Una sostanza rarissima, estratta da una minuscola rana del Sud America, sarebbe stata l’arma utilizzata per eliminare Alexey Navalny. È l’accusa lanciata da Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, che puntano il dito contro il Cremlino sostenendo che l’oppositore russo sarebbe stato ucciso con epibatidina, una tossina potentissima presente sulla pelle delle cosiddette rane freccia.
Secondo i cinque governi europei, le conclusioni si basano sull’analisi di campioni biologici prelevati dal corpo di Navalny. Nella loro ricostruzione, la Russia avrebbe avuto “mezzi, movente e opportunità” per somministrare il veleno mentre il dissidente era detenuto nel carcere siberiano oltre il Circolo Polare Artico, dove è morto due anni fa mentre scontava una condanna a 19 anni per “estremismo”, accuse sempre respinte come politicamente motivate.
Mosca ha reagito definendo le accuse “insinuazioni” costruite per distogliere l’attenzione dai problemi interni dell’Occidente. Il Cremlino nega qualsiasi responsabilità nella morte del suo più noto oppositore.
L’iniziativa diplomatica non si ferma però alle dichiarazioni. I cinque Paesi hanno annunciato di aver investito della questione l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), sollevando il sospetto che la Russia non abbia distrutto completamente il proprio arsenale chimico.
Il caso riporta alla memoria quanto accaduto nel 2020, quando Navalny fu ricoverato a Berlino dopo un presunto avvelenamento con Novichok, agente nervino di fabbricazione militare. Anche allora l’Occidente attribuì la responsabilità ai servizi russi, mentre Mosca respinse ogni addebito.
La nuova accusa riapre dunque uno dei dossier più delicati nei rapporti tra Russia ed Europa. A due anni dalla morte di Navalny, la sua vicenda continua a essere un punto di frattura profondo tra il Cremlino e le capitali occidentali, in un clima già segnato da tensioni e reciproche diffidenze.




