emendamento portato avanti come un blitz, a maggio il voto sul superamento del 51% nell’Ente Cassa, e nel frattempo un’operazione promossa sui giornali e nelle sedi di partito come perfetta, inattaccabile, con imprenditori che “mai più troveremo”. E poi sentiamo dire che le autorità non dialogano tra di loro: che il Tribunale non dialoga con l’AIF, che l’AIF non dialoga con la Banca Centrale. Se è così, è un problema enorme. Le normative prevedono cooperazione tra questi organi, ciascuno secondo le proprie funzioni. Se invece ci rappresentate un sistema a compartimenti stagni, state dicendo che c’è un problema strutturale. Sul tema delle informazioni: se c’è stata una notifica da parte del Tribunale perché esiste un pericolo per lo Stato, lo Stato è rappresentato dall’Eccellentissima Camera, attraverso l’Avvocatura di Stato e i Sindaci di Governo. Se è stata fatta una comunicazione al Congresso di Stato, con tutti gli strumenti di riservatezza del caso, noi come istituzioni dobbiamo essere messi al corrente degli elementi che attengono al nostro ruolo politico. Vi firmate ordini del giorno per andare a parlare con l’Italia, per muovervi a livello internazionale. Ma chi va a parlare, e con quale credibilità, se prima non si riassetta questa situazione?
Nicola Renzi (RF): Siamo verso la fine di questo dibattito, lungo e forse tanto lungo quanto inutile. Dobbiamo valutare la relazione di Canti. Valutiamola. Il dato positivo è a pagina 4, dove viene spiegato perché, per come e con quali modalità sono stati sequestrati i 15 milioni. Questo era il punto da chiarire in modo semplice e lineare: oggi quei 15 milioni sono su un conto corrente dedicato, intestato al Tribunale, con l’indicazione del procedimento penale al quale si riferiscono i fondi sequestrati, e resteranno lì fino all’esito degli accertamenti dell’autorità giudiziaria. Poi si vedrà se diventeranno confisca o verranno restituiti. Questo è il primo dato. Poi però, caro Segretario, ci sono altri passaggi che fatico a comprendere. A pagina 8 si legge che la strategia adottata attraverso i media “sembrerebbe” essere stata già utilizzata dal signor Christov in passato per perseguire i suoi obiettivi; che nel 2023 avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella crisi societaria che ha coinvolto Euroins Romania; che è stato il volto pubblico del gruppo durante il crack della compagnia assicurativa rumena e che avrebbe orchestrato la strategia difensiva secondo modalità simili a quelle praticate oggi nei nostri confronti; che l’utilizzo dei media per difendere le proprie ragioni e portare discredito alle controparti sarebbe un modus operandi già utilizzato. Nel 2023 avrebbe orchestrato tutto questo e nel 2025 doveva comprare una banca a San Marino. Io sono venuto in quest’Aula mesi fa, quando è iniziata la vicenda dei bulgari, e ho detto che non era quella la strada. Non perché conoscessi altri elementi, ma perché la strada per il nostro sistema bancario e finanziario doveva essere un’altra: fare i compiti a casa, rendere le nostre banche in grado di reggere la sfida europea e poi andare dall’Italia, in virtù dell’addendum, a chiedere un investimento sul loro primario istituto di credito, saldando una collaborazione stabile tra le nostre due realtà. Qualche anno fa era stato proposto un piano che avrebbe visto l’Ente Cassa di Faetano entrare in Cassa di Risparmio in società con lo Stato. Quel piano fu osteggiato e chi lo propose fu allontanato. Io, che per la mia parte politica lo sostenni, fui definito in modo non lusinghiero. Poi è arrivato il doppio binario dei bulgari. Quando si parla di responsabilità politiche, bisogna avere misura. Se qualcuno avesse preso soldi per convincere un magistrato a restituire 15 milioni, sarebbe un pazzo, perché una cosa del genere è fuori dalle possibilità di chiunque. Il punto è un altro: come raddrizziamo i nostri rapporti internazionali e come difendiamo la credibilità del Paese. Lo possiamo fare solo con la forza dei fatti, con la certezza del diritto, con la solidità delle leggi e con il rispetto degli atti del nostro Tribunale. Il resto sono chiacchiere. Prima uno è bravo, poi diventa cattivo: non può funzionare così. Qui non bisogna fare quadrato. E l’obiettivo unico che oggi mi sento di condividere è uno solo: fare tutto ciò che è in nostro potere per difendere l’Accordo di associazione con l’Unione Europea. L’ho detto molte volte e lo ripeto: concentriamoci su quello.
Luca Lazzari (PSD): Quando si crea una vicenda come questa parte sempre una curiosità forte, a volte morbosa. Si cercano i nomi, si vogliono conoscere i retroscena. È normale, è umano, è anche un modo per chiedere verità, per chiedere chiarezza. Noi su questo diciamo una cosa molto chiara: se l’autorità giudiziaria accerterà responsabilità penali a carico di rappresentanti delle istituzioni, le conseguenze dovranno essere precise. Noi partiamo da una certezza: il sistema istituzionale della Repubblica, nel suo complesso, è sano. Sono sane le istituzioni democratiche, è sano il tribunale, sono sane le autorità di controllo. Se non fosse così, non saremmo qui a discutere alla luce del sole, con una magistratura che indaga, con provvedimenti sottoposti a più gradi di giudizio, con strumenti di tutela propri di uno Stato di diritto pienamente inserito negli standard europei. In questi giorni si è cercato di rappresentare San Marino come un sistema opaco, esposto a condizionamenti. Noi diciamo con chiarezza che questa rappresentazione non corrisponde alla realtà. Ma dire che il sistema è sano non significa dire che è perfetto. Esistono delle vulnerabilità. Su alcune vulnerabilità avevamo già richiamato l’attenzione, ed è qui che arriva anche un po’ di amarezza. Mesi fa avevamo chiesto prudenza su operazioni bancarie di questa portata. Siamo a pochi passi dalla firma dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea. Sappiamo che il settore bancario e finanziario resta il punto più sensibile del nostro sistema. Sappiamo che ogni operazione di rilievo in questo ambito non è mai solo economica: è reputazionale, è politica, è internazionale. Proviamo amarezza anche per un altro motivo. Da anni il PSD insiste su un punto preciso: la necessità di rafforzare in modo strutturato la cooperazione in materia di vigilanza bancaria. Gli strumenti di vigilanza, la cooperazione tra autorità, i meccanismi di controllo non sono burocrazia: sono strumenti di difesa dello Stato. Difendere lo Stato significa prima di tutto chiarire che idea abbiamo della sovranità. C’è chi pensa che sovranità significhi fare tutto da soli, chiudersi, non condividere, non integrare. Ma un microstato che vuole crescere non può permettersi l’illusione dell’autosufficienza. Se invece vogliamo stare nel mondo, attrarre investimenti seri, accedere pienamente al mercato europeo, dobbiamo accettare una verità semplice: la sovranità si esercita anche attraverso la cooperazione, in particolare nei poteri di garanzia – vigilanza bancaria, controlli, cooperazione giudiziaria, scambio informativo. Non è una rinuncia, è una scelta di forza. In questa responsabilità emerge una figura che merita un riconoscimento particolare: il presidente Canzio. Parliamo di un uomo che ha ricoperto ruoli di massimo livello nelle istituzioni della Repubblica Italiana, un uomo delle istituzioni nel senso più pieno. In un momento come questo la sua autorevolezza pesa, anche a Bruxelles, quando si è provato a mettere sotto pressione il percorso europeo della Repubblica. La difesa è arrivata nel modo più autorevole e senza tentennamenti. C’è poi un altro punto che non possiamo trattare come una nota a margine: il riferimento a un piano parallelo. Un piano parallelo che va smantellato, non domani, subito. Se la magistratura può colpire reati e responsabilità, la politica può chiudere i varchi, può togliere terreno, può rendere impossibile che certe cose si ripetano. Il voto del Parlamento europeo a Strasburgo è stato un segnale incoraggiante. Il tentativo di lobbying del gruppo economico bulgaro non ha prodotto effetti politici. Ma la partita non è chiusa. Il percorso europeo è ancora in costruzione. Per questo non possiamo abbassare la guardia. Non basta difendere il percorso europeo, bisogna consolidarlo. Serve presenza costante, serve dialogo continuo, serve capacità di prevenire criticità prima che diventino ostacoli. La relazione approvata l’11 febbraio dal Parlamento europeo è molto chiara: l’accesso al mercato unico dei servizi finanziari è legato a una vigilanza rigorosa e a un quadro normativo solido, e prevede la possibilità di sospensione in caso di carenze. Questo conferma che la cooperazione in materia di vigilanza bancaria non è un’opzione, è una necessità assoluta. C’è poi un altro tema che questa vicenda mette davanti a tutti: il tema dei grandi investimenti. Abbiamo bisogno sul serio di investimenti, per ridurre il debito, per sostenere la sanità, le politiche sociali, la scuola, per ricostruire anche un livello di benessere che negli ultimi anni è mancato. Ma proprio perché ne abbiamo bisogno dobbiamo imparare a gestirli meglio. Il settore bancario e finanziario, lo abbiamo già detto, è il settore più sensibile, perché lì una scelta sbagliata diventa reputazione e si riflette sull’intero sistema, sull’Europa, sugli accordi internazionali. Ma il tema non riguarda solo le banche. Non tutti gli investimenti sono uguali. Primo elemento: la provenienza. Ci sono settori strategici e ci sono Paesi che portano con sé implicazioni geopolitiche. Il mondo non è neutro. Le grandi potenze competono anche attraverso investimenti, tecnologie e infrastrutture. Lo abbiamo visto in passato con ZTE. Un’operazione solida sul piano economico può diventare insostenibile su quello politico se non si valutano bene le ricadute internazionali. Secondo elemento: il profilo dell’investitore. San Marino non dispone di strumenti adeguati per una valutazione preventiva strutturata. Non parlo di spionaggio, non parlo di poteri opachi. Parlo di un ufficio di analisi istituzionale, uno strumento che raccolga informazioni, le incroci, dialoghi con organismi analoghi di altri Paesi e supporti il Governo nelle decisioni strategiche. Questo è un vuoto. Ma forse non basta neppure un ufficio di analisi istituzionale. Serve anche un luogo protetto in cui le autorità possano confrontarsi in modo riservato, uno spazio in cui condividere analisi, scenari, criticità senza esporre tutto al rumore pubblico. Terzo elemento: la mentalità politica. Molto spesso le grandi scelte diventano terreno di rivalità, di sospetto reciproco, di sabotaggio. In un Paese piccolo questo è un lusso che non possiamo permetterci. Se siamo consapevoli delle nostre fragilità, dobbiamo essere doppiamente responsabili. Alla fine tutto torna a una scelta di fondo: che assetto vogliamo dare alla Repubblica nei prossimi anni? Se vogliamo fare il salto di qualità, dobbiamo farlo davvero. Questo è il primo piano, il piano della responsabilità istituzionale. Poi c’è il piano del metodo politico. In un Paese piccolo ogni tensione pesa di più, ogni divisione si amplifica, ogni fragilità diventa visibile all’esterno. Per questo serve misura, serve rispetto reciproco, serve la capacità di distinguere il confronto politico dalla delegittimazione delle istituzioni. Questa vicenda ci ha mostrato due cose insieme: che il sistema regge e che alcune vulnerabilità vanno sistemate. Dobbiamo reagire all’emergenza, ma dobbiamo anche rafforzare l’assetto. Il PSD è pronto a dare il proprio contributo, a fare la propria parte, perché in un momento in cui qualcuno prova a mettere in discussione la nostra affidabilità, la risposta non può essere la chiusura. La risposta deve essere più Stato, più regole, più cooperazione, più Europa.
Iro Belluzzi (Libera): Se fosse capitato – ed è capitato nel 2011 – che a seguito di una segnalazione della Banca Centrale su una vicenda legata a una banca che aveva dissolto il patrimonio di vigilanza, cioè Banca Partner, si fosse intervenuti con la stessa forza, con la stessa velocità, con la stessa celerità e con la stessa attenzione al rispetto delle norme, oggi probabilmente racconteremmo una San Marino diversa. In passato la politica ha fallito, determinate istituzioni sono state più lente. Oggi, per fortuna, è intervenuto chi deve far rispettare le norme del nostro ordinamento. È intervenuto a ottobre dello scorso anno ed è intervenuto in questi giorni, perché si stava agendo in modo difforme dall’ordinamento e dagli interessi generali. Chi stava operando, operava contro l’interesse collettivo. Non dico “dobbiamo sostenere il Tribunale”: il Tribunale si sostiene da solo e sta sostenendo la Repubblica. La separazione fra i poteri dello Stato è un principio irrinunciabile per chi crede nella democrazia. Un altro elemento che voglio sottolineare è come, purtroppo, alcuni ambienti e alcuni soggetti che gravitano attorno alla politica sammarinese trovino coperture e siano spesso coloro che aprono le porte a chi poi porta danno al Paese. Mi sembra che anche in questo caso il primo provvedimento sia legato a un’ipotesi di corruzione privata: qualcuno ha aperto le porte a chi, una volta negata la possibilità di proseguire un’operazione, ha cambiato atteggiamento e ha iniziato ad orchestrare azioni contro la Repubblica, contro le istituzioni, contro l’integrità dello Stato. Questo è ciò che richiama il dirigente Canzio nel comunicato del Tribunale, delineando questioni estremamente gravi. È vero che nel tempo si è affievolito quell’attaccamento alle istituzioni e al Paese che caratterizzava una certa stagione politica. Tuttavia abbiamo rafforzato il nostro ordinamento e introdotto strumenti di vigilanza e controllo anche in funzione degli adeguamenti internazionali. Questi strumenti devono essere ulteriormente rafforzati, non per incapacità professionale, ma per limiti strutturali legati alla dimensione della Repubblica. Probabilmente alcune verifiche avrebbero dovuto essere svolte prima che intervenisse il Tribunale. L’attività di un imprenditore o di un progetto finanziario può rivelarsi diversa da quanto presentato all’inizio: servono strumenti adeguati per intercettare queste situazioni. Mi ritrovo quindi a riaffermare la necessità di definire in tempi rapidi un rapporto strutturato con l’Italia, come previsto dal clarify addendum inserito nell’Accordo di associazione, affinché la vigilanza possa essere esercitata in collaborazione con chi dispone di strutture e capacità più ampie. Oggi abbiamo letto comunicati che sembrano segnare un’inversione di tono rispetto alle minacce rivolte in precedenza, anche sul percorso di associazione con l’Unione Europea. È evidente che l’azione del Tribunale ha inciso. I reati ipotizzati sono reati contro la Repubblica e tra i più gravi che possano essere configurati. Si parla di fare quadrato. Io dico che dobbiamo essere in grado di guardarci da tutti i lati, valutando attentamente chi si avvicina al nostro territorio per fare finanza o economia. Quando si tratta di investimenti di caratura rilevante, è opportuno coinvolgere l’intero Parlamento, affinché siano operazioni per il Paese e non per la maggioranza di turno. Come Libera abbiamo mantenuto una posizione attenta e prudente rispetto all’imprenditore bulgaro che si avvicinava alla Repubblica, anche perché, come soci dell’Ente Cassa di Faetano, abbiamo vissuto la vicenda anche sotto questo profilo. Il superamento del 51% era previsto dalla legge finanziaria 2025 e doveva essere oggetto di dibattito democratico all’interno dell’Ente. Gli organismi devono potersi esprimere senza subire pressioni o forzature. Per questo non ci tiriamo indietro rispetto all’ipotesi di una commissione di inchiesta, una volta conclusa la fase inquirente, per verificare eventuali responsabilità politiche. È necessario che l’interesse collettivo prevalga su quello particolare, soprattutto in una fase delicata come quella del percorso verso l’Accordo di associazione con l’Unione Europea.
Manuel Ciavatta (PDCS): Inizio anch’io ringraziando il Segretario alla Giustizia per la relazione, ma anche tutto il Congresso di Stato per gli interventi che hanno fatto, ad ulteriore chiarimento di quanto era possibile in questo contesto. Un contesto in cui, evidentemente, il dibattito era vincolato alle pochissime informazioni disponibili, sostanzialmente a quelle derivate dal comunicato del dirigente Canzio del 6 febbraio, titolo anche del comma all’ordine del giorno. È però un dibattito che è stato voluto dalla maggioranza, tanto che è stato proposto un ordine del giorno in Commissione Esteri. La maggioranza ha ritenuto che poter fare un dibattito fosse, dal punto di vista istituzionale, il massimo coinvolgimento possibile di quest’Aula su questa questione, sapendo che le indagini sono in corso e che esiste un vincolo di segreto istruttorio. Alcuni hanno chiesto: chi ha portato i bulgari? Io francamente non so chi abbia portato i bulgari. Però prendo a prestito uno dei comunicati arrivati oggi, quello della Starcom, che dopo aver detto che nel mese di febbraio il Consiglio di amministrazione li ha invitati ad un incontro per trattare la vendita della banca, afferma che nel mese di ottobre uno degli ex membri del Consiglio di amministrazione, Andrea Delvecchio, è stato accusato di corruzione privata, mala gestione e indebita influenza sull’acquisizione di Banca di San Marino. Io non so se questo sia vero, scrive Starcom. Però emerge un elemento che prima qui forse non avevamo: che, a detta loro, vi sarebbe stata un’indebita influenza sul Consiglio di amministrazione, sugli altri membri del Consiglio, tanto che il comunicato prosegue dicendo che il Tribunale ha accusato Andrea Delvecchio di avere influenzato gli altri membri del Consiglio. Questo è uno dei pochi dati che potremmo avere in più sulle eventuali responsabilità politiche, visto che come membro della Democrazia Cristiana sono state attribuite molte responsabilità agli altri consiglieri di amministrazione, in quanto parenti di esponenti democristiani. Secondo aspetto: il 51%. Era un processo naturale che sarebbe dovuto avvenire. Siamo d’accordo che non dovesse essere forzato, ma per i soci, alla fine, non potevano esserci decisioni differenti, perché altrimenti non ci sarebbe stata la possibilità di vendere la banca a nessuno. Terzo punto: la Commissione Finanze del 10 dicembre. Pochissimi l’hanno citata. In quella seduta segreta, con tutte le forze politiche presenti, Banca Centrale ha chiarito aspetti e tempistiche legate, per quanto di sua competenza, alla valutazione dell’operazione. Se vogliamo ragionare di responsabilità politiche, questo è un elemento che va tenuto presente e non nascosto, visto che eravamo presenti tutte le forze politiche e che la vigilanza di Banca Centrale ha detto cose molto chiare, se non ricordo male anche riguardo all’apertura del tavolo con Banca d’Italia. La conferenza di Bruxelles del 4 febbraio: la Starcom tiene questa conferenza e la situazione a San Marino cambia. Il 5 febbraio, nonostante da noi si celebri Sant’Agata, i giornali sono pieni del comunicato Starcom e delle dichiarazioni rese a Bruxelles il giorno prima, sapendo che di lì a una settimana vi sarebbe stata la votazione al Parlamento europeo e le successive tappe del percorso sull’Accordo di associazione. Questo è un elemento estremamente interessante. Non posso paragonare questa situazione a quella alberoniana, ma il fatto che sia a cavallo del 5 febbraio mi fa pensare che il nostro Paese abbia vissuto un rischio simile: qualcuno da dentro porta qualcuno da fuori, e poi dobbiamo reagire perché quel qualcuno da fuori, a un certo punto, crea problemi alla Repubblica. E il 6 di febbraio succede, credo, l’unica cosa che dà a San Marino la possibilità di rivolgersi immediatamente alle istituzioni europee dicendo: guardate, quella conferenza stampa, quello che viene detto lì dentro non è qualcosa di realistico. È una favola perché le nostre istituzioni stanno indagando su un piano parallelo che non è fantomatico o ipotetico, ma di cui sono state acquisite prove consistenti, a seguito del primo procedimento in corso, quello per corruzione privata, amministrazione infedele e riciclaggio. Questo, secondo me, era l’elemento che avrebbe dovuto unire l’Aula verso la cittadinanza. Dopodiché c’è il secondo reato, quello legato al cosiddetto piano parallelo. Nel comunicato si dice che un gruppo di sodali lo ha programmato e realizzato, non solo pensato o immaginato: programmato e realizzato. Si parla di un piano diretto a offrire una falsa rappresentazione della Repubblica e a costringere le autorità sammarinesi a una trattativa con i prevenuti. Cioè, rispetto a quello che stavano facendo per difendersi legittimamente in Tribunale, avrebbero messo in atto un’azione denigratoria pubblica verso il nostro Paese, con il ricatto della mancata sottoscrizione dell’Accordo di associazione, visto che un Paese – in questo caso la Bulgaria – potrebbe bloccarlo. San Marino non ha problemi con la Bulgaria. Mi chiedo però se la Bulgaria dovesse fare una scelta diversa sulla base di questo avvenimento, quale sarebbe la ragione giuridica e politica per cui San Marino non dovrebbe essere integrato nella Comunità europea con l’Accordo di associazione, considerato che il nostro impianto si basa sullo Stato di diritto. Cosa dice ancora il comunicato del presidente Canzio? Che non ci sono politici sammarinesi coinvolti in questa fase delle indagini – come ha riferito anche il Segretario Gatti – e questo mi fa piacere, perché significa che in quest’Aula nessuno è coinvolto in questa situazione. Però ci sono nuove misure cautelari per salvaguardare le prove e per continuare indagini che sono ancora in corso. Io credo che il comunicato sia molto chiaro, se lo si vuole leggere in modo semplice. Forse il dibattito poteva essere più breve, ma soprattutto più chiaro nel rappresentare alla cittadinanza il livello di problematica che c’è. Con una differenza, però, che non posso non sottolineare: la situazione attuale non è paragonabile a quella di altri scandali dal 2000 in poi. La dinamica è completamente diversa. Qui c’è un Tribunale che opera, una vigilanza di Banca Centrale che opera, un’Agenzia di Informazione Finanziaria che opera e ha operato. Potevano andare più veloci? Può darsi. Ma in Commissione Finanze sono stati spiegati i passaggi fatti e i tempi richiesti. Credo quindi sia legittimo, di fronte a un attacco del genere al nostro Paese, che il Governo si costituisca parte civile, perché sono le istituzioni ad essere state lese. Per questo credo che l’altra cosa da fare sia stringersi attorno al Tribunale. Sono anche vicesegretario della Democrazia Cristiana e molti attacchi sono stati rivolti alla DC. L’ho già detto nei consigli precedenti: se ci fosse qualcuno della Democrazia Cristiana implicato, sarò il primo a chiedere le dimissioni o a chiederne la testa. Non abbiamo paura di questo, perché questa è una DC rinnovata. Andiamo a fondo sulle questioni, troviamo le responsabilità. Però prima di accusare, appuriamo davvero i fatti.
Segretario di Stato Stefano Canti: Nel mio intervento avevo scritto e avevo detto di non cadere nella tentazione di sostituire i processi politici a quelli giudiziari; invece credo che la politica, all’interno di quest’Aula, sia proprio caduta in un vero e proprio processo politico. Detto questo, vorrei innanzitutto chiarire un aspetto. Ho sentito alcuni consiglieri chiedere le motivazioni per cui è stato richiesto un comma straordinario. L’ultimo intervento, credo quello del consigliere Manuel Ciavatta, ha ricordato che parte delle opposizioni – mi riferisco in particolare a Rete e a Domani Motus Liberi – attraverso un incontro con l’Eccellentissima Reggenza, hanno chiesto la convocazione di un Consiglio straordinario. A questo punto credo che anche la maggioranza abbia fatto le proprie valutazioni interne per inserire un comma in questa seduta del Consiglio Grande e Generale. Perché, se quel comma non fosse stato inserito, saremmo stati attaccati e probabilmente accusati di voler nascondere qualcosa. Voglio aggiungere un altro elemento. È stato detto da molti, sia dalla maggioranza che dall’opposizione, e lo vediamo anche oggi pomeriggio: sono usciti numerosi comunicati stampa da parte di Starcom, da parte di San Marino Group, da parte dello stesso gruppo che vuole dare un proprio quadro alla politica che sta discutendo in quest’Aula. Io non credo nella buona fede di queste persone. Non ci credo perché quando uno è in buona fede non scrive sui giornali: viene nel territorio della Repubblica di San Marino, oppure manda i propri legali qui, e fa valere le proprie ragioni nelle sedi opportune. Fare valere le proprie ragioni significa venire qui, fornire tutte le spiegazioni richieste dal Tribunale o dai giudici inquirenti, dimostrare con prove che ciò che è stato costruito all’interno del procedimento non corrisponde al vero. Questo significa smontare un eventuale castello accusatorio. Ma questo non è avvenuto. Se non avviene, allora credo che siamo di fronte a una strategia diversa: scrivere comunicati stampa giorno dopo giorno per cercare di fornire un’informazione distorta alla nostra popolazione e per screditare le istituzioni di questo Paese, in particolare il nostro Tribunale. Un Tribunale che sta lavorando con grande fermezza su questo caso, che ha il mio pieno sostegno e credo anche quello dell’Aula consiliare, come è stato detto in molti interventi. Dobbiamo supportare le nostre istituzioni da questo punto di vista. Resta il fatto che mi auguro che la politica possa approvare un ordine del giorno a chiusura di questo dibattito, per dare un segnale verso l’esterno e affinché questa vicenda possa essere chiarita il più presto possibile.
Emanuele Santi (Rete): Devo confermare che, al termine di questo dibattito, non abbiamo dato nessun tipo di risposta ai cittadini. I cittadini ci chiedevano chi fossero i personaggi politici, le associazioni private, gli uomini d’affari coinvolti in questa vicenda. Di fatto non è stato detto nulla. Vi sembra che vi siate ricompattati dicendo che ormai il nemico è fuori? Che il bulgaro è fuori? Quel bulgaro a cui avete steso i tappeti, apparecchiato la tavola per venire qui. Prima era l’amico, adesso è il nemico. Ma io penso che probabilmente il nemico ce l’abbiamo anche qui dentro. In un primo momento non è stato fatto alcun rilievo e adesso, dopo cinque o sei mesi, si procede con i sequestri. Io penso che i sequestri siano giusti se quei soldi sono frutto di reati. Però la tempistica è quantomeno strana. Tanto è vero che nella relazione si scrive che i fatti relativi alla Romania, alla Starcom, al riciclaggio in Germania con l’Iran e al terrorismo erano noti. E allora perché prima andava tutto bene e adesso diventa il nemico? Per questo, a nostro avviso, è importante già da ora istituire una commissione di inchiesta. Ci sono poi due elementi che mi hanno particolarmente spaventato. Il primo riguarda il riferimento alle “associazioni private”. La domanda è: si parla di massoneria? Di massoneria deviata? È questo che si intende? È un punto che va verificato. Il secondo elemento è quanto accaduto alla Banca di San Marino di Faetano. Su questo c’è un alone di silenzio. Entrano dei ladri, qualcuno evidentemente li ha fatti entrare, restano dentro una giornata intera dietro il caveau di una delle principali banche del Paese. E cosa succede? Succede la cosa più inquietante: hanno a disposizione milioni di euro nelle cassette di sicurezza, lasciano lì i soldi e aprono solo quindici cassette, prendendo probabilmente solo documenti. Una banda che si sposta per fare un colpo del genere e lascia milioni di euro per prendere dei documenti è un fatto inquietante. Cosa c’era in quella banca? Che documenti sono stati presi? Non lo sapremo mai. Ma se questa vicenda è legata ai bulgari, allora significa che ci siamo messi in casa qualcosa di molto poco bello. Per questo chiedo responsabilità anche su questo punto. Fate almeno un mea culpa per averli portati qui, soprattutto una parte della Democrazia Cristiana. Il Consiglio Grande e Generale, vista la nota congiunta del 15 maggio 2025 in cui la San Marino Group S.p.A. e l’Ente Cassa di Faetano comunicavano la sottoscrizione di un contratto preliminare di compravendita della quota di maggioranza del capitale sociale di Banca di San Marino; considerato che il 22 ottobre 2025 l’opposizione, con un comunicato congiunto, chiedeva spiegazioni e chiarezza in merito alle insistenti voci di arresti nell’ambito della trattativa tra Cassa di Faetano e la società riconducibile al gruppo Starcom per la cessione di Banca di San Marino; preso atto del comunicato stampa del 24 ottobre 2025 con cui Banca Centrale comunicava di non autorizzare l’acquisizione, alla luce delle informazioni acquisite tramite cooperazione nazionale e internazionale; preso atto del comunicato del dirigente del Tribunale del 25 ottobre 2025 che confermava l’avvio di indagini per amministrazione infedele, corruzione privata e riciclaggio; viste le conferenze stampa del febbraio 2026; vista la nota del 6 febbraio 2026 del dirigente del Tribunale che affermava di aver acquisito prove consistenti della programmazione e realizzazione di un “piano parallelo” volto a offrire all’esterno una falsa rappresentazione della Repubblica di San Marino e a costringere le autorità sammarinesi a trattative mediante indebite pressioni e minacce tese a ostacolare la conclusione dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea; considerato che sono state disposte nuove e più pesanti contestazioni, tra cui attentato contro la libertà della Repubblica, attentato contro i poteri pubblici e minaccia contro l’autorità; ascoltato il riferimento del Congresso di Stato sulle azioni intraprese; impegna i gruppi consiliari a sottoscrivere e depositare entro il 28 febbraio 2026 un progetto di legge per istituire una Commissione consiliare di inchiesta ai sensi dell’articolo 3, comma 9, della legge 8 luglio 1974 n. 59 e del capo II, articoli 48-52, della legge qualificata 3 agosto 2018 n. 3. Depositiamo questo ordine del giorno a nome dei gruppi di Rete, Repubblica Futura e Domani Motus Liberi.
Gaetano Troina (D-ML): Vorrei rispondere ad alcuni interventi che ho sentito successivamente al mio, in particolare al segretario Lonfernini, che ha in qualche modo contestato alcuni passaggi del mio intervento. Tengo a precisare che io non ho mai chiesto a nessuno di rivelare nulla che sia coperto da segreto istruttorio, né di dire nulla che non rientri nelle facoltà o nelle conoscenze del Congresso di Stato. Ho fatto una ricostruzione dei fatti così come sono noti, senza fare considerazioni personali, se non sulla base di ciò che si può ragionevolmente presumere. Ho semplicemente detto che è evidente che il Congresso di Stato, con una serie di atti posti in essere, a partire dal deposito dell’emendamento alla legge sviluppo, ha in qualche modo avvallato questa operazione. E quindi qualcosa certamente deve sapere, perché altrimenti non l’avrebbe avvallata. Detto questo, raccolgo gli interventi di alcuni consiglieri della Democrazia Cristiana che questa sera hanno affermato chiaramente che, se dovessero emergere profili o responsabilità riguardanti qualcuno, “salteranno le teste”. Bene. Vediamo quale sarà il corso della magistratura, vediamo se questa commissione d’inchiesta verrà istituita e, in base a ciò che emergerà, valuteremo le conseguenze.
Segretario di Stato Rossano Fabbri: Partiamo dal punto principale: il senso di questa commissione politica. Qualcuno ha detto che non aveva senso farla perché c’erano atti segretati. Lo ha detto il Segretario, è stato ribadito dai banchi dell’opposizione. Io vi chiedo: cosa ci avreste detto se non l’avessimo fatta? Che cosa sarebbe successo in quest’aula? Prima dite che bisogna fare un dibattito per favorire la trasparenza anche in presenza di atti segretati; lo facciamo e ci dite che non dovevamo farlo. A me sembra davvero di essere preso in giro. Se non lo avessimo fatto, avreste detto che volevamo tenere tutto segreto. Noi il segreto istruttorio non lo violiamo, mettetevi l’anima in pace. Siamo destinatari di un provvedimento a tutela dello Stato. Non abbiamo la possibilità di fare nomi. Se volete conoscere gli atti, andate in tribunale, fatevi notificare l’atto come parti interessate e poi, se ritenete, venite qui e parlatene assumendovene la responsabilità. Ma non potete chiedere a noi di violare il segreto istruttorio. Non lo possiamo fare e non lo faremo. Consigliere Mularoni, non è accettabile dire che il Congresso di Stato era in vacanza e se ne è fregato. Nei giorni a cui lei fa riferimento il Congresso si è riunito anche ad horas, da remoto, e ha lavorato. I comunicati per mettere in allerta la Repubblica li abbiamo fatti ben prima del 12 febbraio; uno anche il 19 gennaio. Quando il Congresso è intervenuto, non lo ha fatto con leggerezza. Nel comunicato si parlava chiaramente di un tentativo di pregiudizio che colpisce l’intera collettività, di un’intensificazione dei livelli di vigilanza, sicurezza e protezione degli organi dello Stato e dell’incolumità personale di soggetti istituzionali coinvolti. Non abbiamo scritto quelle parole per fare colore. Le abbiamo scritte perché desunte dagli atti di cui siamo stati destinatari, atti coperti da segreto istruttorio in quanto legati a un’indagine in corso. Saremmo i primi a voler condividere tutto con voi e con l’aula, anzi ci auguriamo che quegli atti vengano notificati anche ad altri, così da poterne discutere apertamente. Ma fino a quando esiste un segreto istruttorio, non possiamo e non vogliamo violarlo.
Matteo Zeppa (Rete): Io, se lei ha ascoltato bene il mio intervento, non le ho chiesto nomi e cognomi. Perché se avessi avuto la volontà di fare nomi e cognomi, visto che da più parti i nomi sono circolati e sono arrivati anche a noi, avrei potuto farli. Non l’ho fatto proprio perché c’è un segreto istruttorio e perché, oltretutto, magari quelle informazioni non sono neanche veritiere. Io ho detto un’altra cosa. Ho ricordato che veniamo da una Commissione Esteri – lei non c’era – in cui si è detto chiaramente che, se si andava a fare un dibattito in queste condizioni, con un segreto istruttorio in corso ma con il Congresso di Stato in possesso di informazioni, allora il Congresso avrebbe dovuto essere più puntuale. Più puntuale non significa fare nomi. Non le ho mai chiesto di fare nomi. Se volevo fare il gioco al massacro o “indovina chi”, lo facevo: come certe voci sono arrivate a lei, sono arrivate anche a membri di maggioranza e di opposizione. Vogliamo davvero fare quella gara? Non è questo il punto. Il punto è un altro: voi avevate la possibilità di circostanziare meglio, senza fare nomi e cognomi, la situazione. Invece abbiamo assistito a repliche – penso all’intervento del Segretario Gatti – che non hanno aggiunto nulla, pur avendo letto il dispositivo. Ma la responsabilità di chi siede nel Congresso di Stato non è solo un onore, è anche un onere: quello di dare, per quanto possibile, elementi in più ai consiglieri di maggioranza, di opposizione e ai cittadini. Circostanziare meglio non significa violare il segreto. Se avessimo voluto fare battaglia politica, l’avremmo fatta. Ma non è questo l’obiettivo. L’obiettivo era essere messi nelle condizioni di ascoltare dal Congresso di Stato qualcosa di più di un generico richiamo al segreto.
Segretario di Stato Rossano Fabbri: Io non le ho detto che lei ha fatto i nomi. Le ho detto che ci ha chiesto di perimetrare e più di così non potevamo fare. Io le ho risposto su un punto preciso: lei ha parlato di circostanziare di più. Noi più di così, nel rispetto del segreto istruttorio, non potevamo andare. Il consigliere Santi ha chiesto di fare i nomi. Io mi sono limitato a replicare su questo. Non è una questione di attributi, non è una gara su chi li ha o non li ha. Non mi interessa. Ho semplicemente risposto a una sollecitazione che ritenevo rilevante. Ci mettete con le spalle al muro chiedendo di articolare fasi di indagine o elementi che non possiamo divulgare. Non possiamo farlo. Saremo lieti di condividere tutto appena sarà possibile farlo. Ma fino ad allora non possiamo andare oltre.
Dichiarazioni di voto
Fabio Righi (D-ML): Vado alla dichiarazione di voto sull’ordine del giorno che come opposizione abbiamo presentato. È un ordine del giorno molto chiaro, che parte in premessa dai comunicati stampa della nostra autorità giudiziaria, che sottolineano aspetti gravissimi dal punto di vista del tribunale. Noi abbiamo sempre detto che bisogna tenere adeguatamente distinti i profili: quello giudiziario deve seguire il suo corso, quello politico spetta a quest’aula. Noi ci siamo concentrati su questo secondo aspetto. L’ordinamento prevede strumenti per consentire alle autorità politiche di svolgere indagini sulle responsabilità politiche. Con questo ordine del giorno chiediamo, puramente e semplicemente, l’insediamento di una commissione di inchiesta che possa fare piena luce sui fatti emersi, non soltanto nella fase del cosiddetto piano parallelo, ma anche prima. Perché è difficilmente credibile che la politica non sapesse nulla, è difficilmente credibile che tutto sia accaduto per caso. Tutto quello che avete raccontato da questi microfoni non ha senso se non siamo in grado di individuare responsabilità precise rispetto a una vicenda che ha portato il Paese in questa situazione imbarazzante. Imbarazzo che permane, anche nel vedervi arrampicare sugli specchi perché non siete riusciti a depositare un vostro ordine del giorno. Evidentemente non avete una visione chiara. Noi invece abbiamo le idee chiare: fare piena luce con una commissione di inchiesta. E lo ribadisco: avevamo chiesto di essere messi nelle condizioni di fare un dibattito politico a parità di informazioni. Se non c’erano le condizioni, dovevate dirlo e aprire un confronto politico, non generale. C’è poi un altro tema di cui si parla poco: un istituto di credito oggi è in difficoltà. Qual è la strategia? Come si intende intervenire? C’è un problema di patrimonializzazione. Ci sono offerte sul tavolo. Chi le gestisce? Gli stessi che hanno gestito la fase precedente? Infine il piano politico e diplomatico. L’ordine del giorno di maggioranza parla di azione diplomatica per spiegare la situazione del Paese. Ma chi va a spiegare, viste le interazioni e i legami emersi? Chi rappresenta il Paese in questa fase? Per questo, prima di ogni altra cosa, è indispensabile dare corso a una commissione di inchiesta. È una richiesta chiara, contenuta in un ordine del giorno preciso. E noi, coerentemente, voteremo favorevolmente a quell’ordine del giorno.
Nicola Renzi (RF): Credo sia giusto che chi ci ascolta ancora sappia che cosa sta succedendo: la maggioranza, dopo un dibattito che è durato un giorno intero, sta ancora discutendo su un ordine del giorno che non riesce a presentare. È una cosa incredibile. Se c’è ancora la volontà di trovare una via per arrivare a una soluzione condivisa, noi possiamo mettere a disposizione il nostro testo. È necessaria una commissione di inchiesta. È necessaria perché c’è una questione bancaria e finanziaria nell’aver portato un investitore che oggi è arrivato a mettere a repentaglio l’accordo di associazione con l’Unione Europea. Secondo punto: vengono adombrate responsabilità politiche in quello che è successo. Queste due cose da sole bastano e sono sufficienti per dire che è necessaria una commissione di inchiesta. Qualcuno dirà: ma come facciamo una commissione di inchiesta? Questo è un déjà-vu di una vicenda che si è consumata cinque o sei anni fa. Solo che qui c’è un investitore straniero e sembra anche più strutturato rispetto a quelli di allora. Serve una commissione di inchiesta per accertare chi li ha portati, chi ci ha avuto a che fare, che cosa è successo successivamente e se c’è una responsabilità politica nell’aver messo a repentaglio l’accordo con l’Unione Europea. Quando c’è stato da votare la commissione di inchiesta sul CIS nessuno si è fatto problemi. C’erano indagini in corso, c’era il tribunale che stava lavorando. E allora che cosa è cambiato? Due pesi e due misure. Adesso ci dite che la commissione di inchiesta non si può fare per motivi che avete voi. Io invece credo che sia possibile salvaguardare il lavoro del tribunale, che deve continuare nel suo riserbo, e allo stesso tempo permettere alla politica di fare il proprio lavoro. La politica deve ridare centralità al Consiglio Grande e Generale, che è l’istituzione che ha subito l’attacco più pesante in questa vicenda. Io spero che la maggioranza trovi gli strumenti, gli unici strumenti leciti, per arrivare a un accordo. Perché una maggioranza che, dopo un comma come questo, arriva in aula e non riesce a depositare un ordine del giorno, è una maggioranza che farebbe molto meglio ad andare a casa.
Gian Nicola Berti (AR): Devo dire che è una nottata particolarmente movimentata. Tanto movimentata che a un certo punto si pensava che ci fossero delle repliche rispetto al dibattito e invece abbiamo scoperto che si è pensato di fare una chiusura improvvisata del comma per impedire alla maggioranza di depositare il proprio ordine del giorno. Noi l’ordine del giorno lo abbiamo consegnato. Io personalmente sono andato all’ufficio di segreteria e l’ho consegnato all’ufficio di presidenza, nella persona di Gerardo Giovagnoli. Poi sarà l’ufficio di segreteria a decidere se, come e quando metterlo in votazione. Si tratta dell’ordine del giorno di maggioranza. Mi sarebbe piaciuto, in un momento come questo, piuttosto che dividerci su posizioni diverse relativamente a un comma così delicato, che ci fosse stata la capacità di uscire dall’aula con un ordine del giorno comune. Purtroppo mi sembra di capire che l’opposizione non avesse questa intenzione, tant’è che ha chiesto di fare replica all’improvviso, impedendoci di completare il lavoro. Stavamo scrivendo il testo davanti alla Reggenza. Se però l’opposizione avesse davvero una chiave di lettura diversa e volesse cercare di condividere un ordine del giorno comune a tutta l’aula, da parte della maggioranza non c’è alcuna preclusione. Anzi. Tutti gli interventi della maggioranza hanno riaffermato il concetto dell’unità delle istituzioni sammarinesi, in particolar modo dell’unità del Consiglio Grande e Generale nel difendere le nostre autorità che sono state sotto attacco e che sono ancora sotto attacco. Non voglio evocare fantasmi del passato o fare paragoni fuori luogo, ma credo che potremmo fare un salto di qualità. Il nostro ordine del giorno è firmato da tutti i gruppi consiliari di maggioranza, compresi i consiglieri indipendenti di maggioranza. Se l’aula volesse esaminarlo al pari di quello dell’opposizione, oppure rimandare magari a domani per cercare un punto di condivisione, per noi non c’è problema. Diversamente, se l’opposizione porta il suo ordine del giorno, anche la maggioranza a questo punto dovrebbe reagire. Ma non credo che alzare un muro sia la soluzione migliore nell’interesse dello spirito che dovrebbe uscire da quest’aula in un momento come questo.
Emanuele Santi (Rete): Non si può sempre dare la colpa agli altri perché hanno chiuso il comma. Il punto è che c’è stato il dibattito, la Reggenza ha chiesto se c’erano repliche, ci sono state quattro repliche e, se voi consigliere Berti non eravate pronti con l’ordine del giorno, questo io non lo posso capire. Vuol dire che siete completamente allo sbando. Non eravate pronti durante il dibattito. Siamo stati qui dalle tre del pomeriggio e non c’era l’ordine del giorno. Avete ancora la necessità di portarlo avanti e date la colpa all’opposizione o ai Reggenti, alle Loro Eccellenze, che hanno chiuso il comma? Dovevate dare mandato a qualcuno dei vostri consiglieri di intervenire, così intanto fermavate la chiusura. La Reggenza giustamente ha chiuso il comma perché non c’erano più repliche e voi siete rimasti senza ordine del giorno. Allora facciamo una cosa: il collega Renzi l’ha già detto, siamo disponibili a mettere a disposizione il nostro ordine del giorno sulla base di quello che vorrete proporre di modificare. Il punto della commissione di inchiesta – questo lo voglio specificare – non è fare una commissione per inquinare le prove o per allungare il brodo. La commissione di inchiesta si fa per individuare le responsabilità politiche. E se ci sono delle cautele da adottare perché ci sono indagini in corso, noi siamo disponibili a tenerle in considerazione. Però ricordate anche che sulla commissione di inchiesta su Banca CIS, quando fu fatta, le vie giudiziarie erano in corso. È vero che Banca CIS era una banca che praticamente non c’era più, ma questa non è un’indagine sulla banca. Questa è un’indagine sulla cessione della quota maggioritaria della banca. La banca non c’entra niente. La banca va avanti, è una banca solida che sta operando. Qui il perimetro è un altro. È l’acquisto del pacchetto di maggioranza. Quell’acquisto da parte dell’operatore bulgaro è ciò che dobbiamo indagare: chi li ha portati i bulgari, chi ha steso i tappeti rossi, chi ha gestito la trattativa, chi ha preso le tangenti, chi le ha date. Soprattutto nella seconda parte: se ci sono responsabilità di qualcuno che sta portando avanti un piano criminale, un piano eversivo nei confronti dello Stato. Dobbiamo accertarlo, perché quello che scrive Canzio è che ci sono anche politici, associazioni e mondo dell’imprenditoria. Probabilmente non avete presentato quell’ordine del giorno perché forse non siete tutti d’accordo. Adesso dite che l’avete presentato, lo vedremo. Però il punto è un altro: non buttate la colpa su di noi se siete stati incapaci di presentare un ordine del giorno.
Michele Muratori (Libera): Siamo con un ordine del giorno depositato dall’opposizione e accolgo anche con favore, almeno dagli interventi che ci sono stati, la disponibilità e la volontà a ragionare in tal senso. È chiaro che noi stavamo lavorando su un ordine del giorno che, considerando la tematica estremamente delicata, richiedeva un’attenzione particolare. Abbiamo affrontato tutto il dibattito con i guanti bianchi proprio per l’estrema delicatezza del tema. Noi stavamo trattando un ordine del giorno che differisce da quello dell’opposizione per un particolare confronto, oltre che per le premesse che abbiamo interpretato in maniera diversa. Sicuramente c’è una differenza nel mandato che viene dato al Congresso di Stato ma soprattutto al Consiglio Grande e Generale, dove si impegna sulla commissione di inchiesta. Voi avete inserito un termine perentorio, quello della fine del mese corrente, per istituire la commissione di inchiesta. Noi riteniamo fermamente che, con un’istruttoria aperta e un’indagine avviata, non sia il momento opportuno. Questo non significa che non ci sarà una commissione di inchiesta, ma che, per il rischio di andare ad inquinare ciò che si sta producendo e analizzando in questo momento, ci si impegna a farla a momento debito. Questa è la differenza tra l’ordine del giorno presentato dall’opposizione e quello che la maggioranza ha preparato e che stavamo ultimando. Attenzione: lungi da me attaccare l’opposizione per qualsiasi cosa in questo dibattito. Lungi da me cercare di scavalcare o aggirare le regole. Però chiedo che, in questo momento estremamente delicato, arrivati alla fine di un dibattito così importante, si possa trovare una sintesi. Magari sospendendo momentaneamente i lavori per poter discutere a mente più lucida e cercare una soluzione condivisa tra maggioranza e opposizione. Credo che uscire da un dibattito del genere con un’unità parlamentare sia estremamente importante.




