“Se vedrò vendere quelle orribili robe, spacciate per giocattoli ma in realtà strumenti contundenti, chiederò al Congresso di Stato una procedura urgente per vietarne la vendita nel centro storico”. Così il Segretario di Stato alla Cultura Teodoro Lonfernini ha commentato sui social, a caldo, la notizia dell’accoltellamento mortale avvenuto in una scuola italiana a La Spezia. Parole dirette, senza filtri, che chiamano in causa non solo la sicurezza, ma il significato educativo degli spazi pubblici e di ciò che si offre, soprattutto ai più giovani.
Il riferimento è chiaro: con l’arrivo delle gite scolastiche e dei flussi turistici, nel centro storico sammarinese compaiono talvolta oggetti venduti come “gadget” o “giocattoli”, ma che per forma e funzione ricordano armi in miniatura. Lonfernini pone una linea netta: la città non deve essere una vetrina di oggetti che normalizzano la violenza, nemmeno per gioco.
È una presa di posizione che va oltre il fatto di cronaca e apre una riflessione più ampia. San Marino, per storia e dimensione, ha costruito la propria identità su un’idea di neutralità, accoglienza e dialogo. Ogni scelta che riguarda il centro storico — il suo volto, i suoi simboli, ciò che si vende e si mostra — diventa automaticamente un messaggio culturale.
Il Segretario parla di “strumenti di socialità e pace” contrapposti a “armi”, anche quando queste sono travestite da souvenir. È un linguaggio che sposta il tema dal piano dell’ordine pubblico a quello dell’educazione civica: cosa insegniamo, implicitamente, a chi visita il Paese? E cosa diciamo ai ragazzi, sammarinesi e non, su cosa è normale tenere in mano, fotografare, portare a casa come ricordo?
Naturalmente, c’è anche l’altro lato della medaglia. Ogni proposta di divieto tocca il terreno della libertà commerciale, delle regole per i negozianti, del confine tra simbolo e oggetto. È un equilibrio delicato, soprattutto in un centro storico che vive di turismo e di vetrine.
Ma forse il cuore della riflessione non sta tanto nel “vietare o non vietare”, quanto nel perché. Lonfernini collega un fatto tragico avvenuto oltre confine a una responsabilità locale, quasi a dire che la sicurezza e la cultura non sono compartimenti stagni: si parlano, si influenzano, si riflettono l’una nell’altra.
Osserviamo questo passaggio come un segnale. Non di allarme, ma di consapevolezza. In un tempo in cui le immagini di violenza corrono veloci e i simboli perdono peso, c’è chi prova a rimettere al centro il valore delle piccole cose: un oggetto in vetrina, un souvenir in una mano, un messaggio silenzioso che passa senza bisogno di slogan.
La discussione, se e quando arriverà sul tavolo del Congresso di Stato, non riguarderà solo un elenco di articoli da vietare o consentire. Riguarderà, più in profondità, che idea di spazio pubblico vuole trasmettere la Repubblica. Perché anche una città, come una scuola, educa. Non con le lezioni, ma con ciò che mostra.




