Non è “opinione”. Non è “critica”. È un metodo: buttare fango ogni giorno, inventare collegamenti assurdi, spingere paure senza prove e trasformare il confronto politico in una rissa fatta di allusioni e attacchi personali. E se succede sempre sugli stessi temi (Accordo di associazione con l’UE, “invasioni”, complotti, “ci vendono a Bruxelles”), non è un caso: è una strategia.
Oggi in Consiglio non si è parlato solo di Europa. Si è parlato di informazione, nel senso più brutale del termine: di chi la fa davvero e di chi, invece, campa di disinformazione ripetuta fino allo sfinimento, senza motivazioni solide, con un obiettivo chiarissimo. Tenere San Marino esattamente com’è, perché a qualcuno quel modello vecchio conviene.
E infatti il punto non è “un articolo sbagliato” o “un titolo provocatorio”. Il punto è la martellata quotidiana: fake news insistenti, narrazioni deformate, prese in giro, scherno. Un rumore tossico che prova a far saltare un percorso decennale, proprio quando si è arrivati in dirittura finale.
Il Segretario di Stato Luca Beccari lo mette giù senza giri di parole: la fragilità non è il dibattito in sé, la fragilità nasce quando i fatti vengono distorti e il percorso viene delegittimato con prese in giro e agganci fuori tema, fino al parallelo (definito “assurdo”) tra Accordo e decreto sull’accoglienza dei palestinesi. E il messaggio è uno solo: così si perde un’occasione storica “per delle sciocchezze”, e a pagare è il Paese.
Giulia Muratori (Libera) segue la stessa linea: basta allarmismo costruito ad arte.
Gerardo Giovagnoli (PSD) entra nel cuore della questione: le falsità non solo vengono dette, vengono replicate anche quando sono palesemente false. E cita proprio i due tormentoni che girano ovunque: “saremo invasi” e “dovremo recepire tutte le normative europee”. No: l’Accordo non è adesione, e non significa prendersi “tutto il corpus normativo” in testa. Ma intanto quelle bugie fanno presa, perché sono semplici, emotive, adatte a diventare headline e post acchiappa-click.
Qui arriva la parte che dà fastidio, perché non è poesia. Esistono interessi legati al vecchio modello sammarinese: scorciatoie, nicchie, zone grigie che fuori non reggono più. E l’Accordo, per definizione, è l’opposto: regole, trasparenza, confronto con standard più alti. Quindi sì, per chi ha prosperato nel “si è sempre fatto così”, questo percorso è una minaccia.
Fuori dall’Aula ci sono soggetti che continuano a leggere il Paese con logiche vecchie, e c’è una parte di economia che si è rafforzata usando strumenti non sostenibili già allora, figurarsi oggi. Tradotto: mantenere tutto fermo fa comodo a qualcuno, ma è un lusso che San Marino non può più pagarsi.
O si spegne la fabbrica di fake news o si paga tutti
L’informazione può anche essere dura, ma non può essere manipolata. Se un pezzo nasce già “truccato”, basato su falsità ripetute e insinuazioni, non è giornalismo: è un prodotto. Un prodotto pensato per far scattare paure, polarizzare, generare traffico e far girare soldi.
E quando la logica diventa questa, il lettore non è più un cittadino da informare: è un cliente da spremere. Qui non si tratta di “opinioni diverse”. Qui si tratta di usare la falsità come modello di business, anche per ingrossare le tasche di chi pubblica e di chi ci guadagna intorno.




